Venezia 71 – Sbattere le ali in mezzo al nulla di Nguyen Hoang Diep

di Marcello Bonini

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Dap Canh Giua Khong Trung (Sbattere le ali in mezzo al nulla) è il film di esordio della regista vietnamita Nguyen Hoang Diep. Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia all’interno della Settimana Internazionale della Critica, è una delle pellicole più interessanti viste quest’anno al Lido. La trama è una classica bizzarria da cinema asiatico. Una studentessa rimane incinta, ma ha pochi soldi per abortire perché tutti quelli che entrano in casa vengono persi dal suo fidanzato nei combattimenti tra galli. Sotto consiglio del suo miglior amico, un travestito che fa il gigolò, decide di prostituirsi, e il suo primo ed unico cliente è un feticista delle pance gravide, del quale si innamora.
La dimensione narrativa è quindi fortemente surreale, e non mancano le scene che sottolineano questo aspetto. Ma l’intero film è calato in uno spazio di estrema concretezza. La cinepresa di Nguyen indugia continuamente sulla sporcizia, sul sangue, sul rumore, e c’è un paradossale iper-realismo nella restituzione di Hanoi. La capitale vietnamita diventa un vero e proprio personaggio, che con i suoi palazzi, le sue ferrovie, le sue strade, fagocita ogni centimetro disponibile dell’inquadratura, privando dello spazio vitale i protagonisti della vicenda. La città si accumula attorno a loro, e il vuoto non è contemplato. L’esistenza della giovane Huyen non è segnata dalla povertà come potrebbe inizialmente apparire, ma proprio da questa mancanza di spazio, che le rende impossibile studiare, amare, vivere. Solo attraverso la delicata assurdità di alcuni personaggi ha la forza di rompere la grigia densità urbana che la schiaccia, riuscendo a respirare. All’inizio è un gigolò dai capelli rosa, poi un uomo il cui interesse per la fisicità di Huyen, al contrario del suo fidanzato, sembra non essere finalizzata solo al sesso, e che nella sua stranezza le garantisce cura ed attenzione. L’amore che in lei nasce è inevitabile, anche perché lui appare come l’opposto di tutto ciò che la circonda.

Un elemento che continuamente ritorna nel film è quello del treno: rumoroso e veloce sfiora continuamente Huyen e la sua casa, ed è un vero e proprio simbolo del caos urbano che lei vive. Quell’uomo misterioso è invece lento e silenzioso, ed è tutto ciò che lei non può avere nella sua vita quotidiana. In questo trova un senso anche il suo feticismo: cosa c’è di più lento e silenzioso di una gravidanza? Lui ha scelto coerentemente di amare qualcosa che a dispetto della frenesia della vita contemporanea ancora ha il coraggio di prendersi tutto il tempo di cui ha bisogno per quietamente crescere e svilupparsi, all’interno, tra l’altro, di uno spazio che può essere solo suo e non può essere occupato da palazzi e ferrovie. Non è un inno alla maternità, né alla femminilità, non tragga in inganno il fatto che la regista è donna, ma è la gravidanza in sé ad essere celebrata come affronto al sistema moderno. E se Hanoi, come tante città asiatiche, di questo sistema ne è l’esasperazione parossistica, lo stesso discorso vale anche per buona parte del resto del mondo, ormai schiavo della velocità a tutti i costi e di una feroce urbanizzazione.

Il forte simbolismo e la spiccata dimensione surreale non intaccano però il concreto realismo del film, e coerentemente con questa scelta, Nguyen non cede alla facile tentazione di fare della propria storia una favola moderna, e rifiuta il finale da “…e vissero tutti felici e contenti”. Anzi, non sceglie nemmeno un finale vero e proprio, ma lascia Huyen mentre forse per la prima volta osserva il cielo sopra di lei, mentre ancora medita cosa fare del bambino che porta in grembo e dei due uomini che fanno parte della sua vita.
Il risultato complessivo è ottimo. Nguyen mostra uno straordinario talento illustrativo, ed è abilissima nel creare il contrasto tra lo spazio urbano e quello umano e, erede della tradizione narrativa asiatica, evita giudizi sui personaggi, mostrando di tutti sia i lati luminosi che quelli oscuri. L’amico gigolò è sì simpatico e travolgente, ma anche superficiale, il fidanzato di Huyen è un balordo mosso però anche da veri sentimenti, e l’uomo che le permette di sfuggire alla sua vita è comunque un individuo ossessionato e a tratti inquietante. Huyen è invece un essere umano qualunque e potrebbe essere chiunque. Strappata alla trama, può personificare tutti coloro che vivono cercando di trovare il proprio spazio per respirare al di sopra delle grandi città del pianeta. Cioè, ormai, buona parte del mondo detto civilizzato.

 

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