Le parole sono importanti. Riflessione sulle scelte di un famoso opinionista italiano

di Silvia Costantino

suzanne warren/crazy eyes
Suzanne “Crazy Eyes” Warren

Quando sono a casa ho spesso sottomano “D” di repubblica, il settimanale delle donne democratiche ma sempre alla moda. E, considerandomi io una donna d’inclinazione democratica con vaghe ambizioni modaiole e soprattutto fotografiche, mi ritrovo spesso a sfogliarlo, guardando i servizi per criticarli con l’acume della wannabe photographer o semplicemente per invidiarli. Talvolta leggo anche i servizi.
Un tempo seguivo con fervore quasi idolatra la rubrica di Vittorio Zucconi, che prima si chiamava “Storie dall’altro mondo” ed era acuta e divertente (se non ricordo male), poi è diventata “Hotel America” ed era già un po’ più sciapa, infine, noto ora, ha direttamente perso il nome e si chiama solo “Vittorio Zucconi”.

L’ho notato perché l’articolo del numero di questa settimana si intitola La bimba è giusta, ma il papà ha il colore sbagliato, e il sottotitolo in azzurrino recita «[…] La banca dello sperma ha però fatto un errore. Rivelatore anche di pregiudizi».

La storia che Zucconi sceglie di raccontare questa settimana è la seguente: due donne, compagne da anni, decidono di avere un figlio tramite la fecondazione assistita. Una delle due, entrambe bianche, si sottopone alla procedura dopo la scelta accurata di un donatore, del tutto anonimo, la cui unica certezza doveva essere il colore della pelle. Le donne avevano scelto un donatore “caucasico”, insomma uno che rispecchiasse le loro caratteristiche genetiche. Insomma, come nel più stupido dei comedy movie, alla banca del seme si sbagliano e la bambina che nasce è mulatta, perché il seme apparteneva a un donatore nero.
Solo che non si tratta di un film, e le gag comiche scarseggiano. Passano due anni e le donne decidono di fare causa alla banca del seme perché la loro situazione, dicono, diventa insostenibile: nel paese in cui abitano i pregiudizi razziali sono enormi e la vita della piccola, costretta ad andare unica nera in una scuola di bianchi e varie altre amenità, è troppo ingiustamente difficile.

Quali sono dunque secondo Zucconi i pregiudizi che questa situazione rivela? Forse quelli della cittadina che (mi immagino io) si ritrova ad avere a che fare con una coppia lesbica dotata per giunta di figlia nera? Quelli che la bambina si trova catapultata addosso (non solo ‘perché ho due mamme’, ma anche ‘perché io sono nera e voi siete bianche’?)? Quelli della coppia?
Zucconi se la prende con le due donne, accusandole sostanzialmente di avidità e disamore nei confronti della bambina, di incapacità di accettare una figlia ‘diversa’. E fin qui, con la dovuta riflessione critica, si potrebbe arrivare a dargli ragione. Il problema è che poi Zucconi non prosegue interrogandosi sui limiti della società e sulle questioni che la sempre più evanescente idea della “famiglia tradizionale” pone, né esamina la criticità della situazione che prende in esame. No, Vittorio Zucconi chiude il pezzo con un paragrafo degno del migliore Adinolfi. Questo.

Ma in questo dramma, per ora nessuno pensa a lei, alla bambina che fra qualche anno scoprirà di essere “una bambina sbagliata”. Che non potrà essere restituita come i jeans.

Andando a cercare informazioni su altri siti, si leggono ovunque analisi più accurate, schierate in diversi punti dello spettro delle possibili opinioni. Per esempio, su Advocate, si legge che

Because of [her white] background and upbringing, Jennifer acknowledges her limited cultural competency relative to African-Americans and steep learning curve, particularly in small, homogenous Uniontown, which she regards as too racially intolerant

Non esattamente di un caso di disamore nei confronti di un indumento che non calza più bene, sembrerebbe. La questione dell’acconciatura della bambina, che pare un aspetto superfluo, è in realtà rilevante (non a caso ne parlano molti degli articoli consultati): le due donne non hanno idea di come si trattano i capelli di una bambina afroamericana e devono rivolgersi ai saloni del quartiere nero, che non gradisce la loro presenza. Sembra ancora una volta una scena da sitcom, eppure il fatto stesso che si citi una separazione tra quartiere bianco e quartiere nero mostra che, almeno nella cittadina dell’Ohio di cui si parla, la situazione potrebbe essere davvero difficilmente gestibile.

