Ripetizione e Morte nelle Colonie: sugli attacchi israeliani a Gaza

L’articolo di qualche giorno fa di Nicola Perugini sugli eventi di Gaza ha aperto una questione fondamentale: come dobbiamo porci di fronte al rituale riproporsi della violenza e della morte nelle terre palestinesi? È davvero impossibile un’opera di educazione e informazione seria, l’assunzione pubblica di una posizione di inequivocabile condanna verso il governo israeliano? L’ultimo violentissimo attacco, iniziato l’8 luglio conta già 200 morti, tutti palestinesi. Da poche ore è iniziata l’invasione via terra della striscia. Il dibattito pubblico italiano è però quantomai tossico: la rappresentazione degli eventi non prevede uno sguardo degli oppressi di Gaza, né registra il vasto dissenso contro le politiche di Netanyahu presente nell’opinione pubblica israeliana.
Durante la sua argomentazione Perugini cita un articolo scritto da Nimer Sultany l’11 luglio scorso, che riflette proprio sulla natura politica del concetto di ripetizione nel contesto degli attacchi a Gaza. Abbiamo pensato di tradurlo sperando di rendere un servizio al dibattito pubblico.

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Traduzione di Niccolò Serri e Gaia Tomazzoli 

Mentre scrivo queste righe, la BBC riferisce di 100 morti avvenute finora a Gaza nel recente attacco israeliano. Dato che abbiamo già visto queste scene in precedenza, l’invocazione della ripetizione arriva naturalmente: «ancora una volta» è un’espressione comune quando si parla di morte e sofferenza nella Palestina occupata, e in particolare a Gaza. Può essere un riflesso istintivo non privo di retorica di schieramento (come in: «ancora una volta Israele uccide i Palestinesi» oppure: «ancora una volta Israele deve difendere se stessa dagli attacchi della Palestina»). O può essere impiegato da una terza parte che, in buona fede, percepisce lo spiegamento retorico di «ancora una volta» come propaganda di guerra tra due fazioni impegnate in un tragico conflitto. La ripetizione è identificata col morire futilmente.

Ripetizione fuori contesto

Ma «ancora una volta» non è solo una postura retorica né il sintomo di una disperazione tragica. Connota una dinamica di potere ricorsiva e una relazione strutturale tra occupante e occupato: dovrebbe ricordarci il contesto, invece di cancellarlo. Un recente esempio di questa cancellazione del contesto è dato da come Jake Tapper della CNN ha liquidato come mero espediente il tentativo di Diana Buttu di riportare la discussione al contesto; certo il contesto confonde e destabilizza le semplificazioni. Il conduttore ha proseguito con le domande al rappresentante del “punto di vista palestinese” per mostrare la propria tesi (solo in apparenza imparziale) che invocava la presunta cultura dell’odio e del martirio diffusa tra i Palestinesi. La cancellazione del contesto rende la violenza in Palestina irrazionale; da ciò scaturisce il bisogno di un contesto alternativo nel quale le spiegazioni culturali e religiose assumono importanza preponderante.

Il lato israeliano non viene analizzato nella stessa maniera, anche se gli eventi recenti, come il rapimento e l’uccisione di un minore palestinese, avrebbero potuto spingere a qualche tipo di problematizzazione (come ad esempio è successo in alcuni circoli israeliani come Haaretz). Un’opera di contestualizzazione avrebbe potuto guardare all’assalto violento e sistematico dei coloni verso i Palestinesi nella Cisgiordania, e alla complicità legale ed istituzionale dello Stato, come descritto in maniera dettagliata in molte inchieste; ma niente di simile è successo. Si sarebbe potuto ricordare agli spettatori come anche l’oltranzismo del governo di Benjamin Netanyahu e le sue resistenze al processo di pace facciano parte del contesto, ma non si è fatto neanche questo. E non lo si è fatto perché il contesto è astratto e lontano (più di sessant’anni), mentre la violenza è concreta e immediata (i razzi di Hamas).

Non c’è niente di retorico o di tragico nei recenti 100 morti a Gaza. Nei resoconti retorici/tragici la materialità della morte e della sofferenza fanno parte di un circuito di produzione dell’immagine finalizzato ad ottenere vantaggi politici. Per di più, la responsabilità politica delle fazioni ne risulta distorta (inclusa l’assoluzione di terze fazioni, spesso complici nel perpetuare l’oppressione). In mancanza di contestualizzazione, o la responsabilità è equamente spartita tra due attori violenti diametralmente opposti, oppure la fazione più forte non ha nessuna responsabilità perché sta semplicemente rispondendo alla violenza irrazionale del debole, su cui invece viene scaricata la responsabilità per la morte e la sofferenza.

