Se il cinema scopre la ‘ndrangheta. Su Anime nere di Francesco Munzi.

di Valerio Valentini 

copertina anime nere

La ‘ndrangheta sconosciuta al cinema

Nella cultura della maggioranza degli Italiani sono presenti, anche se in forme stereotipate, la Camorra e Cosa Nostra siciliana. Quasi tutti hanno almeno sentito nominare Francesco Schiavone Sandokan, o Raffaele Cutolo, Totò Riina o Bernardo Provenzano; quasi tutti, seppur vagamente, sarebbero in grado di collegare determinati luoghi (Scampia, Casal di Principe, Corleone) alle organizzazioni criminali che li hanno sciaguratamente resi famosi. Invece sono pochissimi gli Italiani che saprebbero dire chi siano Pasquale Condello o Paolo De Stefano, e per i quali toponimi come San Luca o Platì significhino qualcosa.

Se la ‘ndrangheta fa così fatica ad entrare nel patrimonio della conoscenza, o quantomeno dell’immaginario del nostro popolo – oltreché nel suo codice penale, nel quale la menzione specifica del reato di ‘ndrangheta è stata inserita non più tardi di quattro anni fa – lo si deve anche alla mancanza di qualsiasi forma di efficace narrazione cinematografica della criminalità calabrese. A dare un’idea di cosa siano la Camorra e la Mafia siciliana, o anche solo a suscitare qualche curiosità sul tema, soprattutto nei giovani, hanno concorso in maniera straordinaria, negli ultimi quindici anni, Gomorra e Fortapàsc, I cento passi e le tante fiction (non tutte meritevoli, lo so) su Falcone e Borsellino e su squadre antimafia più o meno improbabili. Della ‘ndrangheta, invece, cioè dell’organizzazione criminale più potente d’Europa, l’unica radicata in tutti i cinque continenti, cinema e TV hanno raccontato ben poco che riuscisse a coinvolgere una massa di persone più ampia di quella degli appassionati di storia criminale. Anime nere di Francesco Munzi è sicuramente il primo film (tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco) che può infrangere questa marginalità e invogliare ad approfondire la conoscenza di un aspetto così fondamentale della nostra società. Che quest’opera valga, da sola, a dare al discorso sulla ‘ndrangheta la gravità che merita, è sicuramente difficile da sostenere; ma è indubbio che segni un’inversione di tendenza, un coraggioso tentativo che magari ispirerà altri artisti.

Un primo motivo di interesse di questo film è che esso, implicitamente, riflette proprio sulle ragioni che hanno garantito alla ‘ndrangheta una forma di invisibilità, di sottovalutazione da parte di istituzioni e media.
Innanzitutto l’assenza di sfarzo: la casa natale dei boss, situata al culmine di una via malamente asfaltata, è una delle tante costruzioni non finite, coi muri non intonacati, che si vedono in Calabria; all’interno vi si scartano regali costosissimi e si collezionano orologi di classe, ma fuori nulla deve denunciare alcuna smisurata opulenza. Tutto ciò rivela qualcosa di profondo della mentalità ‘ndranghetista, capace di rinunciare allo sfoggio pacchiano del lusso molto più di quanto non facciano tanti boss della Camorra. È proprio il dissimulare la propria ricchezza e ribadire al contempo la propria autorità – nessuno, nel pranzo di famiglia, può osare ribattere ad una proposta dell’anziano capobastone, neppure con una battuta, neppure se quel boss sta decidendo della sorte di un figlio non suo – che fa guadagnare rispettabilità all’interno delle ‘ndrine: e questo il film lo mostra chiaramente, senza indulgere ad alcuno stereotipo di genere.