Zucconi preferisce iniziare il suo pezzo con il suo solito tono ironico, tutto divertito all’idea che il famoso mater semper certa, pater numquam si possa utilizzare anche in una situazione in cui il padre non dovrebbe proprio esserci, e però poi, preso da quell’irrefrenabile bigottismo che pare emergere ogni volta che vengono toccati temi scomodi se non pruriginosi qui in Italia (e qui ce ne sono almeno tre: fecondazione assistita, lesbiche, mix razziali), torna sul vecchio adagio “E I BAMBINI? CHI PENSA AI BAMBINI?” tipico di quella vuota retorica destrorsa che ultimamente sta prendendo sempre più piede a casa nostra.
Si mettono in luce le buone intenzioni della banca del seme, che si offre di risarcire il prezzo dell’articolo acquistato «spedizione e contenitore frigorifero inclusi», e che tenta «invano di far notare che la bambina è una bella bambina sana, robusta e per ora di buonissimo carattere»: sembra che sia la banca sia Zucconi si siano dimenticati del fatto che se la bambina è sana, robusta e di buonissimo carattere (per come la mettono, peraltro, sembra quasi che si tratti di un cagnolino: seduta! – bau.) è merito delle donne che hanno fatto di tutto per farla crescere sana, robusta e di buon carattere. Non a caso, mi permetto di aggiungere io, sono passati due anni, e non un giorno da quando la bambina è arrivata in famiglia.
Al netto delle speculazioni di Zucconi, e con lui di buona parte dei suoi lettori, la questione è davvero eticamente intricata, e anche in America ha suscitato numerose polemiche: qui è possibile leggere il commento di una donna afroamericana secondo cui la coppia sta meramente sfruttando la sua white privilege card per ottenere dei soldi e uscire con agio da una situazione difficile, quando le donne nere si trovano ad affrontare ogni giorno gli stessi problemi. Sicuramente ci sono molti interrogativi da porsi: è legittimo che in un mondo che si vuole sempre più aperto alle famiglie “non tradizionali” si possa ancora sentirsi così sconvolti dalla nascita di un figlio di colore diverso dal proprio, tanto da avere problemi psichici nell’allevarlo? Sono molti ormai i genitori che hanno figli di etnie e nazionalità diverse, grazie all’adozione, come fanno notare alcuni commentatori su vari siti italiani e americani. Quest’ultimo argomento mi pare, in verità, tanto capzioso quanto quello di chi dice che le donne non pensano alla figlia: se avessero voluto adottare un bambino di altra etnia lo avrebbero fatto e ne avrebbero affrontato le conseguenze. Ma queste donne volevano un figlio loro e con un corredo genetico simile al loro, per vivere nel paese in cui loro già abitavano e favorirne una crescita non troppo traumatica, e non erano preparate alla novità, dovuta ad un errore della banca del seme cui hanno fatto causa. Giusto? Sbagliato? Legittimo ma eticamente sbagliato? Possiamo discuterne, il dibattito sarà sicuramente complesso e fertile.

Quello che qui vorrei però mettere in luce non è il comportamento della coppia, ma il modo in cui Vittorio Zucconi, giornalista bianco e italiano con un’ampia schiera di lettori in Italia, che da anni vive in America, racconta la storia. Ci si aspettava, almeno io ingenuamente mi aspettavo, un articolo differente: certo, compresso nel limite delle battute della rubrica, quindi con grandi semplificazioni e poche citazioni, certo, con un più che comprensibile margine di dubbio sulla legittimità della richiesta delle due donne. Un articolo magari che davvero mirasse a evidenziare il sottile razzismo della coppia dell’Ohio: essere gay, del resto, non implica automaticamente l’apertura mentale nei confronti di tutte le minoranze. E bisogna dire a onore del vero che Zucconi non pone assolutamente l’accento sulla questione dell’omogenitorialità ma su quella, più generica e più importante, della genitorialità. Questo, in via teorica, è apprezzabile. E però, con quel non troppo velato “CHI PENSA AI BAMBINI” che emerge nell’ultimo paragrafo, quell’irrefrenabile desiderio di mostrare la propria anima bella, fin troppo spesso confuso con l’etica, ogni sforzo di riflessione seria sulla questione è vanificato. Lo sarebbe per l’America, dove abbiamo visto che il problema viene affrontato in modo più complesso e decisamente più sfaccettato; lo è sicuramente per l’Italia. Non si possono portare in Italia questioni così importanti utilizzando questo registro e questo lessico, non lo può fare chi ha un seguito così esteso – ecco, questo è eticamente sbagliato, per chi si professa giornalista di sinistra.

