“What happens to the body during sex” – Su Masters of Sex di Michelle Ashford

di Chiara Impellizzeri e Marco Mongelli

Masters-of-Sex-Copertina

Masters of Sex ha da poco concluso la sua seconda stagione ed è stato rinnovato per una terza. Il “period drama” firmato Michelle Ashford e trasmesso da Showtime (il canale di Dexter e che ora ha in Homeland – al via domenica scorsa per la quarta stagione – il suo show di punta) era stato una delle novità più originali della scorsa stagione televisiva e quest’anno ha dimostrato una sostanziale continuità estetica e narrativa, confermando pregi e difetti e cercando ben poche soluzioni di rinnovamento. Masters of Sex è basato sulla storia vera del Dr. William Masters (Michael Sheen) e della sua assistente Virginia Johnson (Lizzy Caplan), quei pionieri che “insegnarono all’America come fare l’amore” attraverso una serie di rivoluzionari studi sul comportamento fisico dell’uomo e della donna durante i rapporti sessuali. La serie prende questa storia (portata alla luce da una biografia del 2009) e la inserisce nel suo contesto storico di appartenenza, ovvero il Midwest degli anni anni ‘50. St. Louis diviene dunque il luogo dove una serie di tabù sulla sessualità vengono infranti ma dove allo stesso tempo le relazioni inter-personali restano soggette alla propria epoca.

Il primo aspetto da rilevare riguardo Masters of Sex è che essa rappresenta la prima serie che esplicitamente cita Mad Men riprendendone modelli tecnici ed estetici. Questo fatto però, evidente sin dalle locandine di promozione dello show e poi dalle primissime immagini, ci dice più della serie di Weiner che di quella della Ashford, perché rappresenta per Mad Men una sorta di storicizzazione precoce (anzi “in vita” dato che la serie si concluderà solo il prossimo anno).

Masters of Sex, infatti, è un prodotto radicalmente diverso perché, a differenza di Mad Men, non ha l’ambizione di raccontare l’evoluzione della società americana attraverso una narrazione corale, ma di “romanzare” dei fatti realmente avvenuti partendo da due biografie precise. Di conseguenza l’uso della colonna sonora sarà meno puntuale e più libero e soprattutto la fotografia e i costumi meno naturali, quasi a mostrarne la funzione di calco (storico, rispetto all’America che si rappresenta, e di codice, rispetto alla serie che per prima ha portato ai massimi livelli questa operazione).
Il registro della serie è di stampo realistico ma si vena spesso e volentieri di toni comici e drammatici. La messa in scena della sessualità in molte sue forme, infatti, provoca delle reazioni che la serie enfatizza o in direzione dell’indignazione perbenista o dell’eccitazione malcelata. In entrambi i casi, l’effetto è un comico allusivo che non di rado tange lo sketch da varietà. La serietà delle vite rappresentate, inoltre, non è di natura tragica ma quasi sempre (melo)drammatica.

Considerata la qualità complessiva e l’ambiziosità del progetto, le pecche che la serie possiede pesano maggiormente sulla sua struttura. La seconda metà della prima stagione, ad esempio, presenta un eccessivo ammiccamento verso il pubblico, dei protagonisti troppo autocompiaciuti nel loro ruolo e una costruzione della storia che risulta artificiale. Quasi interamente schiacciata sul presente narrativo, la serie manca spesso di una caratterizzazione dei personaggi, e non riesce a motivare e contestualizzare le psicologie individuali all’interno di una precisa storia personale: di Virginia, di Betty, di Libby, dopo 24 puntate sappiamo ancora troppo poco rispetto a quanto ci è stato mostrato.
Nevrosi e traumi psicologici, piuttosto che essere mostrati con coerenza nel procedere della serie, appaiono spesso “detti”, spiegati dagli stessi personaggi, in momenti di violento confronto drammatico. Quando il passato è invece raccontato, la storia cade spesso in uno schematismo psicologico che risulta artificiale, ancorato a una rappresentazione stereotipata dei ruoli in gioco. In generale, i personaggi sembrano provenire da un mondo molto più moderno rispetto a quello al quale dovrebbero appartenere, eccezionalmente capaci di resistere alle pressioni sociali, morali e culturali dell’epoca, pressioni che del resto si è scelto di evocare piuttosto con toni comico-grotteschi: è il caso, ad esempio, della solidità e dell’ironia non comune con la quale Virginia risponde alle avances dei medici che la considerano una donna facile.
Manca infine una gestione equilibrata della struttura narrativa che, se da un lato cura con costanza lo sviluppo del plot principale – le ricerche di Masters e Johnson e la relazione tra i due – dall’altro non sempre riesce a sviluppare coerentemente le trame secondarie, integrandole con continuità nella successione degli episodi, e anzi, arrivando spesso a trascurarle o dimenticarle improvvisamente da una puntata all’altra. Disomogeneo è anche il ritmo narrativo, se si pensa che a un gioiellino come la puntata monografica The Fight (2×04), circoscritta nello spazio chiuso di una stanza d’albergo, dove la stasi permetteva di tracciare compiutamente la tensione e le complessità del rapporto Virginia-William, seguono degli episodi che concentrano troppe svolte significative nel ristretto spazio di poche puntate, allontanandosi, così, dal modello narrativo di Mad Men.

