La distanza tra un civile e un terrorista

di Vincenzo Fatigati

israel-gaza[1]

Prima funzionava così: una telefonata, proveniente dal tuo eventuale carnefice, ti  avvisava che in una manciata di minuti la tua casa sarebbe stata distrutta da un missile. Se eri in tempo e riuscivi a fuggire, allora potevi avere salva la vita, e quindi essere magari etichettato come civile. Il nemico – prima di premere il grilletto – almeno  ti aveva avvisato.

Ora, già a partire da qualche anno, al posto della telefonata l’esercito israeliano utilizza una nuova tecnica, quella del roof knocking: un missile ‘leggero’ ti ‘bussa’ a casa, colpisce il tetto facendolo leggermente sobbalzare e, sostanzialmente con la stessa funzione della telefonata, ti avvisa di essere nel mirino.  Avvisandoti quindi ti offre una possibilità: fuggire (se si è in tempo) o morire, e quindi  essere potenzialmente considerato ex post, da un punto di vista giuridico, come eventuale ‘partigiano’, uno scudo umano, comunque uno che ha scelto di stare lì. L’azione militare non solo deve essere decisa e determinata, ma la vittima che appare nell’obiettivo deve essere considerata, davanti alla comunità internazionale e all’opinione pubblica, responsabile di quell’azione, colpevole, in modo da fare sembrare l’operazione giusta, necessaria e umanitaria.
Il tempo che scorre tra il primo missile, quello che serve ad avvisarti, e il secondo, generalmente si aggira, nella migliore delle ipotesi, intorno ai dieci o quindici minuti, ma vi sono stati casi in cui questi dieci minuti si sono ridotti a zero, o a pochi secondi.
Ecco, questo tempo è la distanza che separa un terrorista da un civile.

I jihadisti  fondamentalisti di Hamas non riconoscono lo Stato di Israele e vogliono che tutti  gli israeliani, civili e militari, vengano uccisi. Secondo la loro prospettiva “barbarica e criminosa” non vi è pertanto distinzione tra chi è  civile e chi non lo è. Mentre i democratici israeliani vogliono colpire solo i responsabili dei crimini,  i veri colpevoli; insomma gli israeliani vogliono solo legittimamente difendersi. E, se ci sono  “danni collaterali” ( i.e. bambini, civili innocenti), beh questi sono  imputabili  ai terroristi, come qualche giorno fa ha asserito Netanyahu.

Dopo una settimana di bombardamenti, le vittime palestinesi sono salite a 220, di cui l’80% composto da civili. Dopo quasi due settimane, al 24 luglio i terroristi di Hamas avevano ucciso 34 israeliani; mentre i democratici dello stato di Israele ne avevano ammazzati 714 (di cui rimane variabile la proporzione di 8/10 di  civili tra le vittime palestinesi). Nonostante il cessate il fuoco, il giorno 28 luglio le vittime hanno superato il migliaio, attestandosi su 1065 da parte palestinese (e oltre 6200 feriti), mentre 43 sono i soldati israeliani uccisi.

L’asimmetria con cui viene accettata questa sproporzione, cioè il fatto che sia tollerato dietro l’involucro democratico un massacro di oltre venti volte superiore a quello dei terroristi di Hamas, è giustificato proprio da quella distinzione iniziale, da quei pochi minuti che servono per il knock the roof.

Tutte le azioni militari degli ultimi anni da parte dell’esercito israeliano, Piombo Fuso (2009), Pilastro di difesa (2012) e quest’ultima, Protective Edge (2014), anche quando mosse da una non chiara e delineata strategia politica, come forse è il caso di quest’ultimo conflitto, nascono sempre come “risposta” a una provocazione del nemico. Questo perché l’azione violenta, per essere legittimata, deve apparire difensiva e quindi necessita del casus belli del nemico per instaurare un meccanismo di conflitto perenne e una escalation che porta la parte più forte a dettar legge, con una guerra di logoramento che serve a intimidire e minacciare l’altra parte.

Il fatto che una guerra possa essere considerata giusta, necessaria e addirittura umanitaria è la lezione che abbiamo ereditato dalla teologia politica medievale, almeno da Sant’Agostino fino a San Tommaso: una guerra sancita dall’autorità, finalizzata al bene (recta intentio) e determinata da una giusta causa (iuxta causa). Questi erano i tre parametri secondo cui, per Tommaso, una guerra poteva essere intrapresa legittimamente,  perché difensiva, in quanto risposta a un attacco nemico. Questi termini, a partire già dall’età moderna, vengono cambiati. E sempre di più la guerra da difensiva diviene – o vuole apparire – preventiva.

Sicché la presunta superiorità morale e civilizzatrice, misurata in questo caso in quei minuti che danno alla vittima la presunta possibilità di poter scegliere di fuggire, diviene sempre più parte integrante dell’ideologia dell’interventismo militarista, come ci insegna la retorica dell’eccezionalismo  repubblicano americano nell’epoca del governo Bush jr., verniciata di puritanesimo messianico fondamentalista di stampo cristiano.