Perché il problema è che, in un momento tanto delicato per la situazione italiana sulle questioni sia delle coppie omosessuali sia della fecondazione assistita, un articolo scritto in quel modo getta tanta, ma veramente tanta, acqua al mulino dei paladini della “legge naturale”. Cosa c’è di diverso tra l’articolo di Zucconi e quello che si può leggere su Tempi – con un buon antiacido accanto – se non il fatto che quello di Tempi è più lungo e nettamente più gay-obsessed? Perché, alla fine della lettura del breve pezzo su D, ciò che rimane impresso non è l’interrogativo sulla legittimità della richiesta delle donne, ma un’affermazione violenta sull’egoismo di una coppia (che, per peggiorare le cose, è GAY) che si è ritrovata (attraverso METODI NON NATURALI) una «bambina sbagliata» (EUGENETICA!!1!).
Grazie, Zucconi, le sentinelle in piedi ringraziano per la sponda.

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. levacci ha detto:

    Articolo interessantissimo.

    A un certo punto scrivi: “Ma queste donne volevano un figlio loro e con un corredo genetico simile al loro, per vivere nel paese in cui loro già abitavano e favorirne una crescita non troppo traumatica (…). Giusto? Sbagliato? Possiamo discuterne.” Mi pare – correggimi se sbaglio, ma si sembra che emerga con una certa forza sottotraccia – che la tua posizione sia che è giusto, pur nelle difficoltà di esprimere un giudizio conclusivo. Per me, pur nelle stesse identiche difficoltà, è sostanzialmente sbagliato. E per due ragioni principali.

    In primo luogo, non credo che il diritto a farsi una famiglia (che ovviamente deve essere universale, ecc.) possa incorporare il diritto ad avere un figlio con un corredo geneticamente simile al proprio; ammetterlo fa rientrare dalla finestra quella stessa nozione di famiglia naturale (e per esempio di eccezionalità del figlio naturale su altre forme di famiglia) che avversiamo costantemente. E il fatto che oggi questo diritto esista non ci dice assolutamente nulla, ovviamente, sulla sua sensatezza etica o politica.

    In secondo luogo, e si riallaccia con il commento della donna afroamericana che hai citato (e che per me è miratissimo), l’essere-neri-in-Ohio è una condizione che riguarda migliaia di persone. E c’è qualcosa di culturalmente odioso – o comunque estraneo al mio orizzonte, umano e politico – nel voler vivere questa condizione in forma di risarcimento e non resistenziale. Questa coppia è finita in contatto con una genere di discriminazione che prima non subiva. Poteva non capitare, ma è capitato: e l’assorbimento di qualcuno entro i confini di una discriminazione che non gli apparteneva è un processo che – fintanto che si vive in un mondo ingiusto come questo – capita ininterrottamente. Che si deve fare? In che senso il fatto che la tipa sia di colore rende il mondo che abitano peggiore rispetto all’alternativa? Non si rischia di considerare le proprie discriminazioni, o identità, come prioritarie rispetto a tutte le altre?

  2. Elena Marino ha detto:

    L’ha ribloggato su EMre ha commentato:
    riflettere… le cose non sono mai così semplici come sembrano a prima pancia…

  3. Alice ha detto:

    Concordo, articolo interessante.

    Sarò forse troppo pragmatica io, ma prima di tutte le varie considerazioni morali, etiche e politiche, sulle quali si potrebbe stare a discutere all’infinito, mi viene in mente, come nodo della questione, un’altra cosa: con l’accesso alla fecondazione in vitro le due donne hanno richiesto, e pagato, un servizio. Il servizio è stato reso in modo parzialmente inefficiente causando loro un danno a livello di, diciamo, qualità della vita. Non hanno il diritto di venire risarcite solo perché il “prodotto” in questione è un essere umano?
    Specifico che, proprio perché si tratta di un essere umano, mi pare che non sia mai stata presa in considerazione l’idea della restituzione del “prodotto”, tantomeno che sia stato definito difettoso.

    Quanto al discorso sul commento della donna afroamericana ritengo che, alla luce di quanto ho appena scritto, ci siano esattamente tutti i diritti per vivere questa condizione in forma di risarcimento. Vero che l’essere-neri-in-Ohio è una condizione che riguarda migliaia di persone, ma il 99% per cento di queste persone sarà nera in una famiglia di neri, quindi con alle spalle una famiglia e una comunità a supporto. Il restante 1%, ipotizziamo, sarà stato adottato in piena consapevolezza. Anche io dubito fortemente, infatti, che se le due donne avessero deciso spontaneamente di adottare una bambina di colore poi avrebbero tentato di sfruttare la loro cosiddetta “white privilege card”.

