«Segna, subisce il fallo, andrà in lunetta col tiro libero… Supplementare!» – Il basket secondo Flavio Tranquillo

di Marco Mongelli

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Sono convinto da tempo che Flavio Tranquillo sia il miglior telecronista sportivo italiano, tout court. In base a un’opinione personalissima, certamente, ma anche a una semplice equazione: per fare una telecronaca sportiva, cioè per commentare live un evento – e non, genericamente, per parlare o scrivere di sport – servono qualità specifiche che rientrano grosso modo in due campi distinti, quello della competenza e quello della performatività. Bisogna cioè essere in grado allo stesso tempo di seguire una serie di azioni, spiegando quello che sta avvenendo, e coinvolgere emotivamente lo spettatore. Qualità che raramente si trovano in così alto grado in un singolo telecronista come in Flavio Tranquillo da Milano, classe 1962, il quale unisce a un’altissima competenza specifica, sempre aggiornata, la capacità di far “vivere” la partita mantenendo alta l’attenzione e l’intensità.
Altro tiro altro giro altro regalo, uscito ieri per Baldini & Castoldi (ma già dal 31 ottobre disponibile in ebook) è il primo libro scritto interamente dal giornalista sul tema della pallacanestro. Non il primo in assoluto, perché il Nostro, da lungo tempo impegnato nel diffondere la legalità e la lotta alla mafia, ha pubblicato nel 2010 I dieci passi. Piccolo brevario sulla legalità, scritto col giudice Mario Conte. Nonostante l’intento del libro sia subito dichiarato dal sottotitolo, “di quando, come (e soprattutto perché) ho imparato ad amare il Gioco”, ci troviamo di fronte a un testo molto diverso da quello che ci si potrebbe aspettare da un personaggio dello sport. Non siamo infatti nei pressi né dell’autobiografia scritta da un terzo, né della biografia di terzi (utilizzata invece per raccontare Danilo Gallinari e Ettore Messina). Questo libro rappresenta piuttosto la summa del Tranquillo-pensiero, l’esemplificazione in prosa della sua visione dello sport e della vita. Altro tiro è inoltre un libro che parla essenzialmente di basket, e che per questo difficilmente potrà essere fruito indipendentemente da una minima conoscenza cestistica. Ma andiamo con ordine.

Il libro è diviso in quattro capitoli che rappresentano altrettante componenti del Gioco: i giocatori, gli allenatori, gli arbitri, i media. Capitoli facilmente associabili ai quattro quarti di una partita e a un livello maggiore a quattro fasi della vita cestistica dell’autore: giocatore, come tutti, allenatore, arbitro e soprattutto, giornalista, prima in radio e poi in tv, dove insieme allo storyteller più istrionico d’Italia, Federico Buffa, ha formato una coppia la cui fama è pari solo all’oggettiva straordinarietà.
Il libro si apre con ripetute dichiarazioni d’amore verso uno sport che ha rappresentato per l’autore tutta la sua vita professionale e molto di più. La pallacanestro in Italia è di gran lunga il secondo sport nazionale e i suoi seguaci sono competenti e orgogliosi: orgogliosi di una diversità rivendicata e professata e legittimamente sdegnati dal poco spazio ottenuto su giornali e tv generaliste.
Flavio Tranquillo, da innamorato del gioco e in quanto giornalista di professione ha fra gli altri anche il compito di divulgare e quindi si pone il problema di come far avvicinare più gente possibile alla pallacanestro senza scontentare gli appassionati di lunga data. La soluzione è quella che il buon senso dovrebbe naturalmente suggerire: un compromesso. Ma è sulla natura di questa mediazione che si gioca larga parte del discorso attuale sulla pallacanestro, sui media tradizionali e in rete. Non indulgere in un eccessivo tecnicismo non vuol dire sminuire la complessità di uno sport complesso né soprattutto compiere quella reductio ad calcium che rappresenta una resa senza condizioni alla monocultura dominante.
Attraverso una prosa nitida e ricca Tranquillo esprime pareri e racconta storie, note e meno note, della pallacanestro degli ultimi trentacinque anni, sempre con il filtro della sua testimonianza diretta. Tuttavia, il fine principale del libro non è far rivivere dei momenti importanti di sport né trasmettere un sapere tecnico-giornalistico (seppur non manchino elementi del genere), quanto proporre e giustificare un’etica comportamentale.