Altro elemento che, proprio per la sua assenza, risalta all’interno di Anime nere è il rifiuto alla violenza come atto eclatante. La guerra dev’essere soltanto una extrema ratio, e anche quando non la si può evitare, va consumata con azioni mirate e circoscritte. Che la ‘ndrangheta sia la meno nota delle principali organizzazioni criminali è dovuto soprattutto al fatto che i suoi affiliati hanno sempre rinunciato a mettere in pratica strategie stragiste clamorose come quelle perseguite da Cosa Nostra a cavallo tra anni ’80 e ’90. E quando – come avviene nel film – i giovani si rivelano troppo avventati, è compito dei boss più anziani di richiamarli all’ordine. Un’intercettazione del settembre 2007 ha registrato un capobastone di Gioia Tauro – ma potrebbe benissimo trattarsi del Rocco (Peppino Mazzotta) di Anime nere – mentre rimproverava il nipote proprio per questi motivi: se uno zio si accorge che suo nipote è “scostumato”, spiegava, quello zio «gli deve dire “ti devi stare al posto tuo”, perché qui ci sono cento anni di storia che non la puoi guastare». La stabilità dell’organizzazione è garantita più dalla prudenza che non dalla ferocia.
Non a caso le uniche infrazioni a questa regola negli ultimi vent’anni, l’omicidio Fortugno nel 2005 e la strage di Duisburg nel 2007, si sono rivelate due errori da parte della ‘ndrangheta, che ha così per la prima volta palesato la propria potenza ai media e alle dormienti istituzioni italiane e europee.
Ed è interessante notare un’altra analogia tra il film e la storia recente: come la faida di San Luca, di cui la strage di Duisburg è l’atto culminante, scaturisce dal lancio di uova marce durante uno scherzo di carnevale, così la guerra tra i due clan in Anime nere viene innescata da una banale offesa («C’hanno detto che siamo dei quaquaraquà») che spinge il giovane Leo (Giuseppe Fumo) a dare inconsapevolmente avvio allo scontro. Due eventi apparentemente futili, ma che nei codici ‘ndranghetisti assumono significati tutt’altro che trascurabili.

Famiglia e clan: vincoli inscindibili

In ogni caso omicidi e agguati, pur giocando un’importanza assoluta per lo sviluppo della trama del film, ne costituiscono una parte per certi versi marginale. Più in generale, tutto ciò che si potrebbe semplicemente definire azione, e che è elemento costituivo del genere del cinema di mafia, in Anime nere fa soltanto da contorno a quello che è il vero soggetto del film, e cioè le dinamiche interne alla famiglia dei tre protagonisti, i fratelli Luciano (Fabrizio Ferracane), Rocco e Luigi (Marco Leonardi).
E qui veniamo ad un’altra fondamentale caratteristica propria della ‘ndrangheta che si riscontra in Anime nere: la centralità della famiglia di sangue. Francesco Munzi ha dichiarato che questo elemento è nato dalla sua voglia di fare di questo film non soltanto un film sulla ‘ndrangheta, ma un’opera che esplorasse i caratteri archetipici delle dinamiche famigliari (calabresi e non solo). Dinamiche che nel caso specifico sono segnate da tensioni sopite a fatica le quali, proprio nel momento in cui i fratelli decideranno di dichiarare guerra ad un altro clan, faranno implodere su se stessa la famiglia. Ma grazie a questo impianto narrativo il film mostra anche l’assoluta coincidenza, all’interno della ‘ndrangheta, del clan criminale col nucleo famigliare: i membri di una stessa ‘ndrina sono tra loro fratelli e cugini, padri, figli e nipoti. Un legame così stringente contribuisce a garantire una enorme fedeltà da parte degli affiliati, e una conseguente stabilità dell’associazione criminale.

La sacralità della famiglia e l’inalterabilità delle sue relazioni si rivela, per contrasto, soprattutto quando alcuni dei suoi componenti cercano di sottrarsi, in vari modi, ai ruoli che sono stati loro assegnati da leggi prestabilite. È il caso, in parte, di Rocco, secondogenito dei tre fratelli e boss moderno: un distinto imprenditore, con una famiglia tranquilla e una casa impeccabile, e con grossi interessi nell’edilizia milanese. Che il ripulire e investire denaro sia il suo scopo principale lo capiamo sin dalla prima scena di cui è protagonista, e nella quale, significativamente, il fruscio delle sue banconote nella macchina conta-soldi resta in sottofondo anche quando compare il titolo del film. Malgrado questo suo parziale affrancamento, questo suo tentativo di costruirsi una famiglia che sia svincolata dalle logiche criminali tradizionali, sarà costretto, dopo un’iniziale resistenza, a tornare in Calabria e invischiarsi nella faida che si è scatenata, trascinando anche sua moglie nel precipitare degli eventi. Sua moglie Vanessa (Barbora Bobulova), appunto, è l’emblema dell’impossibilità di intrattenere rapporti solo marginali con la ‘ndrangheta. Lei sa bene chi è suo marito – “Quando arrivano i pregiudicati per cena?”, gli chiede riferendosi al fratello Luigi e al nipote Leo – eppure si convince di poter non essere implicata nei suoi affari. Ma nonostante il suo tentativo – in parte altezzoso, in parte patetico – di dichiarare la sua estraneità rispetto ad un ambiente che aborrisce (è emblematico il rosso dei suoi capelli che rompe il grigio-nero del lutto durante la veglia alla salma di Rocco), verrà inevitabilmente anche lei ingurgitata dalla famiglia-clan, fino ad essere inibita, proprio da suo marito, dal poter rivendicare qualsiasi reale diversità.