    Insomma, sulla questione di questa coppia e questa bambina, visti i temi che tocca, mi sembra stiano facendo tutti a gara a chi è anima più bella (o a chi è più discriminato).

    P.S. Ah, una piccola considerazione generale: non per fare, appunto, una gara a chi è più discriminato o considerare le proprie identità prioritarie rispetto alle altre, ma molte persone omosessuali sanno bene cosa significhi sentirsi estranei alla propria famiglia e alla comunità di cui fa parte a un livello più profondo di quello che può essere il carattere o le idee. Il fatto che a tavola per la cena del giorno del Ringraziamento questa cosa, al contrario del colore della pelle, non si veda (come dice Denene Millner) secondo me è anche peggio. Ma capisco che questo concetto per molte persone sia difficile da cogliere subito.

    (Volevo poi chiedere delucidazioni su “l’assorbimento di qualcuno entro i confini di una discriminazione che non gli apparteneva è un processo che (…) capita ininterrottamente”. Posso avere qualche esempio?)

    1. levacci ha detto:

      Davvero vuoi esempi di questo fenomeno?

      1) Mutate condizioni economiche: ex-ceto medio che nell’arco di una generazione, o all’interno di una singola vita, o più volte nella stessa vita (la frequenza dipende molto dalla mobilità sociale del paese in cui sta) inizia a ricevere discriminazioni sociali che priva non riceveva; e.g. diventare poveri.
      2) Mutate condizioni politiche: per esempio, sei parte di un gruppo sociale, religioso, razziale, ecc. che prima non veniva discriminato e in seguito a un qualche evento (vittoria democratica, colpo di stato, guerra) inizia ad esserlo.
      3) Qualsiasi combinazione di 1. e 2. Per dire, buona parte delle migrazioni conteporanee contemplano uno o più di questi assorbimenti.

      Comunque tutto questo non è l’eccezione, ma la regola. Al punto che forse non ho capito la domanda: davvero non ti sembra che il confine delle discriminazioni che un essere umano può ricevere è una roba mobile, e parecchio dipendente dalle condizioni sociali e politiche in cui si trova a vivere?

      1. Alice ha detto:

        La domanda era semplicissima e senza dietrologie, esattamente come l’ho posta ed esclusivamente per avere conferme su quello che potevo aver dedotto. La tua domanda “davvero non ti sembra che il confine delle discriminazioni che un essere umano può ricevere è una roba mobile, e parecchio dipendente dalle condizioni sociali e politiche in cui si trova a vivere?”, invece, mi sembra una bella insinuazione di cose che non ho né scritto né pensato.

  4. Due cose mi disturbano di tutto il caso mediatico (e non mi riferisco specificatamente a questo articolo né a quello di Zucconi). In primis il fatto che implicitamente si sia chiamati a giudicare la legittimità della richiesta di una coppia privata, entrando per altro nel merito di motivazioni individuali che non vengono chiaramente spiegate. Ad esempio, non capisco cosa significhi che il risarcimento dovrebbe essere usato per garantire una educazione adeguata alla ragazzina: dovrebbero iscriverla in una scuola per afro-americani? darle un prof. privato che le illustri la cultura del suo “popolo” nei secoli? Ha un senso tutto ciò? Ecco, dopo essermi posta queste domande mi vien da rispondermi che in ogni caso saranno anche fatti loro.

    In secondo luogo non riesco a non concordare con Levacci e quindi (facendo io stessa esattamente ciò che mi disturba, giudicare l’atteggiamento di una coppia privata di cui non so abbastanza) mi disturba il fatto che si possa vivere tutto questo con un atteggiamento non resistenziale. Per altro mi vien da dire che di famiglie che si trovano senza volerlo impreparate, per il loro background, ad affrontare un gap di qualunque tipo tra genitori e figli ce ne sono a bizzeffe (famiglie di genitori che hanno passato la vita a usare “frocio” come insulto scanzonato, e che si trovano improvvisamente a non saper affrontare l’omosessualità dei figli; genitori che affrontano una inaspettata disabilità del figlio neonato, e quindi il rischio di una discriminazione futura nel corso di tutta la sua vita).

    Dopodiché, resta comunque un altro punto di vista, quello meramente economico: le due hanno pagato (immagino per altro profumatamente) per un servizio che prometteva degli standard e non contemplava un tale errore. Prodottosi l’errore, il risarcimento monetario è nella logica delle cose stesse, a prescindere da tutto, e tirare in ballo fattori sentimentali per non pagare (tipo “la bambina è buona e sana”) mi sembra una linea di difesa semplicemente ipocrita.

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