Venezia 71- Belluscone di Franco Maresco

di Marcello Bonini

locandina

Il palermitano Franco Maresco ha scelto per il suo secondo lungometraggio dopo la separazione da Daniele Ciprì di raccontare il legame fortissimo ed ambiguo che lega Silvio Berlusconi alla Sicilia e alla mafia.
Per fortuna, Belluscone – Una storia siciliana non si esaurisce nell’essere l’ennesimo documentario sull’ex-Presidente del Consiglio, ma trova forza nel farsi riflessione sul cinema stesso, creando un ibrido tra il documentario propriamente detto e i falsi documentari, anche noti come mockumentaries. Perché se il film racconta i reali legami tra Berlusconi e la mafia e lo fa attraverso il mondo sconosciuto dei cantanti neomelodici, idoli delle folle a Napoli e a Palermo e spesso accusati di essere vicini alle più potenti famiglie mafiose e camorristiche, l’espediente da cui parte vi è estraneo, ed è la ricerca di uno scomparso Maresco, disperso durante la lavorazione del film stesso. Tati Sanguinetti, personaggio narrante, racconta al pubblico che il suo amico Franco è da mesi irrintracciabile e che le ultime notizie che si hanno di lui vengono dal set di un film su Berlusconi al quale lavora da anni. Parte così alla volta di Palermo e le immagini della sua ricerca si mescolano con quelle girate nel corso degli anni da Maresco.

Presupponendo che questo espediente sia finzionale, viene da chiedersi quanto ci sia di vero e quanto di costruito, in Belluscone. Dell’Utri sta davvero rispondendo alle domande postegli, oppure sta recitando? E se è sincero, lo è anche nei frammenti rubati dai fuori onda? Le mille difficoltà nelle quali incappa Maresco, che arriva a farsi denunciare da un neomelodico che si fa chiamare Erik, sono reali, o fanno parte della tensione narrativa costruita dall’autore? Perché anche giocando con grande abilità al metacinema, Maresco non perde mai di vista il nucleo del film, che racconta con spietata ironia la Sicilia mafiosa e berlusconiana. La confusione metafilmica diventa lo specchio perfetto per mostrare la confusione del vero mondo mafioso, dove verità e menzogne si mescolano inesorabilmente.

Ma anche se il film è esuberante e rumoroso lo si può considerare un film sul silenzio: tutti i non detti che ne tessono la trama collegano uno dopo l’altro i non detti dei suoi personaggi, cantanti, manager, pentiti, politici. Questa struttura dà senso d’essere al film, perché nessun documentario potrebbe ormai rivelare cose nuove sull’impero berlusconiano, la criminosa nascita del quale è nota a tutti. Per non ripetere ancora le cose già dette da innumerevoli documentari, reportage, libri e articoli, Maresco riduce al minimo le informazioni fornite al pubblico, mettendo al centro del suo film tutto ciò che è marginale: da una parte la bizzarra fauna dei neomelodici, dall’altra il farsi del film. Nell’incontro tra questi due elementi predominanti, cioè quando la macchina da presa indugia negli intervalli tra le intervista, quando continua a filmare oltre i limiti di ciò che dovrebbe interessare al suo occhio, si svela un mondo agghiacciante per la traboccante omertà e ignoranza, ma che nonostante questo risulta anche quasi esilarante, per la candida ingenuità di certi personaggi, del tutto inconsapevoli delle loro parole. In questo Belluscone risulta vincente, perché riesce a prendere un argomento abusato e non solo vi trova un punto di vista nuovo, ma lo rende anche un brillante punto di incontro tra reportage e fiction, dal cui rapporto nasce il film stesso.

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