Ovviamente colui che davvero sconta la condanna a non poter contravvenire alle prescrizioni della famiglia è Luciano, il fratello più grande che, dopo l’assassinio del padre (e dopo aver passato parecchi anni in prigione: questo è il romanzo a dircelo chiaramente), cerca in ogni modo di svincolarsi dal clan. Decide di abbandonare l’attività criminale e di dedicarsi all’agricoltura e all’allevamento delle sue capre, fa di tutto per trattenere suo figlio Leo dal diventare uno ‘ndranghetista: anche in questo caso è molto simbolica la scena in cui Luciano vuole impedire a Leo di partecipare ad una riunione tra gli affiliati. Ma è evidente che uscire dal clan, e impedire a suo figlio di diventarne un membro, implicherà inevitabilmente il dover infrangere i legami di sangue su cui la sua famiglia si regge, e in definitiva il ribellarsi alla sua stessa natura. (E qui il non detto conclusivo è forse l’elemento più bello del finale, una più che probabile citazione di Fratelli di Abel Ferrara, che però mostrava tutto).
Se Luciano incarna il punto di massima distanza rispetto all’accettazione delle logiche criminali, e Rocco è con esse in un rapporto problematico, cercando di dar loro una declinazione moderna, il terzogenito Luigi e il giovane Leo rappresentano, all’estremo opposto, la volontà di seguire in maniera totale tali logiche, al punto da lasciarsene sopraffare. Luigi è il boss che vuole sancire la propria superiorità su tutti, ma fin dall’inizio – fin da quando, con un entusiasmo infantile, decide di rubare delle pecore, o di farsi allestire uno spettacolo di lap-dance tutto per sé – si dimostra inadeguato alla missione che si propone di compiere. Discorso analogo per Leo: smanioso di dimostrarsi abbastanza forte da diventare anzitempo uno ‘ndranghetista di spicco, e anzi così forte da ignorare le raccomandazioni dello zio boss, si ritroverà, adolescente, a constatare la velleità della sua supposta forza nei corridoi della sua scuola – quella scuola che non ha saputo salvarlo – proprio come un adolescente.

Poi ci sono le donne, che nel film svolgono un ruolo che, a dispetto del poco spazio riservato loro, è determinante. E questo vale soprattutto per Rosa (Aurora Quattrocchi), l’anziana madre dei tre fratelli, emblematica nel suo ruolo di custode e di silenziosa garante delle norme ataviche che regolano la famiglia-clan. La si vede annichilita dal dolore, ma altrettanto impassibile di fronte all’ineluttabilità delle dinamiche che di quel dolore sono la causa.

Stile, dialetto, ambientazione.

Lo stile scelto da Munzi per realizzare questo racconto di una famiglia di ‘ndrangheta della Locride presenta anch’esso alcuni aspetti interessanti. Innanzitutto una sapiente sceneggiatura, che ha visto la collaborazione dello stesso Criaco, nella quale la narrazione si mescola all’analisi antropologica: come di un documentario virato alla fiction. A questa resa della realtà socioculturale da cui scaturisce il racconto, contribuiscono sicuramente la scelta dei luoghi e la lingua.

