Universi immaginari condivisi. Una recensione a Stalin + Bianca di Iacopo Barison

di Tommaso Ghezzi

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Era più o meno la metà degli anni ottanta. Pier Vittorio Tondelli gettò le basi di quella che diventerà la Transeuropa Edizioni attraverso il Progetto Under 25. Poco dopo, con Mondadori, darà vita al programma editoriale Mouse to Mouse, da Tondelli stesso definito «una ‘serie’ editoriale, non tanto di una ‘collana’ con caratteristiche letterarie ben precise che vuole esplorare quei territori culturali non immediatamente riconducibili alla letteratura e alle sue pratiche, luoghi non marginali, non emergenti nella società e che cerca quindi le narrazioni nel mondo della moda, della pubblicità, delle arti figurative, dello spettacolo, del rock».

Nel 2014 Vanni Santoni procede con un’operazione assai affine a quella dell’ormai asceso autore emiliano; diventa direttore della collana di narrativa dei tipi Tunué, una casa editrice specializzata in graphic novel e saggistica legata al fumetto. L’apertura alla prosa non sembra un salto così ardito; la tagline di Tunué è “editori dell’immaginario”. Immaginario “del contemporaneo”, specificano tra i punti del codice etico della Casa. C’è quindi il tentativo di rappresentare la complessità referenziale dei nostri tempi, una mappatura dell’insieme contemporaneo di simboli, figure e concetti. Santoni parla di “sconfinamento” come criterio basico per la selezione dei testi, insieme alla “bontà della prosa” e alla brevitas delle 250.000 battute. Una solida cassa integrativa, libera, priva di pregiudizi, ideale per la crescita di un giovane autore.

Uno dei ‘talenti’ selezionati da Vanni Santoni è Iacopo Barison che si era già fatto notare nel 2010 con 28 grammi dopo (Voras, 2010), tratto dal suo blog Xanax & co., cinefilo, autore per Minima&Moralia, ventiseienne. A lui il compito di inaugurare la collana, a Maggio 2014, con un romanzo di 180 pagine, intitolato Stalin + Bianca.

Il segno “+” vuole essere già segnale di un’eloquenza additiva; nel testo si stagliano risultati random di una ricerca in un bagaglio comune ai nati nella seconda metà degli anni ottanta, con un minimo di cultura cinematografica; i risultati sono addendi. Il complesso è la somma dei nuclei riconoscibili, dei riferimenti diretti ad universi immaginari condivisi.
La scena in cui si giustifica il simbolo matematico del titolo si trova a metà del libro; Stalin, protagonista disincantato, outsider canonico della periferia metropolitana che si è guadagnato questo soprannome per i suoi baffi tardo adolescenziali, incide il suo nome sul tronco di un albero, mentre un senzatetto – non personaggio, ghost-character di cui il testo è pieno – lo osserva.

[Guardiamo il mio nome scritto sull’albero. Sentiamo il rumore del traffico che scorre oltre le recinzioni e le recinzioni sono arrugginite e dividono la superficie verde dal mondo esterno, stabilendo i confini di realtà opposte. Guardavo il mio nome e sembrava incompleto, smarrito nella luce del pomeriggio che diventa sera […]“ho sentito che una tribù di indiani, non chiedermi quale, attaccava i nemici soltanto di giorno. Mai e poi mai di notte. Credevano che il grande spirito, se fossero morti durante un attacco notturno, non sarebbe riuscito a trovare i loro cadaveri. Di conseguenza, non avrebbero avuto accesso alla vita ultraterrena”.
Gli indiani credevano nel paradiso?
A loro modo, ma ci credevano.
Decido che non voglio finire come gli indiani, allora aggiungo + BIANCA sul tronco dell’albero, vicino al mio soprannome…] (pp. 98)

Stalin è un silenzioso neodiciottenne irrequieto, con un passato di disturbi psichici e mala gestione della propria rabbia. Lavora per Jean – così nominato per la sua somiglianza con Jean Gabin – custode dello stadio della città e contemporaneamente baricentro di un reticolo losco e illegale. Bianca è una ragazza non vedente, di un anno più piccola di Stalin, con i quattro sensi attivi affinati e acutizzati, scrive poesie ad occhi chiusi, memorizzando le parole, su compositori di musica classica. I due protagonisti falcano la linea narrativa del romanzo e la separano in due parti. La prima inquadra la periferia entro la quale i “giovani” si sono formati e sopravvivono con le oppressioni sociali dei branchi metropolitani e della deturpata vita domestica. Una violenta lite tra Stalin e il patrigno sancisce uno stacco con il vecchio mondo e si apre la seconda parte che procede, a mo’ di bildungsroman, definendo la fuga d’amore che i due eroi compiono verso una non specificata Capitale, nella quale si troveranno a condividere i sogni, le speranze e i disagi di un gruppo di artisti di strada.
Stalin ha con sé una macchina da presa; il suo sogno è diventare l’erede di Dziga Vertov, collazionando immagini del quotidiano di quegli ambienti così devastati e vili, e montarli al fine di costituire una grande narrazione totale del tempo presente. La sua è un’esistenza vissuta per sprazzi di luce, scanditi dall’incedere repentino della rabbia e della quiete, degli impulsi sedati con le pastiglie che tiene sempre in un blister nella tasca della giacca.

