Affinità e divergenze tra la Germania Est e il Mezzogiorno. Anschluss di Vladimiro Giacché

di Nicola Tanno e Giacomo Gabbuti

giacche_anschluss_copertina

Il libro di Vladimiro Giacché, Anschluss. L’annessione (Imprimatur), è un testo importante per diverse ragioni. In primo luogo, in quanto si tratta di una ricostruzione precisa e documentata del processo di riunificazione tedesca avvenuta nel 1990, che contesta la vulgata di un processo idilliaco, nel quale la ricca Repubblica Federale Tedesca (RFT: la Germania Ovest) avrebbe compiuto un atto di generosità accogliendo gli sfortunati connazionali della Repubblica Democratica Tedesca (RDT: l’Est). Già questa operazione varrebbe l’intero prezzo del libro: ma ciò che lo rende ben più di un saggio storico è l’elezione dell’episodio storico a paradigma (e in fondo preludio) di quella che sarà la relazione tra la Germania e il resto della futura Unione Europea. L’autore raffronta difatti le politiche economiche del governo federale tedesco nel 1990 nei confronti della RDT – specialmente per quanto riguarda l’unificazione valutaria e le politiche monetarie cui si è accompagnata – a quella perseguita negli ultimi decenni nei confronti dei Paesi del sud Europa, portata sotto i riflettori dalla crisi. In entrambi i casi, difatti, la Germania avrebbe adoperato una politica “neo-mercantilistica”, una politica che cioè mette al primo posto il mantenimento di un vantaggio competitivo costante e dunque di un saldo tra esportazioni e importazioni costantemente in attivo. Inoltre, secondo Giacché, «nelle modalità di gestione della crisi del debito di questi ultimi anni, e addirittura in alcuni degli strumenti di cui si è suggerita l’adozione, l’unificazione tedesca è tornata a essere proposta come modello per l’Europa».

La requisitoria nei confronti della leadership tedesca è deducibile sin dal titolo del testo. Anschluss, infatti, in tedesco significa “annessione” e gli storici sono soliti usare questo termine per definire l’incorporazione dell’Austria nella Germania nazista nel 1938. Quando si parla delle due Germanie, invece, si preferisce usare il termine “unificazione”. Eppure di vera e propria annessione si trattò: da un giorno all’altro l’intero diritto di uno Stato di 17 milioni di abitanti e con 40 anni di storia scomparve: niente, ma proprio niente, del regime socialista venne salvato. Molto chiaro fu da questo punto di vista l’attuale Ministro dell’Economia tedesco, Wolfgang Schäuble, che allora rivestiva il ruolo di Ministro degli Interni e che durante i negoziati con i rappresentanti dell’Est ebbe a dire che «non partiamo da posizioni di partenza di pari legittimità», e che fortunatamente le sue controparti «non ha[nno] mai fatto trapelare la minima inclinazione a voler conservare alcunché della vecchia RDT nella nuova Germania». La fine della RDT, inserita nella più generale crisi e screditamento del socialismo reale, trovò ben poca resistenza visto che ad essa si accompagnò la promessa di arricchimento per tutti.

Un paese spolpato

La narrazione mainstream di questa fase storica è quella di un atto di liberazione compiuto dalla democratica Germania occidentale che consentì alla repubblica socialista dell’Est di godere del benessere di cui erano stati privati in 40 anni di fallimentare socialismo. La maggior parte delle persone, anche colte, forse neanche sa quale immensa distruzione di ricchezza abbia rappresentato l’unificazione tedesca per i cittadini dell’Est, e tende a dare per scontato che in ogni caso questa fosse inevitabile, e di gran lunga superata dai maggiori guadagni portati dall’economia di mercato. L’autore, pensando forse che dopo più di un ventennio fosse tempo di colmare questo vuoto, ha sfidato i pregiudizi fornendoci un testo ricco di dati e citazioni dell’epoca, ma allo stesso tempo di facile lettura.
In primo luogo il libro di Giacché ristabilisce un terreno di partenza più verosimile, dimostrando come la situazione della Germania dell’Est non fosse quella di un’economia disastrata con cui nulla poteva esser fatto se non ripartire da zero. Nelle ovvie difficoltà incontrate da tutto il sistema socialista (tra cui si enfatizza l’incapacità di trovare dispositivi alternativi al sistema di prezzi di mercato per orientare la produzione in modo efficiente), la RDT costituiva in realtà un polo avanzato dal punto di vista industriale e scientifico, tanto da vantare ingenti esportazioni non solo verso i Paesi del Patto di Varsavia. A dimostrarlo, secondo Giacché, ci sarebbero gli stessi eventi del novembre 1989, in cui i cittadini della Germania Est reclamarono diritti civili e libertà di movimento, ma non ancora l’unificazione con la Germania. Inoltre, a differenza della Russia sovietica, la Germania Federale poteva vantare tentativi molto concreti di apertura all’iniziativa privata, in particolare con i tentativi di passare ad «economia di piano orientata al mercato» compiuto tra il 1989 e il 1990 dal presidente Hans Modrow. Nelle parole della sua vicepresidente, l’economista Christa Luft, «non è assolutamente la proprietà comune ad aver condotto al fallimento del socialismo, bensì la mancanza di competizione e l’isolamento dal mercato mondiale» imposta dalla situazione internazionale. È invece proprio Modrow a quantificare in modo lapidario le conseguenze di un’integrazione che in nulla ha tenuto conto di questa situazione e delle possibilità di riconvertire al mercato strutture economiche non disastrate: secondo l’ex capo della RDT, che pure si era posto alla testa del tentativo di un’integrazione su basi paritarie (parlando già nel dicembre 1989 di una “Confederazione tedesca”), si è trattato di una distruzione di valore «senza precedenti in tempi di pace ed estremamente rara anche in tempi di guerra».