Per quanto riguarda l’ambientazione, va detto che il film è stato girato ad Africo. Dire Africo, in realtà, significa dire due paesi diversi: Africo Vecchio, situato sulle pendici dell’Aspromonte, e Africo Nuovo, che è invece lungo la costa Jonica. Nel 1951 un’inondazione distrusse quasi totalmente il vecchio paese, e gli abitanti decisero di trasferirsi a valle. Un mio amico di Gioiosa Jonica qualche mese fa mi ha detto che il male dei Calabresi è da sempre il non saper bene dove guardare: popolo di pastori e di montanari, trapiantati a pochi metri dal mare, continuano a voltarsi verso la montagna. La discesa dei paesi è un fenomeno che negli ultimi settant’anni ha riguardato gran parte della Calabria Jonica. Abituati a cercar sicurezza sulle montagne da quando i Saraceni minacciavano il mare a oriente, i Calabresi sono stati costretti dalle avversità naturali o invogliati dall’arrivo della ferrovia e dallo sviluppo dell’edilizia balneare ad avvicinarsi alla costa. Il risultato è stato, in molti casi, quello di una strisciante crisi di identità. Africo, poi, è stata teatro, come del resto quasi tutti i comuni della Locride, di varie vicende importanti della storia recente della criminalità organizzata. Di Africo è originario Giuseppe Morabito, detto ‘u tiradrittu, leader di primissimo piano della ‘ndrangheta sin dagli anni ’70 e arrestato nel 2004 dopo 12 anni di latitanza; ad Africo si fece catturare Antonino Salamone, boss di Cosa Nostra rifugiato in Brasile, a cui era stato commissionato dalla Cupola l’omicidio di Tommaso Buscetta, e che per evitare di eseguire l’ordine si consegnò ai Carabinieri; e sempre ad Africo pare abbia trovato rifugio Totò Riina durante la sua latitanza. In anni più recenti, il paese è tornato all’attenzione dei media a causa di una forte incidenza di tumori tra la sua popolazione, che alcuni collegano ad un traffico illegale di rifiuti tossici versati nei territori limitrofi.
Ora, quello che è interessante chiedersi, guardando il film, è che cosa possa significare “lo Stato” per un ragazzo di Africo. Leo dimostra subito uno scarso attaccamento all’idea di Stato. «Garibaldi – risponde sfrontato allo zio che lo rimprovera di non conoscere l’italiano – da noi fece una brutta fine». Dopodiché, le istituzioni compaiono, mi pare, solo in tre circostanze: un sindaco che non si presenta ad ossequiare la salma di Rocco, nonostante – è Luigi a rivelarlo – sia stato eletto proprio grazie al sostegno della loro famiglia; un prefetto che prescrive di non fare il funerale in Chiesa, per evitare disordini, ma del quale la famiglia di Leo “se ne fotte”, perché tutti devono assistere a quel funerale; e i carabinieri, che dopo ogni omicidio irrompono puntualmente a fare delle perquisizioni, e vengono ingiuriati da tutti i familiari.

Per quanto riguarda la lingua, invece, la scelta di Munzi ricade sull’uso di un dialetto piuttosto stretto, fatto imparare agli attori anche con l’aiuto degli stessi abitanti di Africo. (Va notato che alla sceneggiatura ha collaborato anche Maurizio Braucci, impegnato anche in altri film recenti, come L’intervallo di Di Costanzo, Piccola patria di Rossetto e Reality di Garrone, che si caratterizzano proprio per un ricorso molto bello alle parlate locali). È evidente che non si tratta soltanto di una scelta estetica: il dialetto, in molta parte della Calabria, è espressione irrinunciabile della cultura del posto, e spesso consapevolmente rivendicato come forma di identità sociale. La difficoltà che molti spettatori non originari della Locride avranno a capire, senza l’ausilio dei sottotitoli, alcune frasi del film (come accade del resto a Vanessa) non è altro che la difficoltà di molti non calabresi di comprendere certi aspetti della cultura e della tradizione della regione. “Quant’è bello ‘o culore d’e pparole”, scriveva Eduardo De Filippo. E in questo caso il colore che le parole danno all’atmosfera del film è sicuramente cupo, in totale concordanza con la scelta dell’uso della luce. L’oscurità, che sia quella notturna dei trasporti di cocaina o degli agguati, quella di uno scantinato in cui si svolgono riunioni tra clan, o quella delle nuvole che sovrastano l’Aspromonte, occupa il film nella sua interezza. E anche quando Africo viene ripresa dall’alto, per metà resta immersa nell’ombra, in un significativo contrasto.

