«Chi parla con me in voce di contralto […]?». Una nota su Prove di libertà di Stefano Dal Bianco

di Daniele Iozzia

Prove di libertà

Prove di libertà è la quarta raccolta di poesie di Stefano Dal Bianco, padovano, classe 1961. La silloge, pubblicata nel 2012 nella collana “Lo specchio” di Mondadori, è preceduta da Ritorno a Planaval (2001) e dalla prima raccolta del 1991, La bella mano, seguita a breve distanza da Stanze del gusto cattivo, sempre dello stesso anno. Proverò a elaborare qualche considerazione sull’ultima raccolta del poeta.

Nella geografia della poesia contemporanea la declinazione personale di Dal Bianco si è distinta inizialmente per la chiarezza dell’espressione, la progressiva rarefazione di un’impronta stilistica marcata, la tensione verso il grado zero della scrittura. Di fronte ai tentativi neometrici e neosperimentali di rivitalizzare manieristicamente le forme chiuse, dal sonetto alla sestina, da parte di personalità come Valduga o Frasca, di fronte alla tragicità dell’esperienza connotata in senso verticale e ultralirico (Anedda), all’intellettualismo geometrico e razionale del primo Magrelli, o all’oscillazione di rimpianto politico-civile e riscatto utopico (D’Elia), la lirica di Dal Bianco riesce a determinare una forma di trasparenza, un’estetica e un’etica del silenzio senza rinunciare al rasoterra della contingenza o al dato esperienziale; una connessione, in linea con altre voci poetiche nate tra gli anni ’50 e gli anni ’60 (si pensi a Fiori, Benedetti, Damiani, Bre), con il piano dell’infraordinario, con la miriade di microazioni che rendono la vita parcellizzata in ogni istante del suo svolgimento.

Rifletterò dapprima su due aspetti interni alla dinamica del procedimento poetico, cioè sul ruolo del pronome di prima persona all’interno della raccolta e sull’architettura formale dei testi; passerò successivamente ad interrogarmi sul contenuto di verità, sulla forma dell’esperienza che la raccolta comunica.

Tutta la produzione poetica di Dal Bianco offre un modello di soggettività dinamico e non scontato. Ma se fino a Ritorno a Planaval il pronome di prima persona singolare poteva giungere ad essere espanso fino ad un suo utilizzo in senso allegorico, inteso come “tutti noi”, cioè una totalità allargata, un “noi” sociativo e plurale nelle intenzioni, oppure denotante una realtà soggettiva più vasta che rispecchia paradossalmente l’assenza dell’attante (un soggetto tale, dunque, sul piano linguistico), l’io di Prove di libertà introduce una novità, caratterizzandosi sul piano di uno sdoppiamento interno, in cui alle parti di “io” in dialogo viene attribuito un peso egualitario. Tuttavia, a differenza dei tentativi precedenti e contemporanei di introduzione di un simile modello attanziale all’interno del discorso in versi, corrispondenti alla volontà di mimesi della vita psichica interna, disgregata e schizofrenica, la scissione in microsoggetti qui non genera conflitto, caos o collisione. Lo sdoppiamento, di cui è sintomo anche il ricorso alla figura tematica del “gemello”, genera frazioni che interagiscono per giustapposizione o coincidenza adesiva. Nell’epigrafe di introduzione alla terza sezione, tratta dal Libro di Tommaso il Contendente si legge: «Poiché sei il mio gemello e il mio vero compagno, esamina te stesso e scopri chi sei. […] Perché chi non conosce se stesso non conosce nulla, ma chi conosce se stesso conosce simultaneamente la profondità di tutte le cose». Il dialogo tra parti di “io” diventa pertanto prerogativa profonda e radicata nella necessità della conoscenza di se stessi («Chi parla in me con voce di contralto / e mi chiede fiducia senza garanzie / e non si fa conoscere / se non nel mezzo sonno qualche volta?», si legge in La conquista del futuro), la condizione preliminare e imprescindibile per eludere il velo di opacità che allontana la quidditas immanente alla realtà, per penetrare all’interno della «superficie delle cose», prendendo in prestito un’immagine di uno dei più grandi poeti americani contemporanei a cui lo stesso Dal Bianco guarda, Wallace Stevens. Cosicché il pronome di prima persona singolare, all’interno della raccolta, corrisponde al padre che con amore e dedizione contempla il volto del figlio (Faccia di Arturo) o ne descrive il trasferimento in un altro letto (Trasferimento); a chi riflette sulla nominazione delle cose (Albori di io, Come ti chiami, Provvisoria solitudine di io); a chi racconta unicamente un’esperienza oppure a chi, partendo da un contesto individuato, si addentra in riflessioni generali (Via Garibaldi confuso, 15 Aprile, Alchimia dei poveri, Digestione, Alla mia stufa, Alla fatica). In ogni circostanza interna ai brani lo scarto tra gli strati di “io” in giustapposizione tende progressivamente verso un orizzonte di fusione, con un movimento centripeto che rende manifesto il tentativo di superare una parzialità relativa di base attraverso l’auscultazione, la meditazione e il confronto con il “gemello”, la sincronia stratificata degli attanti, la voce della coscienza. L’ambivalenza dovuta alla duplicazione dell’“io”, che ad un primo impatto può sortire come conseguenza quella di disorientare il lettore, perviene dunque all’effetto di una medietas, di un bilanciamento, del controllo attenuante di ogni eccedenza anarchica collegata alle pieghe dell’interiore homine. Se l’epoca in cui viviamo smentisce costantemente la solidità e l’epistemologia del soggetto poetico, allora compito di chi scrive in versi sarà quello di un adattamento delle istanze dello stesso nel tempo che lo accoglie, la generazione di una controspinta che agisca nella direzione di una possibilità di dire io all’altezza dei tempi, da proporre e da difendere. E mi sembra che quello di Dal Bianco sia un esito denso e interessante.

