“Volevo trovare i nostri orrori”. Intervista a Mariana Enriquez

di Virginia Tonfoni

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Mariana Enriquez, scrittrice e giornalista argentina, esponente del gruppo della nuova narrativa argentina e già autrice di due romanzi (Bajar es lo peor del 1995 e Como desaparecer completamente del 2004), viene pubblicata in Italia per la prima volta da Caravan Edizioni. Con la sua scrittura, definita dai critici più sintetici “gotica”, Enriquez riesce a tessere storie terrorifiche, in cui l’elemento paranormale entra con naturalità nel quotidiano, in una contemporaneità sempre legata a particolari circostanze politiche e sociali argentine.

V.T. Parliamo dei tre racconti contenuti in questa piccola gioia, Quando parlavamo con i morti, che Caravan Edizioni ha attentamente confezionato per il pubblico italiano. Sono in effetti racconti “esemplari” rispetto alla totalità della tua opera, visto che in ognuno di essi la morte gioca un ruolo fondamentale, tanto da essere il motore stesso delle narrazioni: nel primo perché si tenta di recuperare la relazione con i morti o con gli scomparsi, nel secondo perché si cerca la morte nel fuoco e nel terzo perché si nega la morte stessa attraverso una serie di riapparizioni. Quindi, in un certo senso, le tre storie scaturiscono da reazioni alla morte. Esasperando il concetto, non ci sarebbe narrazione senza la costante della morte. È così che concepisci la letteratura?

Mariana Enriquez: In un certo senso sì. Credo che questi tre racconti Quando parlavamo con i morti, Le cose che abbiamo perso nel fuoco e Bambini che ritornano in primo luogo si possano ascrivere al genere che alcuni critici definiscono “di terrore”, ma che io preferisco chiamare “dell’orrore” o di “dark fantasy”, che mi sembrano termini più ampi e adeguati. In ogni caso, appartengono a un genere dove la morte e le sue interpretazioni sono un tema centrale. Queste storie raccontano anche di altre morti: la morte dei legami sociali, l’assenza di senso, la morte sociale. I tre racconti affrontano anche l’irreparabile, un danno irreparabile: ecco, io credo che la morte sia l’unica cosa irreparabile.

V.T. Abbiamo definito la morte come uno dei poli attorno ai quali si struttura la narrazione; non ci sorprende quindi che alla tua scrittura sia stata spesso assegnata l’etichetta di “gotico”. Tu stessa hai ammesso di essere una grande ammiratrice dei classici (H.P. Lovecraft, Mary Shelley, E. A. Poe, fino ad arrivare a Stephen King) e questo si nota, secondo me, soprattutto nella disinvoltura con cui il soprannaturale si insinua nelle atmosfere che crei sulla pagina. Questo si unisce alla trattazione di temi sociali controversi, come la dittatura e i desaparecidos, la violenza di genere o verso l’infanzia, e si crea nel lettore un effetto perturbante per il sottile scarto tra il soggetto e il contesto narrativo che è, secondo me, una delle caratteristiche più interessanti del tuo lavoro. Di certo è chiara l’intenzione di denunciare certi avvenimenti e aspetti che riguardano la storia e la società argentina. Usi l’elemento soprannaturale per rafforzare questa denuncia?