E proprio il contrasto, proprio l’andamento dialettico, e ciò di cui la narrazione del film costantemente si serve. Restiamo soltanto all’esempio dei tre fratelli. Luigi è un criminale arrogante, ma è anche in grado di parlare un ottimo spagnolo per contrattare con i narcotrafficanti; si preoccupa di vestire con eleganza, ma ha piena dimestichezza nello sgozzare una capra. Altrettanto emblematico è l’episodio in cui Luciano raccoglie la polvere della statua di un santo (a cui la tradizione, come ha mostrato anche Frammartino in Le quattro volte, attribuiva proprietà taumaturgiche), ma la mescola nell’acqua con delle gocce di un qualche medicinale prima di bere l’intruglio. E infine Rocco, come si è detto, che alterna le sue capacità imprenditoriali a quelle di boss che pianifica faide. È la rappresentazione plastica di un altro motivo fondamentale della forza della ‘ndrangheta, per la quale il pieno controllo degli strumenti tecnologici, dei linguaggi e delle logiche politiche ed economiche del mondo contemporaneo, che le permettono di fare affari in tutti i continenti, viene irrinunciabilmente affiancato all’ancoraggio a valori ancestrali, che le garantiscono una grande stabilità. La ‘ndrangheta sembra così padrona della modernità, in fondo, proprio perché non si è lasciata totalmente annegare in essa.

E la scena finale del film, che ripresenta la stessa immagine vista in apertura? Sul lungomare di Africo, davanti a uno Jonio bellissimo, un giovane pastore sta facendo pascolare le sue capre. È l’amico di Leo, quello di cui lui si fida in maniera assoluta, e col quale metterà in atto l’assalto notturno al bar dal quale scaturirà la faida. L’ultima scena ci presenta di nuovo lì quel pastore, che ripete lo stesso gesto del saluto che abbiamo visto un’ora e mezza prima. Come a dirci l’inevitabile ripetitività di certe storie in certe zone d’Italia, che si stanno già consumando mentre noi abbandoniamo la sala?

4 Comments Add yours

  1. Luigi Rodini ha detto:

    grazie, tristemente.

  2. Ciò che più mi ha colpito nel film è il contrasto tra la modernità che apre le prime inquadrature (una moderna città europea, uno yatch, un grattacielo di Milano, l’impareggiabile inquadratura dal balcone dell’hotel sui cantieri dell’Expo) in grado di tracciare in pochissimo la dimensione del potere dei fratelli e lo scontro invece con il vecchio microcosmo lasciato ad Africo, dove tutto il potere finanziario dei fratelli si sfalda in pochissimo, nell’incapacità di dare il giusto peso alle minacce; in un certo senso, è proprio in quel mondo pre-moderno che i fratelli “annegano”, e per mano, mi sembra di intuire, di boss che non hanno il loro stesso impero economico, ma che, nei confini di Africo, sono molto più sanguinari.

    Al di là del mostrare cosa sia la ‘ndrangheta, cosa che Munzi riesce a realizzare in poche sintetiche e sobrie scene (e del resto mi sembra interessargli fino a un certo punto: è evidente anzi che il regista non voglia fare il Gomorra della ndrangheta) tutto il film mi sembra seguire piuttosto la struttura di una tragedia (appunto, tu citi Fratelli di Abel Ferrara) che esplora appunto archetipi familiari, legami di sangue e violenza repressa. La scena finale del pastore, da questo punto di vista, piuttosto che la ripetitività di certe storie, mi sembra parlare piuttosto di una “quiete” dopo la violenza, della pace in cui la vita, la natura, quel mondo “rurale”, restano immutati, vanno avanti tenacemente con le loro regole di potere, in confronto ai quali i singoli non sono nulla.

  3. Ah e comunque devo per forza aggiungere che questo film è esteticamente riuscitissimo in tutto, fotografia, sceneggiatura, ritmo, espressività attoriale, colonna sonora… :-D

  4. Sì, sono d’accordo sulla tua interpretazione dell’ultima scena. Diciamo che le due cose (la ripetitività del male e la continuità della vita su modelli arcaici e immutabili) non si escludono, essendo la prima insita nella seconda (almeno per quanto riguarda quel tipo di situazione descritto nel film).
    Sulla perfezione estetica, personalmente credo che il montaggio sia un po’ debole, non all’altezza del resto del film, soprattutto nella parte centrale.

    Valerio Valentini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...