Veniamo adesso al lavoro sul piano della forma. In questa direzione il poeta Stefano Dal Bianco diventa quasi inscindibile dal metricista e dal critico letterario, che a lungo si è soffermato sulla metrica di Petrarca, di Ariosto1 e del primo Zanzotto2. Egli parte dall’idea secondo cui sia possibile fare esperienza di un sapere che passa attraverso dei fatti formali e che è contenuto in una serie di aspetti micromorfologici. In un’intervista di Claudia Crocco al poeta, apparsa su 404 file not found nel marzo dello scorso anno, si discute già di questi aspetti. La riflessione di Dal Bianco riguarda, in particolare, le modalità del rallentamento versale: attraverso interventi ritmico-prosodici, sintattici e semantici risulta possibile inserire all’interno del verso l’idea di decelerazione, di pausa, di respiro, di silenzio. Parola tematica e rivelatrice, quest’ultima, non soltanto del modo di intendere l’essenza della versificazione, secondo il poeta, ma anche del modo di intendere una diacronia del fare poetico. Nel capitolo conclusivo di Tradire per amore. La metrica del primo Zanzotto (1938-1957) si legge infatti: «Nel dopoguerra il rapporto fra parola e silenzio si può invertire: ora sono le parole a essere in funzione del silenzio, non viceversa, veicolandolo al proprio interno nello sforzo continuo di una rappresentazione. Questo silenzio inerente all’espressione non necessita di espedienti visivi per rendersi percepibile: intorno al testo non c’è più lo spazio bianco ungarettiano, non c’è più niente; il segreto della vita e della morte è all’interno del perimetro ben delimitato del testo, nel respiro che l’accompagna»3. Cosa significa rappresentare il silenzio all’interno del verso? Vuol dire ritrovare una dimensione di paradossale comunicabilità delle cose e delle esperienze, riscoprire nella lingua, quella naturale, media e spontanea, l’immediatezza di ciò che rende antropologicamente simili tra loro gli esseri umani. Il silenzio implica anche una rifunzionalizzazione rivitalizzante di ciò che è classico, di ciò che si denota col termine “Grande Stile”, tradizione. Ma su questo tornerò in seguito. Un espediente di rallentamento prosodico evidente in Prove di libertà consiste nell’incontro (sia interlessematico che intralessematico) di vocali, suscettibili di produrre uno iato, con dialefe o dieresi («Eppure c’è qualcosa che mi pare di capire, / se mi fermo sulle sillabe e mi sforzo[…]», si legge in A Arturo per forza di cose). Si prendano come esempio i versi qui riportati: «Un pomeriggIO HO cHIUso glI OcchI A lettO Un qUArto d’ora» (Sogno o visione di Arturo, v.1), «Il mondo dunqUE In qUEI momenti/ se ne vada dIEtrO A IO» (Provvisoria solitudine di io, vv.17-18), «che cadIAmo nel tranello qUOtidIAno/ E ci dimentichIAmo» (Un lavoro da fare, vv.16-17). Si potrebbero riportare versi o coppie di versi tratti da ogni singolo componimento, intrisi di questa particolarità fonico-semantica.