La ripetizione e il diritto bellico

La situazione attuale ci pone ancora una volta di fronte ai problemi relativi all’utilità del diritto bellico, alla legalizzazione del discorso politico e all’inversione del discorso morale. La pertinenza del contesto è inficiata da una basilare dicotomia del diritto internazionale, ossia quella fra le giustificazioni per cominciare una guerra e la condotta da mantenere durante questa (ius at bellum/ius in bello). Le prime sono più facilmente aperte al dibattito politico (dopo tutto la gente è tipicamente in disaccordo sulla “opportunità” di una guerra, ad esempio se si tratta di autodifesa o meno); la seconda è invece più contenuta e può essere confinata in un linguaggio a prima vista professionale. Ma la ripetizione, funzionalizzata all’interno dell’evoluzione storica del diritto bellico, è sovversiva. Nel 1874 H. Edwards, autore di The Germans in France enumerava quelli che chiamava “i tre grandi principi dell’invasore di guerra” (pp. 285-6):

1. Per ogni offesa punisci qualcuno; il colpevole, se possibile, ma in ogni caso qualcuno.
2. È preferibile che soffrano cento innocenti piuttosto che scappi un colpevole.
3. Nel dubbio, spara al prigioniero.

Edwards non vuole essere critico in questo resoconto, ma soltanto descrittivo. Eppure riconosce che questi principi “scaturiscono naturalmente dal fatto che l’invasore deve fare i conti con una popolazione unanimemente opposta a lui”. Il fatto che esistano principi universali che producono una legge generale, scaturita da una condizione base di violenza e opposizione, è un’altra manifestazione della natura ricorsiva della struttura.

Ma la ripetizione può anche essere il simbolo di fallimento, da un lato, e di disperazione, dall’altro. In una prospettiva odierna il discorso del XIX secolo di Edwards non mostra un progresso significativo, nonostante l’evoluzione del diritto bellico dopo la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Il diritto bellico è ancora pensato come una risposta alla spietata reazione degli invasori ateniesi nei confronti dei deboli Meli nella Guerra del Peloponneso intorno al 400 a.C. (secondo il resoconto di Tucidide): “i diritti sono oggetto di discussione solo tra gli eguali al potere, mentre il forte fa quello che può e il debole soffre quello che deve”. Di conseguenza la ripetizione è solo il segnale per gli oppressi che devono soccombere al destino: o accetti la tua sofferenza o provocherai maggiore sofferenza. A te la scelta.

Nonostante gli occupati non scelgano di essere invasi e occupati – e non possano controllare come vivranno sotto un regime di occupazione – a essi si chiede di scegliere fra una morte lenta e una immediata, tra la normalità dell’oppressione e l’eccezionalità della sofferenza spettacolare, tra una sofferenza proporzionata e una sproporzionata. La legge coloniale ha sempre studiato la violenza proporzionata e la prevenzione di una sofferenza non necessaria (come in India e in Egitto sotto la legge coloniale britannica). La Corte Suprema israeliana è molto affezionata alla dottrina della proporzionalità; ma questo solo in tempi normali. In tempi eccezionali, in momenti di scontri violenti, di resistenza, le recenti “guerre” stanno provocando una sofferenza sproporzionata.

Alzino la mano i civili veri e propri

L’impossibilità di queste scelte è evidenziata dall’estrema legalizzazione del discorso moderno. È piuttosto strano il modo in cui la terminologia legale domina il nostro discorso, specialmente in tempi di scontri violenti nelle zone cosiddette “di conflitto”: alcuni giornali, come Haaretz, riportano la notizia della morte di “non combattenti” a Gaza. La distinzione tra civili e combattenti secondo il diritto bellico, insieme al principio della proporzionalità, dovrebbe fornire un minimo di protezione ai civili che vengono sorpresi in una zona “di conflitto”. Gli attacchi israeliani in Libano nel 2006 e a Gaza nel 2009 hanno deliberatamente cercato di erodere questa distinzione, attaccando le “infrastrutture civili” che sostenevano i combattenti ed espandendo la definizione di questi ultimi (ad esempio arrivando ad includere le forze di polizia). Gli Stati Uniti, per dire, stanno facendo lo stesso nella guerra con i droni nello Yemen, trasformando tutti i giovani in “giovani in età da combattimento”, e quindi in potenziali bersagli. Gli Stati Uniti, ancora, hanno fatto lo stesso nella guerra in Vietnam, infliggendo ai civili enormi sofferenze per sottomettere quei moderni Meli che rifiutavano la schiavitù e il rischio di annientamento.

Sembra dunque che l’erosione sia completa in alcuni frammenti del discorso pubblico. Se il criterio di riferimento è distinguere tra combattenti e civili, allora i civili sono definiti per via negativa: costituiscono una sorta di ripensamento, anziché essere la norma diventano un’eccezione. L’aspettativa e la paura espresse da Edwards sono insite nelle categorie che definiscono e rappresentano la realtà degli oppressi: gli oppressi stanno contro l’invasore, e quindi fino a prova contraria sono sospettati di essere combattenti. La reazione di Israele ad ogni notizia di morti accidentali è rappresentativa di questa posizione, perché indica che l’attacco mortale aveva come bersaglio un combattente. Gli organi internazionali invitano alla moderazione e al ritorno alla calma – ossia a danni proporzionali per i civili, ad una pace irraggiungibile e all’assenza di libertà.