Ma in cosa consistette l’annessione? In primo luogo, gli uomini mandati dall’Ovest a gestire la transizione si preoccuparono solo di privatizzare in fretta e furia tutto l’apparato produttivo dell’ex RDT, con prezzi e modalità tutto fuorché trasparenti e nell’interesse del mantenimento dell’occupazione e della produttività che, seppur non al livello della Germania Ovest, era spesso non disastrosa come quella di altri Paesi del Patto di Varsavia. L’unico faro che sembra aver condotto i liquidatori è stato anzi l’interesse delle grandi imprese della Repubblica Federale, cui vennero vendute a prezzi stracciati strutture industriali altamente avanzate, spesso per scopi puramente speculativi (vendita di terreni) o per impedire che venissero acquisite da multinazionali non tedesche (quando proprio il governo Modrow aveva aperto all’acquisizione da parte di imprese provenienti da fuori il blocco sovietico fino al 45% del valore dell’azienda). Nel contempo, le Kombinate della RDT venivano spolpate e messe in ginocchio anche finanziariamente per mezzo dell’assurda attribuzione di debiti nei confronti della Repubblica Federale. Difatti, fino al 1990, le imprese dell’Est non godevano di autonomia, e i finanziamenti che ricevevano dallo Stato non erano altro che partite di giro; ciononostante, trattando in maniera sprezzante il senso del diritto socialista della RDT, il Governo e il Parlamento del nuovo Stato unitario pretesero una restituzione di finanziamenti mai dati e a tassi decisamente elevati. Infine l’elemento che più evoca le vicende contemporanee del Vecchio Continente: l’adozione in tempi rapidissimi di un cambio monetario 1:1 – completamente al di fuori dalla realtà economica. Il cambio semi-ufficiale (il marco dell’Est non era convertibile) era infatti nel 1988 di ben 4,4 marchi dell’est per ogni marco dell’Ovest; questo rappresentò una svalutazione competitiva in piena regola per la RFT visto che le sue merci divennero molto più economiche mentre, per la Repubblica Democratica il nuovo cambio causò un aumento dei prezzi delle merci di poco meno del 450 per cento, con conseguenze insostenibili per le sue imprese.

Sud Europa, la storia si ripete

Ciò che più colpisce, nel racconto appassionato di Giacché, sono le dichiarazioni dei protagonisti, che è stato possibile raccogliere da fonti di pubblico dominio ma mai tradotte prima in italiano. Ad esempio ancora Schäuble – che tanta parte ha avuto anche nella fase europea attuale – riporta di aver avuto «ben chiaro […] che, con l’introduzione della moneta occidentale, le imprese della RDT di colpo non sarebbero state più in grado di competere». Tuttavia, lo stesso presidente di allora della Bundesbank, Karl-Otto Pöhl, ancora il 6 febbraio 1990 – il giorno prima dell’annuncio di Kohl – definiva «fantasiosa» l’idea di un’immediata unione monetaria, sostenendo che «ci vorrà ancora del tempo» per un simile atto. Il giorno successivo, Pöhl dovrà fare dietrofront di fronte alla proposta «sorprendente» del cancelliere; ma già nel 1991, durante un’audizione al Parlamento europeo, la definirà «un disastro», mettendo in guardia l’Europa dal ripetere un simile errore. All’insania del tasso di cambio sopravvalutato di oltre il 400%, si somma infatti la rigidissima tabella di marcia. L’integrazione di due economie così diverse avrebbe richiesto tempi decisamente lunghi: proprio l’adozione di una moneta unica a queste condizioni, di fatto, semplificò di molto l’operazione, devastando una delle due economie e permettendone una rapida Anschluss. Nelle parole della Luft, «La proposta di portare il marco ai “fratelli dell’Est” servì proprio ad «assicurare, per mezzo del marco, la rapida annessione della RDT alla RFT», innescando così un processo che si voleva irreversibile.

