La messa in scena dell’assenza. Diego Soto − la maledizione latinoamericana

di Rosa Teresa Fries
Traduzione dal tedesco di Umberto Mazzei

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Salvador Dalí, La stazione di Perpignan

Pubblichiamo il terzo e ultimo estratto dal lavoro di laurea di Rosa Teresa Fries sul tema dell’identità nel romanzo Stella distante di Roberto Bolaño. La prima parte si trova qui, la seconda qui.

Esattamente come Juan Stein, anche Diego Soto abbandona il paese dopo il colpo di stato militare. Gli riesce di costruirsi un’esistenza come stimato accademico in Europa. Ciononostante la sua vita finisce tragicamente nella stazione di Perpignan, dove viene pugnalato da tre neonazisti. Come anticipato, nel racconto delle circostanze della sua morte si trovano numerosi riferimenti intertestuali a Il Sud di Jorge Luis Borges. Testo che comparve nel 1953 su “La nación” e fu incluso tre anni dopo nel volume Finzioni.
Il protagonista di Borges, Juan Dahlmann, viaggia verso la sua estancia nel Sud per riprendersi dopo una degenza dovuta a una ferita alla testa. Il treno questa volta si ferma in una stazione ferroviaria diversa dal solito, perciò Dahlmann si vede costretto a chiedere aiuto in una taverna. Decide di cenare lì e viene bersagliato con palline di pane da tre peones che bevono al tavolo vicino, cosa che lui inizialmente ignora per evitare uno scontro. Tuttavia, quando il padrone si rivolge a lui con il suo nome, Dahlmann sente che ora la provocazione dei peones si indirizza contro di lui come persona, per cui si vede costretto ad agire. Si viene a un conflitto verbale che culmina nell’invito a duello da parte di uno dei tre. L’obiezione del proprietario che Dahlmann è disarmato è respinta da un gaucho che siede nell’angolo che getta un coltello al protagonista. Mentre Dahlmann lo raccoglie si rende conto che questo stesso gesto lo obbliga al duello. Non avverte però nessuna paura, ma piuttosto:

 [s]entì […] che morire in una rissa a coltellate […] sarebbe stata per lui una liberazione, una gioia e una festa, nella prima notte d’ospedale, quando gli conficcarono l’ago. Sentì che se lui, allora, avesse potuto scegliere o sognare la sua morte, era questa la morte che avrebbe scelto o sognato.

Sulla scorta di questa citazione la seconda metà del testo è spesso interpretata come sogno del protagonista1, che a causa della ferita alla testa e della febbre immagina solamente il viaggio verso Sud, mentre in realtà muore in ospedale. Dahlmann sogna dunque di morire una morte romantica2, come quella dei gauchos argentini della letteratura del XIX secolo, poiché si identifica nel suo eroico nonno Francisco Flores, perito in battaglia.
Il numero degli avversari è identico in entrambi i testi. Soto affronta tre neonazisti, Juan Dahlmann si sente provocato da tre peones ubriachi, uno dei quali lo invita a un duello con i coltelli. L’ipotesi del narratore, che Dahlmann non sappia maneggiare un coltello, e pure la sua condizione fisica di recente convalescente rendono probabile la sua morte, sebbene il testo lo lasci aperto. Anche Soto viene pugnalato. Nei due casi si tratta di uno scontro impari. Di Soto si dice che egli sia «di ossatura delicata, con un corpo in cui già si intuivano rotondità e morbidezze future». Contro tre neonazisti non ha dunque alcuna speranza, per di più li affronta disarmato. In entrambi i testi una stazione ferroviaria gioca un ruolo fondamentale. In Stella distante la stazione di Perpignan è il teatro del delitto, mentre Juan Dahlmann deve scendere in una stazione a lui sconosciuta, motivo per cui il confronto con i tre contadini viene anzitutto a materializzarsi. È interessante, quanto alla sorte di Diego Soto, il fatto che Juan Dahlmann – che sia in sogno o nella realtà – riconosca e “accetti” il suo destino. Anche l’insegnante del seminario di scrittura aderisce al suo destino. Non cerca però il confronto per “obbedire” alla sua origine latinoamericana, ma piuttosto nella consapevolezza che la violenza sia inevitabile in una biografia latinoamericana.
Diego Soto abbandona il Cile dopo il golpe. Inizialmente Belano crede che l’insegnante del seminario di scrittura della facoltà di medicina sia stato assassinato, come tanti altri. Ma Soto è andato in esilio e si stabilisce infine in Francia, dove dopo un po’ di tempo raggiunge un certo benessere. Si costruisce una famiglia, insegna all’università e si muove nel circolo dell’élite intellettuale europea. Belano constata «Soto era felice» ed è dell’opinione «di essersi sottratto alla maledizione». Belano allude qui da una parte ai problemi degli esiliati cileni, a cui Soto sembra essere sfuggito. Dall’altra parte questo commento preannuncia già la morte violenta di Soto, che pare ineluttabile, appunto come un anatema che, di norma, non può essere rescisso da chi è stato maledetto e lo stigmatizza. Infine Diego Soto viene invitato a un colloquio letterario ad Alicante. Viaggia in treno e al ritorno deve cambiare a Perpignan, dove ha una sosta più lunga. Un’ora prima della partenza passeggia per la stazione e diviene casualmente testimone, di come tre neonazisti calpestino violentemente una donna distesa a terra. Capisce che il suo destino si compie in quel momento: «Forse Soto si ritrova con gli occhi pieni di lacrime, lacrime di autocompassione, perché intuisce di avere incontrato il suo destino».

