Il Labour alla prova dell’indipendenza scozzese

di Niccolò Serri

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[Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata su Pagina99]

Mercoledì scorso il segretario del partito laburista britannico, Ed Miliband, è dovuto tornare di corsa a Glasgow, dove si gioca l’ultima battaglia per conquistare i cuori della working class scozzese, vero e proprio ago della bilancia del prossimo referendum sull’indipendenza. Mentre il Primo Ministro David Cameron si recava in visita al distretto finanziario di Edimburgo ed il liberale Nick Clegg andava a Selkirk, al leader laburista è spettato l’ingrato compito di arringare le folle della più grande città scozzese. Storica roccaforte dei socialdemocratici, la città è oggi compattamente schierata per l’indipendenza. Colpa delle forti disuguaglianze sociali e della disoccupazione che inaspriscono gli animi contro il mal sopportato centralismo londinese.

Di fronte alla propria platea, il segretario dei laburisti ha così lanciato la sua doppia sfida, tentando di navigare il mare stretto fra conservatori e indipendentisti: si è dapprima scagliato contro «il governo di Westminster, che sbaglia sull’economia e non ha una visione per il futuro», e quindi contro Alex Salmond, segretario del SNP, lo Scottish National Party, accusato di «complottare per una separazione che non aiuterà i lavoratori scozzesi». L’accorato appello di Miliband a lottare «perché l’intero paese sia più giusto» ha fatto ricorso a tutti i miti originari del radicalismo scozzese, citando Keir Hardie, storico fondatore del Labour Party, e richiamandosi alla tradizionale solidarietà della classe operaia, che supera i confini identitari del paese. Il tentativo di rispolverare la logora immagine progressista del partito è il sintomo più evidente della pressione politica a cui il Labour è sottoposto in questa decisiva settimana prima del referendum. Alle ultime elezioni generali del 2010, i laburisti hanno, infatti, ottenuto in Scozia il 42% dei voti e tutti si aspettano che siano loro a dare il colpo di reni finale per sventare il progetto indipendentista.

Già la scorsa settimana, tuttavia, la base di riferimento di Miliband, quella che dovrebbe salvare il paese dal separatismo, ha mostrato vistosi segni di cedimento. Mentre il segretario si trovava in visita alla comunità mineraria di Blantyre, a sud-ovest di Glasgow – in quella che doveva essere la sua ultima missione in suolo scozzese – è arrivato il comunicato di una delle maggiori centrali sindacali dei trasportatori, la National Union for Rail, Maritime and Transport Workers (RMT), che si è schierata ufficialmente per il Sì all’indipendenza. La notizia è arrivata dopo che la RMT aveva promosso una consultazione interna alle proprie sezioni scozzesi, dove gli indipendentisti hanno trionfato, sia pure con uno stretto margine: 1.051 voti per il Sì contro 968 No.

Apparentemente nulla di cui stupirsi. La rottura fra il sindacato e il Labour risale addirittura al 2004: colpa delle posizioni «estreme» della RMT e del quasi esplicito appoggio di alcuni dei suoi membri al Partito Socialista Scozzese. In più di un’occasione, il suo eccentrico segretario generale, Bob Crow, scomparso all’inizio di quest’anno dopo un ultimo grande sciopero che ha paralizzato la metropolitana di Londra, si era detto favorevole all’indipendenza. In un’intervista rilasciata ai media scozzesi, Crow era arrivato a definire l’indipendenza come «un faro di luce per il resto della Gran Bretagna, per dimostrare che ci può essere una più equa distribuzione della ricchezza».

Molti osservatori hanno voluto sottolineare il peso della posizione assunta dal sindacato, nonostante la rottura già nota con i laburisti. La RMT, infatti, non è solo una delle realtà più dinamiche del panorama del lavoro organizzato britannico, con una recente ascesa che l’ha portata a contare su più di 80.000 membri. Soprattutto, essa rappresenta il primo grande sindacato industriale a schierarsi apertamente a favore del referendum. Un fatto su cui molti hanno cercato di capitalizzare. Il Vice Primo Ministro scozzese, Nicola Sturgeon, si è spinta a parlare di una vera e propria «umiliazione per Ed Miliband, […] che demolisce la sua pretesa di essere la voce autentica dei lavoratori».

A spaccarsi sulla questione dell’indipendenza scozzese sembra essere, in effetti, l’intero mondo sindacale. Durante la presentazione del rapporto A Just Scotland, condotto dal Scottish Trade Union Congress, il Segretario Generale Grahame Smith ha concluso che «non esiste un caso univoco per il Sì o per il No», riassumendo così la profonda polarizzazione del dibattito in seno al movimento dei lavoratori. Alcuni grandi sindacati, soprattutto nel settore dei servizi, come la GMB e la USDAFW, si sono schierati a sostegno dei laburisti, ma i due grandi colossi del tradeunionismo britannico, Unite e Unison, che insieme rappresentano più di due milioni di lavoratori, hanno dichiarato la propria neutralità, rifiutandosi di fare campagna contro l’indipendenza scozzese.