Si diceva sopra del Grande Stile. In un intervento nell’antologia La parola ritrovata, dal titolo Lo stile classico4, Dal Bianco nota come l’idea di classicità si sia tramandata sulla spinta di due diversi atteggiamenti propulsori: il primo rinvia ad Orazio, il secondo a Petrarca. Il poeta prende le distanze da un «modello oraziano di classicismo hard», per virare verso un modello più “soft”, di memoria petrarchesca. Preferire la trasmissione della genuinità, della spontaneità e dell’immediatezza dei contenuti umani attraverso una lucida interpretazione della tradizione significa allontanarsi irrevocabilmente dalle ipostasi dell’iperletteratura e da tutto ciò che è artificialmente costruito, meccanico e intellettualistico. Il principale contenuto di verità della raccolta sta nel fatto che il poeta sia riuscito a portare al punto di più alta elaborazione la forma della dimensione antropologica fondamentale, la comunicazione dialogica (tra le parti di io prima, con gli altri poi), e nel fare questo continua a rimanere all’interno di una delle posture per eccellenza del classico, ossia di «ciò che ci lega a tutti gli altri»5. Non ci si trova di fronte, dunque, a un Grande Stile magniloquente, aristocratico e cosparso di moduli espressivi ormai stinti, ma a un classicismo tenue, velato e introiettato nell’intenzione testuale. Qui sta la sua efficacia. Le cartografie tematiche della lirica degli ultimi trent’anni mostrano come l’eccessiva volontà di sperimentalismo formale conduca spesso al manierismo metrico, alla riesumazione delle forme chiuse, pertanto ad un contesto di recupero dell’eredità poetica parziale e a livello superficiale. Oggi un classicismo efficace potrebbe ancora farsi portatore di contenuti, di gesti e di posture alte pur rimanendo nella medietà del vissuto e sforzandosi di non abolire la misura umana attraverso cui i realia vengono filtrati: è l’idea per cui può risultare ancora possibile delineare i contorni di una Stimmung comune nonostante il relativismo selvaggio e il prospettivismo radicale a cui gli altri generi letterari, il romanzo su tutti, aderendo con maggiore facilità mimetica a quello che Ortega Y Gasset denominava “mondo-della-vita”, ci hanno abituato. Non solo: esiste un altro contenuto di verità, correlato a quello principale, che si sedimenta nel tempo di gestazione di Prove di libertà. Pubblicare una silloge a distanza decennale da quella precedente vuol dire fondamentalmente due cose: investire attenzione capitale sul piano della forma, e dunque sugli incontri di vocale, sulle tecniche di rallentamento del verso, sulla manipolazione del lessema, sugli elementi che concorrono nel complesso ad ottenere uno spazio tangibile di silenzio, un frammento di meditazione leggera sulla difficoltà dell’esistere; riflettere sull’importanza e sulla determinatezza delle res del mondo della contingenza che devono essere introdotte all’interno del tessuto artistico, essere cioè coscienti delle modalità attraverso cui il soggetto fa esperienza di sé e del mondo e rendersi conto che questa coscienza maturi soprattutto nell’assunzione di un dato temporale che consenta una costruzione robusta e salda del percorso della creazione letteraria.


1. S. Dal Bianco, L’endecasillabo del Furioso, Pisa, Pacini, 2007.

2. S. Dal Bianco, Tradire per amore. La metrica del primo Zanzotto (1938-1957), Pisa, Pacini Fazzi, 1997

3. S. Dal Bianco, Tradire per amore. La metrica del primo Zanzotto (1938-1957), Pisa, Pacini Fazzi, 1997, p.181.

4. S. Dal Bianco, Lo stile classico, in La parola ritrovata. Ultime tendenze della poesia italiana, a cura di Maria Ida Gaeta e Gabriella Sica, Venezia, Marsilio, 1995, pp. 145-147.

5. Ibid.

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