Un ulteriore indizio della relazione con Il Sud  si trova nell’osservazione del narratore: «[che][p]rima di intervenire nella zuffa [Soto] li insulta in spagnolo. Lo spagnolo avverso del sud del Cile», che qui accenna indirettamente al titolo del racconto di Borges. Sia Soto sia Dahlmann si vedono esortati all’azione dal destino e in entrambi i casi esiste un momento chiave. In “Il Sud” appare il gaucho, rappresentante di strutture arcaiche, che agisce da padrino del duello. Egli mette a disposizione di Dahlmann l’arma «come se il Sud avesse deciso che Dahlmann accettasse il duello». Soto sente l’urlo della donna che implora di essere risparmiata. In Stella distante si legge inoltre: «Fra Tel Quel e l’OULIPO la vita ha deciso e ha scelto la pagina di cronaca nera». La menzione di due movimenti letterari avanguardisti come controparte alla «pagina di cronaca nera» illustra il tentativo di Soto di stabilirsi al di fuori del contesto di violenza latinoamericano e all’interno di una élite intellettuale europea. La sua maledizione gli impedisce però di riuscirvi.
Le citate allusioni a Il Sud lo mettono qui in atto come intertesto. Allo stesso tempo la conoscenza del testo rende visibili le differenze tra Dahlmann e Soto. Se si segue l’interpretazione secondo cui Dahlmann immagina il duello nel suo letto di ospedale e lì muore dopo una lunga agonia, la morte violenta, scelta autonomamente, si manifesta allora come una alternativa preferibile. Si aggiunge inoltre l’eroico momento dello scontro all’arma bianca, che pone Dahlmann vicino a suo nonno combattente, una vicinanza che è desiderata dal protagonista, il quale dà la sua preferenza alle sue radici argentine rispetto a quelle tedesche, come si vede anche dalla sua ammirazione per il gaucho. La morte di Dahlmann è dunque completamente connotata positivamente. Al contrario, la morte di Soto non è in alcun modo desiderata. Le descrizioni della sua vita che scorre tranquilla chiariscono la sua contentezza. Le lacrime che (forse) versa, che Belano ascrive ad autocommiserazione, mostrano altresì che Soto non voleva vedere finire la sua vita prima del tempo. L’evento traumatico, il colpo di stato militare e le sue conseguenze, che in certa maniera sarebbero da comparare alla degenza in ospedale di Dahlmann, giace ormai in un passato remoto e sembra, per quanto ciò sia possibile, essere stato superato dal professore. Soto dunque non ha motivo di preferire la morte alla vita, come poteva averne invece un Dahlmann sofferente in ospedale.

