Venezia 71 – 99 homes di Ramin Bahrani

di Marcello Bonini

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C’è un momento cruciale in 99 Homes. Prima dell’ultima scena, il protagonista deve prendere una decisione fondamentale: può commettere un atto infame che lo renderà ricco, oppure pentirsi e salvare la propria umanità.
L’ultimo film di Ramin Bahrani, in concorso alla 71° Mostra del Cinema di Venezia, racconta uno dei tanti drammi sociali che sono seguiti alla recente crisi economica: la perdita da parte di innumerevoli proletari della propria casa, divenuta impossibile da pagare dopo la perdita del lavoro.
Sebbene il regista accolga una struttura narrativa tipicamente americana, il suo sguardo sulla vicenda svela le sue origini: troppo spietato nel mostrare quel connubio tra banche e governo che ha permesso a qualcuno di arricchirsi a spese di tanti. Pochi statunitensi sarebbero stati così duri nello smantellare il sistema del sogno americano.
Dopo essere stato sfrattato con la madre e il figlio dalla casa dove è nato e cresciuto, Dennis trova molto in fretta il modo per rimettersi in piedi, e dall’indigenza nella quale è sprofondato riesce ad arricchirsi come mai prima, grazie però al lavoro datogli dall’agente immobiliare che lo ha buttato fuori di casa, entrando così nei suoi traffici al limite della legalità. Torniamo a questo punto alla scena chiave di cui sopra. Dennis è ad un bivio, e il film con lui. Negli istanti in cui si consumava il suo dramma interiore, mentre il dubbio e l’indecisione rodevano l’anima di Dennis, io mi sono trovato diviso tra il mio essere spettatore e, se me lo si concede, il mio essere critico cinematografico.

Da una parte c’era il bambino che si è innamorato del cinema per tutti i mondi di sogno nei quali riusciva ad entrare grazie alle immagini in movimento sullo schermo argenteo di una sala buia, che quasi voleva urlare a Dennis di fare la cosa giusta, salvare la propria dignità e rovinare il ricco bastardo per cui lavorava. Dall’altra, però, c’era il critico cinico e disincantato che cerca di studiare ogni singolo fotogramma di un film per comprenderne la tecnica e le ragioni, che sperava che Bahrani avesse il coraggio di portare fino il fondo la sua spietata analisi della natura umana, mostrando come una salvezza in una società schiava del guadagno sia impossibile. L’Io bambino sperava nel mediocre film confortante, l’Io critico nel grande film crudele.
Questa situazione parrebbe marcare quella distanza incolmabile che spesso c’è tra chi va al cinema per piacere e chi va al cinema per lavoro, dando corda a chi sostiene che davvero esiste il cinema da cassetta e il cinema da festival. Sicuramente esistono film di grande successo la cui mediocrità è palese a chiunque abbia un minimo di senso estetico, e altri che richiedono una competenza specifica che pochi hanno. Ma film positivi che riescano a soddisfare esigenze così diverse posso esistere, oppure un film buono deve necessariamente essere buonista?
Per rispondere negativamente a quest’ultima domanda si possono fare molti esempi, soprattutto dal passato. Quello più facile è Frank Capra, specialista di film dall’ottimismo dilagante e assoluto, dove non importava quanto in basso scivolasse l’uomo, perché la salvezza sarebbe comunque giunta e il bene avrebbe trionfato. Allora perché anche il critico più cinico prega perché George de La vita è meravigliosa torni sui suoi passi e non si butti dal ponte, mentre spera che Dennis di 99 homes consegni la busta che significa infamia e vergogna? Forse perché Capra era dotato di un talento filmico immenso, ed era capace di condurre i propri spettatori all’interno dei mondi che lui creava, conducendoli dove voleva, e, figlio della sua epoca, utilizzava questo dono per portare la speranza nella quale lui credeva. I registi che oggi hanno lo stesso talento sono cresciuti in un mondo diverso e disilluso, e giustamente quello portano sullo schermo.
Anche un autore più positivo, come può essere Kaurismaki, ad esempio, infonde nei suoi film una malinconia che impedisce l’ottimismo totale di Capra. Bahrani, che pur dimostra una bravura non indifferente (splendida l’inquadratura che apre il film), non ha quella stessa capacità di catturare qualunque spettatore, e questo lo porta a dover scegliere da che parte stare, se con il pubblico che ancora dal cinema aspetta evasione, oppure con i critici che desiderano una rappresentazione del mondo più confacente allo spirito del tempo

A prescindere dalla decisione di Dennis, però, 99 homes rimane comunque un buon film, e l’attacco frontale al sistema economico americano è forte ed efficace, anche se non dovesse arrivare ad intaccare la natura stessa dell’uomo, fermandosi al livello sociale.
Certo, per quanto fedelissimo dei film senza speranza, non mi dispiacerebbe un giorno scoprire nuovi autori capaci di mettere d’accordo il bambino con il critico. Ogni tanto, almeno al cinema, c’è bisogno che George non si butti.

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  1. Sonja ha detto:

    “Ogni tanto, almeno al cinema, c’é bisogno che George non si butti”
    Grande riflessione, anche perchè, nonostante la consapevolezza che un’epoca spietata richieda di essere
    rappresentata fino in fondo, è pur sempre vero che sono ancora i comportamenti individuali, quando si
    dinstinguono da quelli di massa, a brillare intensamente nel buio di un’epoca, creando a volte, miracolosamente, il cortocircuito salvifico.

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