Venezia 71- Il giovane favoloso di Mario Martone

di Marcello Bonini

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Uno dei film più attesi a questa edizione della Mostra del Cinema era indubbiamente la biografia cinematografica di Giacomo Leopardi firmata da Mario Martone. Aspettative però mal riposte, perché Il giovane favoloso altro non è che un bignami della vita del grande poeta italiano. Per quasi due ore e mezza si susseguono gli episodi chiave della sua vita: l’infanzia, il difficile rapporto coi genitori, l’incontro con Silvia e la sua morte, la frequentazione con Pietro Giordani, la fuga da Recanati e la vita alla giornata in tutta Italia, ovviamente inframezzati dalle inevitabili letture poetiche. Del pensiero o della psiche di Leopardi non vi è traccia, tutto è superficie nel film di Martone, e la raccolta dei vari episodi ha un valore meramente illustrativo.
Dopotutto, quello del biopic è un genere particolarmente insidioso; è facile intuire quanto possa essere arduo condensare in un paio d’ore il senso di un’intera esistenza, spesso di un personaggio di grande statura umana o storica. Sono ben poche le biografie cinematografiche che evitano il collage di momenti privi di una ragione filmica, e non di rado di un buon film biografico si apprezza per lo più la ricostruzione storica. Quelli che hanno saputo meglio catturare l’essenza di chi raccontavano, sono spesso film che si approcciano al loro protagonista scegliendo una costruzione narrativa inusuale.

Uno dei casi più interessanti è lo splendido I’m not there di Todd Haynes che nel 2007, per raccontare una personalità sfaccettata come quella di Bob Dylan, affidò il ruolo del protagonista a sei diversi attori (tra i quali una donna ed un bambino nero), ognuno dei quali rappresentazione di uno specifico aspetto del cantautore americano, della cui vita si racconta poco o niente, riuscendo però a restituirlo in tutta la sua complessità. Un’operazione diversa ma altrettanto efficace è stata invece compiuta nel 2005 da Gus Van Sant in Last Days, biografia non autorizzata di un altro cantante, Kurt Cobain. Come si può intuire dal titolo, Van Sant mette in scena solo gli ultimissimi giorni di Cobain, e nell’attesa del suicidio si riassume l’intera sua vita, della quale nulla è detto. Questi sono due casi in cui si è scelto di rimuovere l’elemento biografico per concentrarsi propriamente sull’esistenza, ma forse uno dei biopic più bizzarri ed efficaci mai realizzati riprende la forma più convenzionale della raccolta di episodi. Parliamo di Wittgenstein di Derek Jarman, realizzato nel 1993. Il film si fa notare non per la struttura narrativa, fatta di tanti piccoli lampi sulla biografia del filosofo austriaco, ma per la composizione profilmica. I vari momenti che compongono la vita di Wittgenstein sono messi in scena in un ambiente completamente nero e del tutto spoglio, e in esso gli attori recitano i loro dialoghi in compagnia di un piccolo e peloso alieno verde. Jarman cerca, e probabilmente riesce, a restituire visivamente il pensiero dietro il Tractatus logico-philosophico, la summa del pensiero di Wittgenstein e tra i saggi più complessi e meno studiati del ‘900. E per chiudere questa brevissima e non esaustiva rassegna di biopic dotati di interesse cinematografico tornando in Italia, non si può non nominare Salvatore Giuliano di Francesco Rosi, che racconta il bandito del titolo senza mai mostrarlo, ma scegliendo di filmare il mondo che gli gravitava attorno, fatto dai suoi compagni e dai suoi nemici, ma anche dalla natura di quella Sicilia nelle cui pietre sembra scolpita la figura di Giuliano.

Non che sia necessario battere sentieri così nuovi per realizzare un buon biopic, film come Toro Scatenato o Elephant Man sono decisamente più classici ma comunque straordinari. Cos’è allora che appiattisce tanto Il giovane favoloso? Molto semplicemente, la disarmante povertà del pensiero. Il Leopardi comunque ben interpretato da Elio Germano si limita a compiere le sue azioni davanti alla cinepresa, senza mai aprirsi al mondo interiore che lo anima, il cui tormento sembra risolversi nella continua camminata strascicata rasente al muro (come nell’atroce Kinski Paganini [sic], per fortuna unica regia dello straordinario attore tedesco). E assieme a questa figurina di Leopardi, anche tutti gli altri personaggi che popolano il film sono solo marionette che dicono e fanno cose, una dopo l’altra, per far proseguire la trama di un film che di favoloso ha solo la durata.
Solo in alcuni frammenti si scorge il film che sarebbe potuto essere ma che invece non è. C’è, per esempio, una scena bellissima, una delle poche, in cui Giacomo viene convinto da un amico ad andare con una prostituta, dalla quale però fuggirà deriso da un gruppetto di bambini. Ecco, in questi episodi minimi e di scarsa storicità, Martone avrebbe potuto trovare l’umanità del suo Leopardi, smarrita invece in una mediocrità ora didascalica (il poeta sull’ermo colle che decanta la celebre poesia), ora di cattivo gusto (Silvia che sembra una concorrente di Miss Italia), e che nel complesso si stabilizza al livello di una miniserie RAI.
Se Il giovane favoloso è riuscito a raccogliere così tanti applausi a Venezia, forse è perché dello spirito di Giacomo Leopardi, poeta che per il suo pessimismo cosmico raccoglie per lo più le antipatie del pubblico, non c’è granché.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. wwayne ha detto:

    Ti raccomando ad occhi chiusi un altro film con Elio Germano, quello di cui ho parlato in questo mio post: http://wwayne.wordpress.com/2013/12/09/un-successo-meritato/. : )

    1. Marcello ha detto:

      Grazie del consiglio, lo recupererò! :)

  2. Marcello ha detto:

    Sì sì, ti farò sapere appena riuscirò a vederlo! :)

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