Quanto ci vuole da Milano a Malmö? Una recensione a Io sto con la sposa

di Lorenzo Mecozzi

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Malmö è, “per numero di abitanti e per dimensione”, la terza città della Svezia, senza particolari attrattive turistiche se non, forse, l’aver dato i natali ad Anita Ekberg e Zlatan Ibrahimovic. Non una meta particolarmente ambita, insomma, e non una “capitale europea” verso la quale muoversi per un viaggio last-minute nel weekend. Non è neanche particolarmente facile da raggiungere, con l’aeroporto cittadino distante una trentina di kilometri dalla città e mal collegato con i maggiori centri europei. Eppure bastano poche centinaia di euro per arrivare a Stoccolma (da Pisa, Milano, Roma, persino dal piccolo Raffaello Sanzio di Ancona), e da lì prendere un treno o un autobus per proseguire fino a destinazione. Si tratta di un viaggio come tanti, come i milioni di spostamenti che avvengono ogni giorno all’interno dell’Europa di Schengen, o tra i paesi del primo mondo.
L’importante, però, è avere un passaporto o una carta d’identità, perché se invece si ha la sfortuna di nascere in Siria, o in Palestina, di non avere una cittadinanza, di trovarsi a vivere la condizione di rifugiato politico, di clandestino, di irregolare – potrà suonare retorico ma è così – il viaggio per Malmö può complicarsi tremendamente. È quanto accade alla maggior parte dei profughi che arrivano dal Medio Oriente in Italia, per i quali il nostro paese, al contrario di quanto la becera retorica dell’invasione vorrebbe far credere, rappresenta solo una tappa di passaggio all’interno del più lungo viaggio verso mete più accoglienti come la Svezia. Per loro si tratta di un viaggio illegale, per affrontare il quale è necessario rivolgersi al mercato nero, che in cambio di soldi (molti) non offre nessuna garanzia.
Quelle frontiere che per altri non esistono, per quegli uomini e quelle donne che loro malgrado sono costretti ad abbandonare i propri paesi di origine per mettersi in viaggio verso la speranza di una vita normale, divengono un’esperienza tangibile. Quelle frontiere significano sfruttamento e mercimonio dei loro desideri, autorizzando il traffico illegale della loro volontà di normalità: sono i loro corpi, prima ancora che le loro azioni o i loro comportamenti, a divenire illegali a causa di quelle frontiere. Per queste ragioni, quindi, Io sto con la sposa è il film perfetto per raccontare la condizione di queste persone: perché prima di essere un documentario che racconta una realtà che ci circonda ma che vorremmo non ci riguardasse, il film la realtà la modifica attraverso un’azione di disobbedienza civile che pone al centro del racconto i corpi degli uomini e delle donne che hanno deciso di mettere in gioco i propri diritti affinché possano avere voce anche quelle persone che quei diritti non li hanno.