Due mi paiono le direttrici fondamentali lungo le quali si muove il libro. La prima è quella che fa capo al Gioco, con la g maiuscola, inteso e trattato come una creatura vivente, che nasce con Naismith, si evolve, si struttura e che mantiene un suo spirito, una sua essenza profonda che bisogna rispettare e assecondare. È un’idea che mi trova sommamente concorde: il principio secondo il quale ogni sport, e a maggior ragione se di squadra, abbia un modo di funzionamento preciso che va ben oltre le regole stabilite per giocarlo, è uno dei motivi per i quali continuo da anni a seguirlo e a interrogarlo in tutte le sue espressioni. Sarebbe bello intraprendere un discorso teorico complessivo, “scientifico”, che pur partendo dalle manifestazioni concrete della pallacanestro, arrivi a reperire le componenti primarie di questa «atletica giocata».
Il secondo asse è quello che chiamerei del ragionamento illuministico. In tutte le parti del libro emerge un’intelligenza di tipo ragionativo, non intuitivo. Ogni giudizio sgorga sempre da un processo di cui vedi tutti le fasi e che ti inchioda con la sua evidenza a un “buon senso” che non è svalutazione del problema ma sempre approdo alla miglior soluzione possibile. Il diritto-dovere del giudizio, inoltre, nella pallacanestro come in tutti i settori, si esercita non giudicando un fenomeno dal risultato ma dal suo processo, sforzandosi di studiare, analizzare, ogni possibilità intrinseca di quel processo. Nel basket vuol dire, in soldoni, non crocifiggere o osannare Lebron James (o chiunque altro) per un tiro allo scadere che ha dato o meno la vittoria alla sua squadra, ma capire tutto l’andamento della partita, quei 40 o più minuti sacri in cui si svolge il Rito.
Riportare costantemente il discorso sportivo ai fatti senza togliere nulla al romanticismo, o meglio alla spiritualità dello stesso, è forse il merito migliore di un giornalista che ha sempre incoraggiato e proposto un’innovazione intelligente e sempre al servizio del Gioco. Un caso su tutti è quello dell’Instant Replay, esempio di tecnologia che, introdotta in Italia nel 2004 proprio grazie a Tranquillo, ha evitato il ripetersi di situazioni incresciose (la celeberrima gara 5 di finale scudetto del 1989 tra Livorno e Milano), permettendo invece di risolvere in pochi minuti una controversia irrisolvibile dall’occhio umano (la validità del tiro scoccato da Douglas e che ha dato lo scudetto del 2005 alla Fortitudo Bologna).
Questo approccio è perseguito per tutto il libro, che si parli della valutazione di un singolo giocatore all’interno di un sistema-squadra, di un allenatore che dovrebbe creare quel sistema invece di amministrare l’esistente, degli arbitri che a una mentalità “burocratica” e cavillosa dovrebbero sostituirne una aperta alla comprensione reale del gioco. Nemico acerrimo di dietrologie e complottismi, in quanto sempre frutto di una scorciatoia del pensiero, Tranquillo dedica quasi metà libro ai media, al mestiere di “giornalista sportivo”. Si trovano in questa sezione i racconti più belli sul pionerismo radiofonico degli anni ’80 e sulla scoperta dell’America (in tutti i sensi) degli anni ’90, nonché i retroscena dell’iper-specializzazione del mestiere dall’avvento di internet e social network. Anche qui si insiste sui principi-guida che devono guidare la professione: attraverso un mea culpa rispetto agli inizi di giornalista-tifoso (ed embedded) dell’Olimpia Milano, si afferma la radicale impossibilità di far convivere tifo e commento sportivo (“Le due cose, tifo e giudizio intellettualmente onesto, non sono compatibili”). E si afferma soprattutto la primarietà della narrazione su tutto il resto: produrre un racconto della partita è lo scopo principale del telecronista e la sfida è riuscire a produrre narrazioni insieme tecniche e divulgative. Compatibilità non solo possibile, ma necessaria, per restare sempre al servizio del Gioco.
Le parti che maggiormente appagheranno l’appassionato sono quelle in cui possiamo conoscere i dieci giocatori prediletti da Tranquillo e le cinque telecronache per lui più importanti, oltre a leggere alcuni appunti tattici che evidenziano l’irriducibilità del gergo iniziatico cestistico, la specificità di un logos che non è possibile snaturare. Tranquillo, insieme al suo sodale, e sotto l’imprinting di Aldo Giordani, ha infatti re-inventato il linguaggio del commento cestistico, diffondendo una quantità notevole di parole ed espressioni senza mai restarne ingabbiato.

Infine, il libro forse somiglia sì alle sue telecronache, come suggerito dalla quarta di copertina, ma non tanto per la natura rapsodica e contaminata quanto per la sua leggibilità e trasparenza mai banale. Un libro che ruota costantemente intorno alla “missione” pedagogica con la quale Tranquillo vuole educare spettatori e addetti ai lavori. Una nuova cultura del guardare e dell’appassionarsi che deve guidare il rinnovamento del movimento cestistico italiano, drammaticamente incapace di raccontare e vendere il suo prodotto. Tranquillo non assume mai la postura del testimone distante che si limita a raccontare, ma prende sempre posizione sulle questioni di attualità cestistica: la querelle giocatori stranieri vs italiani – perlopiù un falso problema – il rinnovamento del sistema arbitrale, la dialettica adesione-rifiuto al mondo Nba. Il tutto senza dimenticare di continuare a studiare, a scavare, per arrivare il più possibile vicino al cuore del Gioco più bello del mondo.

 

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