Nel testo di Bolaño viene articolata per mezzo della storia di Diego Soto una rappresentazione apertamente pessimistica dell’identità latinoamericana, i cui portatori non possono sottrarsi agli eccessi di violenza, perfino quando a loro riesce, come a Soto, di costruirsi una nuova esistenza in esilio, lontano dal regime dittatoriale, dalla tortura e dall’oppressione. Ignacio Echevarría annota: «L’America latina è per Bolaño una metafora dell’abisso, un territorio in fuga»3 e rimanda con ciò alla connotazione negativa che spesso possiede questo continente nell’opera di Bolaño, aspetto che si riflette anche nel destino di Soto. La rappresentazione delle differenti motivazioni di Dahlmann e Soto contribuisce inoltre, ad accentuare l’idea formulata in Stella distante di una identità latinoamericana “maledetta”. Il personaggio di Bolaño e con lui i lettori e Arturo Belano riflettono, come accennato, sull’inevitabilità di una morte violenta, per cui si produce un netto contrasto con il personaggio principale di Il Sud. Dopo aver stabilito un rapporto di similitudine tra i due testi per mezzo di diversi dettagli, la relazione intertestuale espone anche le loro differenze e coopera in questo modo a sostenere la lettura qui presentata del destino di Soto.

Nei due capitoli analizzati di Stella distante l’identità è tematizzata sullo sfondo delle realtà latinoamericane. Nel romanzo si descrivono le vite dei fedeli e dei simpatizzanti del Cile repubblicano dopo il colpo di stato militare: entrambi personaggi Juan Stein illustrano relativamente la lotta attiva dei gruppi di sinistra e, a seconda dell’interpretazione, l’immigrazione interna o una visione apolitica, come si riflette nell’espressione “sinistra silenziosa”. La storia di Soto – e così pure le biografie di Arturo Belano e Abel Romero – servono come rappresentanti dell’esperienza d’esilio in Europa.
Le identità di Juan Stein e Pedro Damián sono sviluppate per mezzo di una strategia narrativa polifonica, favorita dall’assenza di entrambi i personaggi nel testo. L’identità è proiettata su di loro dagli altri che raccontano o partecipano a raccontare la loro storia. Le distorsioni della realtà sono le (probabili) conseguenze, poiché le velleità degli altri personaggi, e cioè di ciascuna istanza narrativa, modificano l’identità dei protagonisti, come mostrano le diverse opinioni del sul coraggio di Damián. Le due biografie fanno così riferimento a un’idea di identità come costrutto.
Soto e Dahlmann comprendono se stessi come personaggi facenti parte di una narrazione nella quale la violenza gioca un ruolo centrale. Entrambe le figure si iscrivono in strutture narrative già esistenti. Nel caso di Juan Dahlmann questa identificazione è desiderata: “Il Sud” rimanda esplicitamente ai racconti sui gauchos, che il protagonista ammira molto e ai quali vorrebbe assomigliare, quantomeno nella maniera di morire. Immagina dunque una morte che compare spesso nella letteratura da lui recepita. Tramite il paragone implicito con altri personaggi fittizi della letteratura argentina, che adempiono a una funzione di esempio nella tipologia di morte, viene esposta la propria stessa finzionalità. A sua volta, Soto comprende il destino di molti latinoamericani appartenenti allo spettro politico di sinistra come conseguenza di un sofferto trauma comune e capisce di non poter sfuggire a questa storia, che è anche la sua.