Passo la mattinata a guardare video. Sul portatile conservo i filmati migliori e li studio e mi impegno a montarli: una rissa nel mio quartiere, il sole, un senzatetto che guarda in camera, il cadavere dell’opossum, le labbra di Bianca che dicono “Resisti”. (p. 45)

Ma il dato storico del racconto non è chiaro. È una contemporaneità deviata la quale spesso collide con la sensazione di avere a che fare con un romanzo di fantascienza distopica, edulcorata dalle estremità grette, ma ben salda nei suoi intenti ora divulgativi, ora critici. È una fantascienza di cartapesta, come quella di Metropolis o di Godzilla, in una forma accelerata dalle propulsioni tecnologiche della vita quotidiana, e con tutti gli annessi percettivi che oggi un lettore possa avere nei confronti di una montatura così visibilmente posticcia. Di base c’è forse un’incoscienza analitica, una volontà critica verso la pervasività non consenziente delle meccaniche ipermoderne, riportata ogni volta verso il segno +, verso gli elementi umani dell’esistenza. È una sceneggiatura di David Cronenberg passata alla regia di Gabriele Muccino, è Harmony Korine obbligato a spiegare i suoi film in un monastero di suore, Philip K. Dick innamorato di una liceale.

Stalin + Bianca è un drone letterario costruito sulla base di un immaginario complesso, dirottato poi dalle curvature narrative dettate dagli impulsi demiurgici dell’autore. I quadri, i personaggi, le ambientazioni, sono tra loro estremamente diverse. La divergenza dei polimeorfemi e dei crono topici e dei contenuti è il fondamento della rappresentazione. I continui passaggi, salti, cambi di binario e di ritmo narrativo solvono la continuità frammentata del testo in decisi stacchi filmici rivolti a comporre un mosaico sì policromatico ma – di fatto – coerente. Il romanzo dovrebbe detenere una sola voce ed una sola prospettiva, quella di Stalin, centro dell’intradiegesi; ma un secondo piano di lettura ci si accorge che le voci sono plurali, le visuali non hanno un unico punto di fuga, si sovrappongono, i tempi si scavallano e le radiazioni romanzesche si squadernano in più proiezioni, ora cinematografiche, ora fumettistiche, ora documentarie. L’io è uno ma parla in tempi diversi, in modi diversi, in situazioni differenti che moltiplicano la sua voce narrante. In certi punti addirittura la voce si fa meta letteraria «vorrei saltare la scena dove entro in casa, mi faccio forza e invado il pianeta ammobiliato dell’ex raver e di mia madre […] questa è invece la scena in cui prendo coscienza». (pp. 48 – 50)

Una regia stonata e scientemente confusa, esasperata ad un ritmo incalzante della paratassi al presente indicativo. Le immagini battono il tempo e sono tinte fluorescenti; circondate cioè da un goticismo opalescente, da un buio fondale tranciato da toni freddi e stridenti ma che fissano illuminazioni etero-dirette, che provengono dai circondari tematici, quello “sconfinamento” che probabilmente ha convinto Vanni Santoni.

Barison forse non parla d’altro che delle nostre miserie, che sarebbero le stesse anche in un altro dei mondi possibili. È la narrazione del nuovo trauma della maturità, quello dei nati nella seconda metà degli anni ’80; l’età in cui “la vita dovrebbe sorriderci e farci promesse che non potrà mantenere” (un po’ come la puntata dei Simpson in cui Homer ringrazia Billy Corgan con parole di encomio: «grazie alla vostra musica deprimente i miei figli hanno smesso finalmente di sognare un futuro che non avrei mai mai mai potuto offrire»). Barison è un giovane autore, che attraverso internet, i blog e le pubblicazioni online ha trovato un confronto immediato con il pubblico, quel “banco di prova” che per Tondelli rappresentava il confronto con i lettori, e che doveva essere un mezzo per la transindividualità e non un punto d’arrivo. Nonostante alcune incertezze il romanzo convince.

Stalin + Bianca è un romanzo denso di futuro, distopico e realistico. Nella cupiscenza verso un futuro verosimile (fatto di Veg Burger, locali dedicati a stati d’animo, binari privati di proprietà di industrie farmaceutiche) appaiono però tasselli di vintage/umanità; carte da parati, la vespa di Stalin, e “l’unico teatro rimasto, un posto fuori moda in cui ci sentiamo a casa”. Ecco l’ultimo step. Quello dell’appercezione sconfortante, la realizzazione del potere, un giorno, rimpiangere persino questi tempi così desolanti:

Per le strade vuote guardo i palazzi e le variazioni sul tema. Nel quartiere, confesso di sentirmi protetto, con tutto il cemento e la palette di grigio e la farsa delle norme edilizie. In quest’istante sono certo che i problemi qualunque essi siano abbiano un lato universale e perpetuo. Ovunque fatichiamo per tirare avanti e lottiamo e pensiamo di meritare di meglio. Il pianeta si auto commisera e io mi domando se i problemi e i conflitti verranno risolti in tempo, prima della fine del mondo. (p. 47)

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