Venezia 71 – One on one di Kim Ki-duk

di Marcello Bonini

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Kim Ki-duk sta diventando un ospite fisso alla Mostra del Cinema di Venezia. Già presente l’anno scorso con Moebius, film al centro di molte polemiche per la sua radicalità, torna quest’anno alle Giornate degli Autori con One on one, opus numero XX del regista sudcoreano.

Qui si racconta di un gruppo di reietti della società riunitosi per vendicare l’omicidio di una studentessa, commissionato per oscuri motivi da alcuni uomini di potere. Il film è ben girato, con buoni interpreti ed una rappresentazione della violenza esplicita ma che non scivola mai nella gratuità autocompiaciuta. Cosa impedisce dunque a One on one di essere un grande film? La sua stessa natura. I film sudcoreani di vendetta sono ormai quasi un genere a sé stante, anzi, sembra che buona parte della produzione cinematografica del paese sia dedicata a queste turpi storie di odi e rancori. Park Chan-wook vi ha dedicato un’intera, riuscitissima, trilogia (Sympathy for Mr. Vengeance nel 2002, Oldboy nel 2003, e infine Sympathy for Lady Vengeance nel 2005), e lo stesso Kim Ki-duk aveva già esplorato il tema appena due anni fa con Pietà. Certo lui rispetto a Park Chan-wook (e a se stesso) rafforza la componente politica, esplicitando la sotterranea metafora sociale dei predecessori, e aggiunge un indovinato tocco di Kafka (c’è sempre qualcuno più in alto ad aver ordinato l’omicidio, le cui ragioni rimarranno misteriose). Ma questo non basta a scrollare di dosso al film quel sentore di già visto che lo pervade. Anche perché la sensibilità degli autori dietro a tutte queste pellicole è spesso simile: la vendetta non è mai giustificata, ma è sempre comprensibile, ed è un passo verso un’ineluttabile spirale dove sangue chiama sangue che chiama altro sangue. In questo, la fonte d’ispirazione comune sembra almeno in parte essere la tragedia greca e le sue eredità di morte, mescolate alla visione del mondo tipicamente asiatica, dove i confini tra personaggi positivi e personaggi negativi sono quanto mai labili. Ma queste stesse parole con pochi o addirittura con nessun accorgimento potrebbero essere impiegate per parlare di qualunque altro film di vendetta coreano. La grande differenza tra queste tante opere è soprattutto formale, e appurato che si tratta per lo più di registi la cui capacità di messa in scena è fuori discussione, si può esprimere un giudizio prettamente soggettivo, a seconda che si preferisca lo stile più semplice e immediato di Kim Ki-duk o quello più costruito ed estetizzante di Park Chan-wook.

Un giudizio oggettivo può più che altro limitarsi a constatare che One on one arriva dopo tanti altri film ai quali somiglia non poco, ennesimo rappresentante di una nazione che sembra bloccata sui film di vendetta. Le ragioni per un interesse così spiccato sarebbero sicuramente interessanti da analizzare, ma è un compito complesso che richiederebbe un esperto della società sudcoreana, se non ci si vuole fermare a vedere solo il livello della critica sociale a un sistema corrotto. Un esperto di cinema può al più sbuffare davanti a un film già visto troppe volte, ma poi non potrà che constatare che, forse, è meglio essere bloccati sui film di vendetta che sulle commedie e i drammi realistici all’italiana (per quanto, bisogna dirlo, gli ultimi anni siano stati prodighi di film italiani nuovi e ben riusciti e un nuovo corso paia farsi strada).

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