Ripetizione e ritorsione

Il processo espansivo, tuttavia, non si verifica solo in relazione alla sofferenza degli innocenti (il punto 2 della lista di Edwards citata in precedenza), ma esiste anche un’espansione delle punizioni e delle ritorsioni (il punto 1 della lista di Edwards). Quando Hamas vinse le elezioni del 2006, il governo israeliano trattenne le tasse dei Palestinesi per ritorsione (e le scongelò quando Abu Mazen fece cadere il governo di Hamas, causando la scissione con Gaza, come forma di ricompensa). Quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite votò per rendere la Palestina un paese osservatore non-membro, il governo israeliano approvò 3000 nuove unità abitative (e altri 1000 permessi di costruzione) nella Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Di recente, quando i Palestinesi hanno dichiarato, nel giugno 2014, un accordo di unità tra Fatah e Hamas, Israele ha risposto con l’inizio di nuovi insediamenti abitativi nelle colonie. Quest’espansione dell’idea di punizione oscura la durata prolungata dell’occupazione (una temporalità non prevista dal diritto bellico), e oscura anche la natura di insediamento coloniale dell’occupazione nascondendo il progetto decennale di colonizzazione che c’è dietro, e l’investimento statale relativo, come se fosse una reazione piuttosto che un’azione, una ritorsione piuttosto che una norma.

Ripetizione e giustizia

I ripetuti fallimenti del diritto bellico nel proteggere i più deboli fanno apparire Israele come uno stato nietzschiano; ma ciò è solo parzialmente vero. Nietzsche, come Trasimaco (nella Repubblica di Platone) e Callicle (nel Gorgia) prima di lui, intende la Giustizia/Legge come volontà del più forte. Nella Genealogia della Morale egli si spinge a criticare i deboli perché ricattano i forti appellandosi a vuoti concetti morali come eguaglianza, giustizia e tolleranza. Non potendo sconfiggere i potenti, i deboli cercano di minare la loro capacità di esprimere la propria volontà di potenza ed esercitare il dominio. Paradossalmente questo prisma nietzschiano è completamente rovesciato nel contesto dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Qui ci troviamo in presenza di un occupante che cerca di ottenere i vantaggi di ambedue le categorie: la capacità di distruzione derivante da un potere relativamente illimitato, coniugata con la mentalità o con il discorso della moralità dei deboli/schiavi. Questa moralità cerca di rimproverare ed accusare i Palestinesi perché usano la violenza, resistono e rifiutano una resa completa. In questa prospettiva, non importa se alcuni Palestinesi mostrano segno di volersi arrendere (come nel caso dell’Autorità Nazionale Palestinese e della sua cooperazione militare con Israele). Fintantoché ci saranno gruppi che non sono disposti alla resa e che occasionalmente resistono, questa sarà una giustificazione sufficiente per invocare la riprova morale che si accompagna all’abuso del potere militare.

 

La Trinità Satanica: guerra, pace, moralità

In sostanza, i concetti di guerra, pace e moralità sono oggi alleati contro la lotta di liberazione dei Palestinesi. La macchina da guerra schiaccia la vita quotidiana dei Palestinesi e reprime ogni loro atto di resistenza. Le condizioni del processo di pace sono l’abdicazione del loro diritto a resistere contro un iniquo occupante straniero e la subordinazione delle loro richieste in nome della giustizia e per il bene della pace. Ma sono in trappola, perché la giustizia relativa che sono disposti ad accettare è sempre più relativa, al punto da diventare indistinguibile da una resa incondizionata. Nella gradualità di un processo di pace prolungato nel tempo i veri problemi continuano ad essere rinviati a quando i “fatti” furono creati. Qualsiasi azione dei Palestinesi – in diplomazia o in altri campi, che abbia efficacia o meno – deve restare confinata alla logica bilaterale del processo; in caso contrario essa è giudicata dannosa per lo sforzo di pace e considerata una mossa unilaterale che giustifica Israele a procedere con contromosse e punizioni altrettanto unilaterali. E, ovviamente, ogni “violazione” del processo di pace e degli accordi giustifica la mobilitazione immediata della macchina da guerra. In questo modo la guerra diventa l’eccezione rispetto al contesto generale di pace (che è ridotta ad un processo senza una fine precisa) e punta a ristabilirla (di nuovo come processo). La resistenza è una violazione del processo, che si afferma attraverso la sua abdicazione, e la guerra alla resistenza equivale al ripristino delle condizioni del processo (di pace).

In altre parole la Guerra è pace, la Pace è resa: arrendersi – secondo la moralità del potente – è la cosa giusta da fare. La cosa giusta da fare è fare la guerra contro chi ci rammenta delle condizioni di assenza di libertà.

Fintantoché questa rimarrà la pratica e il discorso politico dominante, le ripetute morti a Gaza resteranno prive di senso. Soltanto il raggiungimento finale della libertà potrà restituire significato alle perdite degli abitanti di Gaza. Solo una contestualizzazione appropriata potrà far tornare la libertà al centro della discussione.

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