Venezia 71 – She’s funny that way di Peter Bogdanovich

di Marcello Bonini

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Uno dei film western più belli di tutti i tempi è sicuramente L’uomo che uccise Liberty Valance, diretto nel 1962 da John Ford. Qui, il giovane avvocato Ransom Stoddard, simbolo dell’America che verrà, diventa amico di un vecchio cowboy di nome Tom Doniphon, a sua volta simbolo di coloro che l’America l’hanno costruita, ma si ritrova a dover affrontare il pericoloso bandito del titolo, e la sua eroica vittoria in duello gli garantirà il successo che lo porterà a diventare Senatore degli Stati Uniti. Quando però diversi anni più tardi racconterà quell’episodio ormai mitico ad alcuni giornalisti, rivelerà che ad uccidere Liberty Valance non fu lui, ma Tom, che sparò all’avversario alle spalle. Ma i giornalisti rifiuteranno questa versione, perché «quando la leggenda diventa un fatto, stampa la leggenda». Ѐ difficile trovare un film western che parli con maggior intelligenza del cinema western. Ford è stato il principale artefice della nascita del mito della frontiera, ma era perfettamente consapevole che i suoi cowboy dall’onore di ferro non avevano alcuna attinenza con la realtà dei padri fondatori di un paese nato sul sangue. Furono gli uomini come Tom ad aprire la strada agli uomini di legge come Ransom, e lo hanno fatto grazie alla violenza. Ma Ford era anche consapevole che il racconto filmico ha il pieno diritto di stravolgere la realtà per creare un magnifico mondo che forse non è mai esistito.

She’s funny that way di Peter Bogdanovich sembra partire da qui, e non a caso proprio a Ford il regista serbo-americano dedicò nel 1971 il documentario Directed by John Ford. Il suo ultimo film, fuori concorso a Venezia 71, racconta di come la giovane Isabella sia riuscita a diventare una grande attrice cominciando come ragazza squillo, ma essendo tutta la storia narrata in prima persona, proprio a una giornalista, da Isabella stessa, il film mette in scena il racconto nel suo farsi. La ragazza dichiara subito di credere alle favole, e quando l’intervistatrice interviene per mettere in dubbio le mirabolanti peripezie del suo racconto, sorride, ribadendo il diritto a trasformare in leggenda un fatto. Non è importante quanto ci sia di vero, conta quanto la favola che Isabella racconta ci affascini e ci diverta. In questo She’s funny that way diventa una brillante riflessione sulla Hollywood degli anni d’oro, sui cui protagonisti Bogdanovich ha già scritto due splendidi libri, Chi c’è in quel film? e Chi ha diretto quel film?.
Certo, all’atto pratico questo suo ultimo film potrebbe apparire come l’ennesima vorticosa commedia degli equivoci, scontata e divertente, ma Bogdanovich prende in contropiede questa facile critica, chiudendo il film con un veloce e brillante scambio di battute. La favoletta che ha appena ascoltato «Non è molto originale», le fa notare sardonica la giornalista. Di nuovo Isabella sorride: «Cos’è originale?». Dopo aver (ri)costruito il mito del racconto, bastano queste tre parole a demolire il mito dell’originalità. Dopotutto, i grandi capolavori del cinema classico americano erano per lo più rielaborazioni di storie già narrate mille volte, spesso traboccanti di luoghi comuni, perché un cliché ci fa sorridere, cento ci fanno commuovere. Dopo millenni di storia dell’arte narrativa non si può essere tanto ingenui da credere che ancora vi siano cose nuove da dire, e un secolo di film ha già provveduto a ridire quelle vecchie ancora una volta. Qui sta il potere del cinema, nel mettere sotto una nuova luce ciò che è antico, e investirlo così di un nuovo senso. Sembra proprio parlare di cinema Francis Bacon quando fa dire a Salomone «Non ci sono cose nuove sulla terra. Così come Platone immaginò che tutta la conoscenza non è altro che ricordo, così Salomone sentenzia, che tutto ciò che è nuovo non è altro che oblio.» Il cinema ha inghiottito la Storia e l’ha dimenticata, rigurgitando per noi il mito. Più umilmente, Bogdanovich non sceglie la Storia, ma una storia, e affidatala alle sicure mani della commedia americana, ne fa un apologo di tutto ciò di cui viene attaccato il cinema, per lo meno quello in apparenza più commerciale: la sua ingenuità e la sua scontatezza. She’s funny that way espone orgogliosamente i suoi difetti e li rende il suo pregio. Il resto lo fanno il solido mestiere di un regista che vive di cinema da quando è nato e un cast dai tempi comici perfetti. E se anche non ci si dovesse vedere questa acuta ricerca filmica, non si può negare che quello che è il suo scopo principale gli riesca comunque benissimo: She’s funny that way è esilarante. E se una commedia fa ridere, perché stare tanto a meditare sul fatto che sia o meno originale?

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