Le vite narrate in Stella distante dei personaggi di Belano, Wieder, Stein e Soto sono caratterizzate dall’alternanza di assenza e presenza. Mentre gli ultimi inizialmente spariscono a seguito del golpe militare, Belano rimane presente nel testo come narratore. Il golpe del 1973 può essere inteso come uno degli eventi centrali del testo, costituisce un punto di svolta nella vita di tutti i personaggi in relazione al quale il testo descrive le esperienze d’esilio. Con il cambio forzato di governo collassano le identità ritenute stabili. Gli insegnanti del corso di scrittura e il poeta-assassino intraprendono una metamorfosi, per quanto il risultato di questa sia difficile da determinare nel caso di Wieder e Stein. Tali incertezze biografiche sono l’esito del metodo narrativo polifonico e frammentario del romanzo. I dubbi esposti del personaggio narrante riguardo tanto la propria competenza quanto il contenuto di verità degli aneddoti, congetture e parti di narrazione che costruiscono il testo rivestono anch’essi un ruolo decisivo. L’insufficiente credibilità delle informazioni adoperate da Arturo Belano si prolunga come fil rouge del romanzo. Lo scetticismo verso la materia narrata diviene così un principio di composizione. Per mezzo di queste strategie narrative l’identità o meglio le identità del protagonista Carlos Wieder vengono costruite. Il prerequisito per questo è la sua assenza, perché, se potesse parlare, la sua voce dominerebbe inevitabilmente le altre voci narranti. L’assenza, come detto, viene inscenata con l’aiuto delle diverse voci narranti, dal momento che un accesso al protagonista è possibile solo per mezzo di questi diversi narratori, talvolta autocontraddittori. Anche la presenza del narratore, sottolineata fortemente dai suoi commenti, contribuisce a ciò, dato che il testo ha in Belano un secondo e presente protagonista, per di più in una relazione di doppio con il personaggio principale. Le identità sono proiettate su Carlos Wieder da altri personaggi. La figura così delineata nel testo si rivela come simulacro del “vero” Carlos Wieder, il quale non solo è assente, come il Wieder testuale, ma non esiste affatto, dato che il simulacro prende il posto dell’originale e lo rende obsoleto.

In Stella distante esiste quindi un’interdipendenza tra assenza del protagonista e narrazione. La narrazione mette in scena l’assenza per mezzo delle suddette strategie narrative e delle descrizioni del personaggio principale, mentre questa a sua volta espone la narrazione in quanto tale, poiché il testo si domanda fino a che punto in generale la storia di un protagonista si possa raccontare senza di lui. Raccontando la storia di un assente, Stella distante rende chiaro il parallelo tra testo e identità. Entrambi vengono delineati e cioè scritti da una autorità produttrice di senso, come illustra l’esempio di Arturo Belano, il quale da una parte narra la storia del poeta-assassino, dall’altra concepisce e scarta le identità del protagonista. Selezione e disposizione delle informazioni giocano in ciò un ruolo decisivo, e determinano il prodotto che così viene a generarsi, il testo. L’identità in Stella distante è costruita come una narrazione polifonica, come mostrano i numerosi contributi frammentari. Il romanzo tematizza se stesso sul piano contenutistico e formale. Essenziali in questo sono le figure di Wieder e Belano poiché essi, grazie all’assenza e alle sue conseguenze, e pure tramite il tentativo di narrare esibito proprio in quanto tentativo, condividono il carattere metafinzionale di Stella distante.
Il tentativo di raccontare in quanto tale è enfatizzato ugualmente anche nei testi di Jorge Luis Borges. I due autori perseguono una strategia metafinzionale che conduce ad esporre l’identità dei protagonisti come costruita da istanze narrative. Gli intertesti borgesiani supportano in maniera decisiva l’interpretazione dell’identità come narrazione, poiché i protagonisti dei testi qui analizzati possono essere letti come metafore testuali esattamente come Carlos Wieder. Per mezzo del rapporto intertestuale con l’opera di Jorges Luis Borges le identità dei personaggi di Roberto Bolaño guadagnano inoltre in acume interpretativo. È evidente, cioè, che uno studio delle relazioni intertestuali può dare un contributo decisivo all’interpretazione. L’invito di Roberto Bolaño a leggere Borges, per quel che concerne Stella distante, potrebbe pertanto intendersi anche come “istruzioni per l’uso”.


1. Cfr. Allen W. Phillips, “El Sur” de Borges, in “Revista hispánica moderna”, 29 (2), 1963, p. 140.
2. Come notato da Allen W. Phillips, si rivela un’interessante connessione con L’altra morte, dato che entrambi i protagonisti in certa misura immaginano una morte eroica. Cfr. Allen W. Phillips, “El Sur” de Borges, cit., p. 141.
3. Ignacio Echevarría, Una Épica de la Tristeza, in Celina Manzoni (a cura di), La escritura como tauromaquia, Ediciones Corregidor, Buenos Aires, 2006, p. 193.

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