M.E. Non ho mai pensato ai miei racconti come denuncia o come racconti politici. Credo che l’inserimento degli elementi politici e sociali abbia a che fare con il mio approccio al genere, che è personale, ma è comunque lo stesso che usano molti scrittori di fantasia o di terrore. Mi sono concentrata sulla ricreazione nella mia lingua e attraverso la mia storia di quella letteratura gotica che amo sin dall’infanzia. Non c’è molta letteratura di genere gotico o di terrore in spagnolo, e non volevo limitarmi a “tradurre”. Volevo trovare i nostri orrori. Poe e Lovecraft sono narratori che ammiro, ma mi piacciono meno di King e Mary Shelley perché credo che questi ultimi riescano a introdurre nelle loro finzioni questioni sociali e politiche lasciando entrare nella narrazione il loro universo contemporaneo e le paure che vi ruotano attorno. Frankenstein è un libro sui potenziali disastri della scienza, scritto quando ci si affacciava alla rivoluzione industriale e il progresso non si era ancora mostrato nei suoi aspetti più benigni. È inoltre un libro sul corpo e sulla morte, scritto da una donna che aveva subìto la morte di vari figli, in un momento in cui in Europa gli anfiteatri anatomici e i furti di cadaveri non solo erano comuni ma riempivano le pagine dei giornali. Frankenstein non era un mostro allora, era una possibilità, fantastica, ma pur sempre una possibilità. Il caso di Stephen King è simile: Carrie è un libro sul bullismo, il fanatismo religioso e la sofferenza adolescenziale che sfocia in una strage di studenti, non dissimile a tutte quelle che continuano a verificarsi negli Stati Uniti. A tutto questo, King aggiunge l’elemento soprannaturale, visto che la ragazza che provoca la strage ha il potere della telecinesi. Entrambi, Shelley e King, lavorano sviluppando i fattori di pressione fobica nelle rispettive società. Ci sono molti narratori del genere e limitrofi che ammiro, come J.G. Ballard, Flannery O’Connor o Shirley Jackson, che parlano delle proprie società e delle loro paure, a parte le proprie. Questa è sempre stata la mia intenzione: scrivere racconti del terrore nella mia lingua con tutto quello che questo implica. Però credo che a parte nel caso di narratori molto introspettivi, più o meno lo facciano tutti. Succede la stessa cosa con il romanzo poliziesco, che è sempre più vicino al romanzo sociale del nostro secolo. L’ultimo libro che mi ha colpito in questo senso è stato Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist [Marsilio, 2006] : è un racconto di vampiri, ma anche un romanzo sulle fratture presenti nel benessere svedese, e allo stesso tempo un libro sull’abuso infantile e l’alcolismo. Ma non si scorda mai di essere un racconto di vampiri. È questo il punto d’incontro che mi interessa e sul quale spesso lavoro.

V.T. Mariana, nel primo racconto utilizzi una prima persona narrante direttamente coinvolta nei fatti; nel secondo e terzo invece, un narratore in terza persona onnisciente che filtra l’informazione dai punti di vista rispettivamente di Silvina e Mechi. In entrambi i casi il lettore si sente immerso nella storia. Credi che questa tecnica possa suscitare un senso di scomodità e paura in chi legge? Si tratta comunque di tre narratori femminili. È una coincidenza o un’intenzione?

M.E. Mi fa piacere che il lettore si senta immedesimato, e anche che si senta scomodo: credo che la letteratura debba poter scomodare e assorbire. Ho scelto tre donne intenzionalmente. Prima di scrivere questi racconti ho firmato due romanzi (Bajar es lo peor e Como desaparecer completamente) e in entrambi i casi i protagonisti erano maschi, anche se nel secondo la storia era raccontata dal punto di vista di un adolescente. Iniziai così perché nel caso delle donne, la voce narrante era troppo vicina alla mia, quella di Mariana. Lo trovavo insopportabile: leggevo quello che avevo scritto e mi sembrava di ascoltare solo me stessa, non di sentire un narratore o un personaggio; non potevo sostenere una prima persona narrante femminile, a malapena potevo scrivere da un punto di vista convincente. Così iniziai a sperimentare il punto di vista femminile in forme brevi, come i racconti perché era più semplice sostenerlo. Fu allora che incontrai quella voce femminile che mi interessava, specialmente quella delle adolescenti che prima, forse per insicurezza o per inesperienza, risultava elusiva sulla pagina. Ora credo di poter maneggiare entrambe con relativa facilità. Considerando i temi di questi racconti, la loro cupezza e la loro intensità, volevo che il punto di vista fosse di una donna o di una ragazza. In tutti i racconti è molto importante il tema del corpo: il corpo scomparso, bruciato, quello che torna dopo la morte o quello che subisce una violenza. Credo che il corpo sia un tema ineludibile nella vita quotidiana di ogni donna, in ogni senso. E mi sembrava quindi che la voce giusta per poterne parlare fosse proprio quella di una donna.

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