A fronte di queste mancanze, la serie brilla invece nel presentare in ogni episodio un tema relativo alla sessualità umana, giocando a rovesciare i più comuni pregiudizi e stereotipi, e unendo tanto l’aspetto scientifico-divulgativo (la fisiologia del sesso, scandagliata attraverso le ricerche di Masters&Johnson) a quello psicologico: ne risulta un discorso non banale, capace di legare, all’interno della narrazione, la sessualità alle dinamiche di potere, ai ruoli sociali e allo sfondo storico.
Particolare attenzione meritano i modi in cui la serie tratta i rapporti tra omosessualità e matrimonio, tra le prostitute e il piacere sessuale, analizza le disfunzioni sessuali maschili e femminili, introduce un parallelo tra forme di subordinarietà diverse (la casalinga americana da un lato, gli afroamericani dall’altro), esplora sottili dinamiche di sfruttamento sessuale, non solo nel più comune rapporto tra un superiore (uomo) e una donna (molto ambiguo, in questo, è proprio il rapporto tra Bill e Virginia) ma anche, a parti rovesciate, tra una donna e un uomo, o concentra infine in Virginia l’alternativa tragica tra famiglia e carriera, mostrando il progressivo sacrificio del ruolo di madre per quello di lavoratrice. Su tutta la durata della seconda stagione, infine, è molto riuscito il movimento che introduce, all’interno della ricerca di Masters&Johnson, il tema degli stereotipi razzisti sulla sessualità dei neri, per poi allargare progressivamente il discorso alle rivolte sociali degli anni Sessanta, materializzando ironicamente, all’interno della trama, proprio uno dei peggiori “fantasmi” del maschio occidentale.
Il finale di stagione di domenica scorsa, dal titolo divertitamente allusivo, “The Revolution Will Not Be Televised“, ha rimesso in discussione parecchi aspetti della serie, dando retrospettivamente un senso a molte (non) scelte di sceneggiatura precedenti, colmando alcuni vuoti narrativi, e facendo così assumere alla Storia con la s maiuscola (in questo caso l’elezione di Kennedy) una consistenza ben più rilevante, che si riverbera nella “storia minuscola” raccontata (la rivoluzione scientifica).

Un giudizio complessivo dunque difficilmente potrà risolvere complessità e oscillazioni della serie. Masters of sex  alterna momenti estremamente riusciti ad altri decisamente evitabili, spesso nell’arco di due scene consecutive; eppure, nonostante i difetti elencati, la serie si lascia sempre guardare con interesse (e non è poco) e non porta mai a considerare di abbandonarla: insomma, se non è un capolavoro immediatamente storicizzabile, non è neanche un prodotto di “genere” o di nicchia. Difficile dire se, al di là del suo carattere visivo spesso molto esplicito, la serie rimarrà, ma certo al momento non può essere trascurata. In definitiva Masters of Sex testimonia ancora una volta della varietà e maturità del mondo televisivo americano: ci auguriamo però che nelle prossime stagioni possa arricchire la sua parabola creativa ed estetica in una direzione più coesa.

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