Se oggi il dibattito contemporaneo  in merito  alla normativa giuridica  della guerra giusta si sviluppa secondo  le due  categorie classiche, lo ius in bello contrapposta allo ius ad bellum (quella che già  Bobbio aveva  articolato come la questione della legalità e della legittimità  della guerra); bene, questa differenza, mentre guardiamo quel missile distruggere la casa dopo aver atteso quella manciata di minuti, andrebbe sempre più ridotta. E possiamo permetterci di asserire che lo ius in bello  diviene ormai parte integrante della giustificazione dello ius ad bellum. Dietro la presunta minaccia della negazione dei diritti civili operata dal nemico, e quindi proprio in virtù della nostra supposta superiorità politica, religiosa e morale, vengono giustificate azioni belliche tese a negare – anche attraverso una legittimazione giuridica – quegli stessi diritti o libertà di cui si vuole essere portavoci. Il terrorista allora, in questa sceneggiatura di guerra, è necessario, in quanto gioca il ruolo dell’antagonista che serve a legittimare un’occupazione che viola il diritto internazionale.

Il nuovo esercito israeliano, a differenza di quello della generazione passata, appare più giovanile, moderno, occidentale, per certi aspetti più asservito, e per questo terribilmente più disumano. Le nuove leve, diversamente dai loro padri, non potrebbero mai rifiutare di obbedire agli ordini, o di porsi il problema dei civili palestinesi, magari riconsiderando nell’agenda politica anche termini come “pace”. Questo non avviene non per una qualche senso del dovere o per attaccamento alla causa,  ma  per una questione ancora più mostruosamente banale:  perché  è cambiata la natura della guerra, trasformando il volto del campo di battaglia in una sorta di videogame, dove da una parte gli algoritmi del sistema di Iron Drome neutralizzano l’azione offensiva di Hamas, dall’altra missili di precisione e droni colpiscono gli obiettivi nemici. Senza che la vittima abbia un volto. Le nuove generazioni di palestinesi e israeliani condividono lo stesso fazzoletto di terra ma probabilmente sono cresciuti senza essersi mai visti negli occhi.  Il nemico allora non è solo – come insegna la tradizione – colpevole, ma è anche invisibile, cioè ridotto alla sua caricatura. In modo che, dopo aver colpito l’obiettivo – dopo quei pochi minuti di attesa- il soldato possa ritornare al suo lavoro quotidiano. Come in un videogame, virtualizzando quella realtà, si neutralizza il contatto empatico con l’altro, e allora, davanti al fuoco dei missili, non resta che guardarsi lo spettacolo, con birra e panini, come testimoniano immagini raccapriccianti che girano in rete.

Il modo in cui questo conflitto viene raccontato (quando viene raccontato) dai media, da un lato è asettico, fintamente neutrale, col tono vagamente britannico del politically correct, senza tollerare commenti di parte o prese di posizione; modo che comunque segnala una forte pressione sui toni e i contenuti, come dimostra il caso della giornalista della NBC Ayman Mohyeldin, o di Diana Magnay, giornalista della CNN, rimossa dopo aver pubblicato un tweet infelice. Ma dall’altro lato il racconto del conflitto si riduce ad una confusionale sovrapposizione di immagini da ambo le parti, con un continuo e disorganizzato bilancio di vittime nei titoli di coda, che  suscita nel  telespettatore medio occidentale uno strano senso di fastidio .

Non vi è spazio per approfondimenti, né una adeguata narrazione che colleghi fatti e eventi.
Il tono asettico neutralizza qualsiasi presa di posizione vera, qualsiasi volontà di approfondimento, magari mascherandosi dietro un generico desiderio di pace, in modo da far apparire qualsiasi analisi, anche quando esplicitamente supportata dai fatti (ad esempio la sproporzione nel numero delle vittime) come una difesa dell’avversario, uno schierarsi dalla parte dei terroristi o un voler maggior vittime dall’altra parte, piuttosto che un modo per delegittimare qualsiasi forma di violenza. Una sintassi mediatica che non invita al pensiero.

Ecco, si potrebbe dire che proprio dietro quel finto tono obiettivo e distaccato di stampo giornalistico si compie la più grande strumentalizzazione politica, mostrando come obiettiva una ricostruzione in realtà già parziale.

Per dirla con le parole di Edward Said, che ha speso una vita per la difesa dei diritti civili e l’autodeterminazione del popolo palestinese, dire la verità al potere significa prendere parte, offrire una nuova prospettiva, rompere dogmi collaudati dai media, schierarsi rischiando in prima persona per raccontare la verità, provocando le autorità dove necessario, per creare dibattito e riflessione. Questo è ciò che fa una critica democratica: schierarsi dalla parte della verità, la prima vittima di ogni conflitto.

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