Io sto con la sposa è un progetto nato poco più di un anno fa per mano del giornalista Gabriele Del Grande (che del tema dell’immigrazione e della “Fortezza Europa” si occupa già da qualche anno sul suo blog), del regista Antonio Augugliaro e del poeta Khaled Soliman Al Nassiry. L’idea era quella di permettere a cinque rifugiati politici siriani e palestinesi di raggiungere la Svezia senza ricorrere al mercato nero dei trafficanti, documentando i quattro giorni di viaggio necessari per compiere il tragitto tra Malmö e Milano e farne un film. Per realizzare il progetto, insieme ad una quindicina di volontari, decidono di organizzare un finto corteo nuziale che attraverso Francia, Lussemburgo, Germania e Danimarca avrebbe permesso ad Abdallah, a Mona e Ahmed, al giovane Manar e a suo padre Alaa di evitare i controlli doganali e raggiungere Malmö. Se fossero stati fermati dalla polizia i cinque rifugiati sarebbero stati rimandati in Italia, mentre tutti i volontari con passaporto europeo (tra cui anche Al Nassiry e Tasneem Fared, la “sposa”) avrebbero rischiato 15 anni di carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Nonostante il corteo sia giunto a destinazione, però, solo Abdallah, Mona e Ahmed sono potuti restare in Svezia, mentre Manar ed Alaa, al quale erano state prese le impronte digitali a Lampedusa, sono stati costretti a tornare in Italia. Eppure, al di là della riuscita solo parziale dell’operazione, il documentario di Del Grande, Augugliaro e Al Nassiry resta un incommensurabile documento di umanità. Dei quattro giorni del viaggio restano infatti i momenti più significativi, la solidarietà espressa dalla gente incontrata a Marsiglia, la serata di poesia e canti in Germania, i momenti di comunione e di fratellanza nati dalla convivenza durante l’intero percorso. Resta l’attraversamento a piedi del confine italo-francese, attraverso un varco nella rete metallica sopra Ventimiglia che veniva utilizzato dai partigiani durante la seconda Guerra Mondiale. Restano, soprattutto, i momenti musicali del film, la cui colonna sonora è composta quasi esclusivamente dai canti intonati dai cinque protagonisti veri della pellicola.

Attraverso la loro lingua, Abdallah, Monda, Ahmed, Manar ed Alaa esprimono i loro sentimenti di speranza e di resistenza, riuscendo a tramutare la nostalgia per i loro paesi in un positivo desiderio di riscatto. Ciò che emerge dalle loro canzoni, infatti, è come in ognuno di loro sia viva la speranza di poter ritornare, un giorno, in quei territori che sono stati costretti ad abbandonare, ma soprattutto ciò che colpisce lo spettatore è il sentimento di fratellanza che si sprigiona ogni volta che uno di loro inizia a cantare. Tutte le canzoni sono, per così dire, coniugate al plurale, parlano di una sorte condivisa, come condivisi sono i sentimenti di appartenenza che veicolano.
Se ciò avviene, però, è perché per ognuno di loro vale quanto afferma Tasneem Fared (la “sposa”) a circa metà del viaggio: “C’è un sole unico per tutta l’umanità, una sola luna. Anche il mare è di tutti, così la vita. È di tutti e per tutti”. Si tratta di uno dei momenti in cui i protagonisti del documentario prendono la parola e raccontano la propria esperienza, testimoniando come la fuga dai paesi in guerra sia solo la necessaria premessa ad un futuro ritorno. È sempre Tasneem a spiegarlo: anche mentre è in auto verso la Svezia infondo un po’ vorrebbe ancora essere in Siria, perché i ragazzi che lì stanno combattendo non lo fanno per una terra disabitata o per una città vuota, ma per i ragazzi e le ragazze che lì vivono o vogliono tornare a vivere. Così il film diviene anche un omaggio per chi non è potuto scappare, per chi è morto difendendo la propria terra o anche in mare, nel tentativo di trovare la salvezza in Italia e in Europa. Il racconto delle vite dei protagonisti diviene il mezzo per legare l’esperienza della lotta in Siria e in Palestina con la lotta quotidiana dei migranti giunti in Europa, che devono combattere per affermare la propria dignità di esseri umani attraverso il riconoscimento della loro condizione di cittadini.

È soprattutto ad Abdallah che spetta il compito di resistere all’oblio di chi non ce l’ha fatta. Così in una casa abbandonata, poco prima del confine con la Francia, inizia a scrivere con un gessetto sul muro i nomi degli amici morti durante la traversata in mare. La parola dunque, sia attraverso le scrittura che l’oralità, diviene il mezzo attraverso il quale perpetuare un atto di resistenza: una resistenza che però è, e deve essere, innanzitutto disobbedienza, perché ciò che emerge con più forza dal film è proprio la consapevolezza che di fronte ad un’ingiustizia ciò che è giusto e ciò che è sbagliato non può più essere misurato attraverso la categoria di legalità.

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