In questo senso, risulta difficile resistere alla tentazione di concordare con Giacché nei parallelismi tra la situazione tedesca dei primi anni ’90 e la situazione che ci troviamo a vivere in Europa. Se allora – come nell’Europa pre-Sistema Monetario Europeo e pre-Euro – i dualismi economici erano già presenti al momento dell’unificazione monetaria, in entrambi i casi i risultati sono stati esattamente quelli prevedibili sulla base di teorie economiche non necessariamente eterodosse. Nella Germania Est, dove la dissoluzione di un potere politico in grado di opporre la minima resistenza ha permesso un’applicazione feroce e istantanea delle politiche della Bundesbank, questo processo è stato più veloce, e ha comportato l’immediata deindustrializzazione della Germania Est, ridotta perlopiù a bacino di manodopera a basso costo per le industrie della RFT, che non a caso sperimenteranno proprio in quegli anni un mini-boom.

In Europa, in forma più graduale, si sta sviluppando un processo simile: un’unione monetaria in cui il paese più forte, attaverso una strategia non-cooperativa di crescita basata sull’esportazione all’estero, ha generato nei paesi periferici compressione dei salari, indebolimento produttivo, aumento del deficit estero, privatizzazioni e disoccupazione. Il fatto che alla guida della Germania e della Bundesbank siedano oggi personaggi che hanno diretto in prima persona l’annessione della RDT, o che sono stati cresciuti nel mito di quella unificazione, rende assai credibile che l’identità dei mezzi testimoniata da Giacché rifletta scopi non troppo dissimili. Illustrando la ferocia con cui le autorità tedesche hanno consapevolmente contribuito a una devastazione dei redditi, della memoria e della stessa dignità degli ex cittadini della RDT, Giacché dimostra come dietro la retorica delle “scelte necessarie” e dei “tecnici” possa giacere il più cinico calcolo politico, e come nel caso dell’ex RDT questi non abbiano lasciato alcuna considerazione delle tremende conseguenze sociali imposte ai “fratelli dell’Est”.

La resistenza mancata

Qualche perplessità in più rimane rispetto al giudizio complessivo sulla RDT. Giacché sfugge da atteggiamenti romantici: nella parte iniziale del testo spiega quali erano le cause delle difficoltà economiche della RDT, cause non solo esterne ma anche dovute a errori della leadership della SED. Ad Hoenecker, capo del partito e del paese per un ventennio, non risparmia l’accusa di aver ignorato del tutto le richieste di aperture democratiche. Tuttavia, rimane inevaso il problema di come sia stato possibile che il popolo dell’est, potendo prevedere le conseguenze politiche dell’annessione, non abbia provato a difendere le conquiste del socialismo, non abbia provato a contrastare l’ondata di privatizzazioni, la disoccupazione crescente, la de-industrializzazione dei propri Länder, l’isolamento e il disprezzo di chi aveva militato nella SED. Giacché lo riconosce: al contrario dell’annessione del 1938, quella del 1990 non è stata realizzata da carri armati, ma per mezzo del voto popolare. E allora resta da approfondire davvero – con la stessa precisione usata nel raccontare le conseguenze dell’Anschluss – il rapporto tra socialismo e consenso. Bisognerebbe, insomma, fare un passo più indietro e raccontare cosa sia stato il socialismo reale, senza demonizzazioni e senza nostalgia. Se è vero, come ha spesso ripetuto Domenico Losurdo, che la tesi del crollo su se stesso è sbagliata perché dall’altra parte del muro vi era un nemico più forte che durante un cinquantennio ha dato vita a una guerra intensissima dal punto di vista militare, culturale e psicologico, neanche si può negare che il consenso dei popoli dell’est, tra il 1989 e il 1990, nonostante gli appelli di intellettuali come Christa Wolf citati dal libro, al sistema socialista è mancato del tutto. Il fatto che dei territori dell’UE del vecchio campo socialista, solo nella ex-Germania Est, in Repubblica Ceca vi siano forze anticapitaliste numericamente consistenti – per quanto sempre di minoranza – deve interrogare maggiormente sulle cause interne della caduta – e non solo su quelle esterne e sulle sue conseguenze. Di certo il libro di Giacché – restituendo una narrazione ancora quasi sconosciuta in Italia, e inserendola nel contesto della crisi dell’Eurozona – offre uno dei migliori punti di partenza possibili per questa riflessione.

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