Il rapporto fra Miliband e la propria base sembra, insomma, deteriorarsi sempre più e ciò potrebbe avere pericolose conseguenze sull’esito del referendum. Sono lontani i tempi in cui, sul finire degli anni Sessanta, Mick McGahey, leader indiscusso dell’Unione Nazionale dei Minatori, attaccava il nazionalismo scozzese, denunciandolo come «una deviazione borghese dalla lotta di classe». Oggi, il radicamento laburista fra i ceti più poveri sembra sensibilmente affievolito e una crescente parte del corpo sociale tende ad associare i propri problemi alla dipendenza da Londra. A fine agosto, un’inchiesta condotta dall’Economic and Research Council su tutto il territorio nazionale ha mostrato come, fra le classi di reddito inferiore, il sostegno all’indipendenza raggiunga il 46% dei consensi contro solo 27% fra i più ricchi. Anche i recenti sondaggi di YouGov, mostrano un sostanzioso aumento degli elettori laburisti che intendono votare per il Sì, quasi raddoppiati nell’ultimo mese passando dal 18% al 35%.

A pesare è, prima di tutto, l’onda lunga degli effetti che il Thatcherismo ha avuto in Scozia. La memoria degli anni Ottanta resta, infatti, ancora ben viva in un paese che, pur avendo sempre votato contro la Lady di Ferro, si è ritrovato a soffrire le drammatiche conseguenze delle sue politiche. A nord del confine, la principale eredità di Margareth Thatcher è considerata la morte dell’industria scozzese e la disfatta del sindacato. Alla fine del suo più che decennale mandato di governo, la Scozia si è ritrovata con un tasso di disoccupazione del 25% più alto rispetto al resto del Regno Unito. Nella sola Glasgow, sono andati perduti quasi due terzi dei posti di lavoro nell’industria. Una vera e propria catastrofe sociale che, soprattutto nel mondo del lavoro organizzato, ha cementato l’astio verso i conservatori e l’ha sublimato in un forte senso di appartenenza nazionale. Il deputato liberale Menzies Campbell definì non a caso la Thatcher «il miglior sergente reclutatore» della causa separatista.

La storica impopolarità dei conservatori è stata sapientemente sfruttata dalla galassia indipendentista e soprattutto dallo SNP, che ha cercato di trasformare il voto del 18 settembre in un plebiscito contro il governo londinese e le sue politiche di austerità. Uno dei leitmotiv della campagna è stato proprio quello di «dare un calcio ai dannati Tories». Più che su un nazionalismo di stampo ottocentesco, Alex Salmond e il suo partito puntano tutte le proprie carte sulla difesa dello spirito originario del welfare britannico. Il Primo Ministro scozzese continua, infatti, a ripetere che «solo l’abbandono dell’Unione potrà salvare il Servizio Sanitario Nazionale» e promette di voler ulteriormente innalzare la spesa sociale, già ora più elevata del 2% rispetto alla media pro capite del Regno Unito.

Le radici di questa svolta socialdemocratica dei nazionalisti sono da rintracciarsi nel vuoto lasciato a sinistra dal partito laburista. In pochi oggi ricordano come, ancora all’inizio degli anni Ottanta, i membri dello SNP venissero definiti «Tories Scozzesi». Ad aprire loro le porte dell’elettorato progressista è stato il nuovo corso laburista iniziato alla metà degli anni Novanta con il segretariato di Tony Blair. La spiccata impostazione liberale del New Labour e la sostanziale continuità di molte delle sue politiche con quelle dei precedenti governi conservatori hanno alienato le simpatie della base scozzese. Dalla prima elezione del Parlamento di Holyrood, nel 1999, alle ultime elezioni del 2011, che hanno portato a una maggioranza assoluta nazionalista, il partito laburista scozzese ha vissuto un declino costante, perdendo più di 20 seggi.

Oggi, l’indipendenza è avvertita da molti come l’unica strada di fronte alla percepita incapacità del partito di Miliband di offrire una valida alternativa al governo conservatore; di certo, non ha aiutato il fatto che il leader laburista si sia presentato al referendum come parte di una piattaforma, Better Together, che l’ha portato a unire le forze con Cameron e Clegg. Se giovedì 18 gli scozzesi voteranno per l’indipendenza sarà un duro colpo per il Regno Unito, ma ancor di più una catastrofica sconfitta per il Labour.

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