Bonsai #38 – Fernando Franco, La herida

di Camilla Panichi

La Herida

Ana ha ventotto anni, lavora come autista di ambulanze, fa uso giornaliero di cocaina e vive con la madre divorziata, con la quale condivide soltanto il compimento di funzioni e bisogni primari come il cibo. Per il resto, agli occhi di Ana, è una madre assente, che non vuole vedere e infatti non vede e quando vede finge di non aver visto. Ana aveva un fidanzato, Alex, di cui conosciamo solo gli effetti che l’abbandono le ha causato: un atteggiamento ossessivo-compulsivo che la porta ad avere lunghi monologhi con la messaggeria telefonica di lui, le cui frasi variano dal «perdóname, te quiero» al «tu es un cabrón». Ana è irritabile e aggressiva, ha sfoghi di rabbia ingiustificati, è ossessionata dall’opinione che gli altri hanno di lei, è vittima del suo stesso sabotaggio e della scarsa fiducia nei propri mezzi.

Autore di sei cortometraggi, il regista spagnolo Fernando Franco esordisce nel 2013 con il lungometraggio La herida, (La ferita), storia della vita di Ana (straordinariamente interpretata da Marian Álvarez) affetta da disturbo limite della personalità di cui è parzialmente consapevole («adesso riesco a controllarmi meglio» scrive all’uomo sconosciuto della chat). La trama è ridotta al minimo e non ha né un inizio né una fine: il film procede episodicamente, per micro o macro crisi, oscillando tra le polarità opposte a cui Ana è soggetta. Si apre con un attacco di panico della protagonista e si conclude con uno sfogo di pianto. Durante questi passaggi, i meccanismi primitivi di difesa sono del tutto annullati così come i rapporti interpersonali: ogni tentativo di contatto (con un ragazzo conosciuto in discoteca) o ricongiungimento (col padre, durante le seconde nozze) fallisce. Il personaggio di Ana ci viene presentato come pura superficie, completamente esposta all’alternanza di episodi di disforia, euforia, ansia e irritabilità. Tutto è a fior di pelle, così come le ferite che costantemente si procura con lamette e mozziconi di sigarette, per punirsi.

Ma i tagli e le bruciature che incidono e scavano il corpo di Ana non sono che la superficie di una ferita più profonda: la malattia che erode dall’interno chi ne è affetto, e che costringe Ana a una continua separazione cognitiva ed emotiva dalla realtà. L’intento di Franco è infatti quello di proporre un viaggio dentro una malattia complessa e spesso difficilmente identificabile, di esplorarne le estremità dall’interno, attraverso il personaggio che ci è ‘sbattuto in faccia’ e che siamo costretti a seguire con la stessa irruenza borderline che la caratterizza, con ossessività e compulsione, facendo continuamente esperienza del limite grazie alla scelta del regista di non abbandonare il volto dell’attrice neanche per un secondo. Rare sono le scene in cui la camera si stacca dal volto e dal corpo di Ana per argomentare l’ambiente. Quando questo accade, siamo immediatamente e senza respiro precipitati su di lei. La massima distanza di ripresa oscilla tra i cinquanta centimetri e il metro. Più la prossemica si riduce e più aumenta lo sguardo clinico su Ana. La profondità prospettica è completamente schiacciata dal primo piano, facendo piombare lo spettatore nell’universo emotivo della protagonista. Una scelta registica coraggiosa, portata avanti con costanza per novantacinque minuti di film, che non stanca e segna positivamente l’esordio di Franco.

[Il film, uscito nel 2013, ha avuto diversi riconoscimenti: Concha de Oro a la Mejor Actriz (Marian Álvarez) Festival Internacional de Cine de San Sebastián; Premio Especial del Jurado Festival Internacional de Cine de San Sebastián; e Violeta de Oro a la Mejor Actriz Festival du Cine Spagnol de Toulouse. È stato proiettato all’interno della tredicesima edizione del Festival del cinema spagnolo CineHorizontes che coinvolge alcune città della regione PACA: Aix-en-Provence, Aubagne, Avignon, Briançon, Château-Arnoux-Saint-Auban, Forcalquier, Grasse, La Ciotat, Vitrolles]

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