Farsi un selfie al museo. Le conquiste culturali ai tempi del renzismo

di Valerio Valentini

rep ruba

Il 22 maggio scorso, «un Consiglio dei ministri “lampo”, durato appena mezz’ora» (stando al resoconto di Repubblica.it) ha approvato, e subito trasmesso alle Camere, il cosiddetto Decreto-Cultura, secondo un’ormai consolidata procedura. Consolidata e – per quanto suoni ridicolo ribadirlo – incostituzionale: in una democrazia parlamentare spetta al Parlamento scrivere le leggi (il Governo può farlo soltanto «in casi straordinari di necessità e urgenza»).
Tra i tanti, discutibili, provvedimenti previsti dal decreto, uno di quelli che forse meritava maggiore discussione, e che ne ha invece stimolata ben poca, è quello che permette di fotografare e riprendere le opere d’arte presenti nei musei. Nel paragrafo “Semplificazione Beni Culturali” (sic), si legge che «la riproduzione dei beni culturali» è concessa purché avvenga «senza scopo di lucro», purché non comporti «alcun contatto fisico con il bene, né l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose, né l’uso di stativi o treppiedi». Non solo: viene resa libera anche «la divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini di beni culturali». Il tutto, ovviamente, «per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale».
Come purtroppo spesso capita, il testo della legge lascia percepire solo in parte i reali scopi perseguiti da chi lo ha scritto, ma forse ne tradisce abbastanza bene la cultura. Nella fattispecie, ci rivela chiaramente quale idea di fruizione dell’arte e di “bene culturale” abbiano il ministro Franceschini e i suoi colleghi di governo. È evidente, a chiunque non voglia indulgere all’ipocrisia intellettuale, che permettere ad ogni singolo visitatore di scattare tutte le foto che vuole davanti a tutti i monumenti e le opere d’arte che vuole, è qualcosa che non ha nulla a che vedere con lo studio e la ricerca (e chi compie studi e ricerche seri nel settore lo sa), né tantomeno garantisce quella che nel decreto viene definita «libera manifestazione del pensiero o espressione creativa». Ha invece molto a che fare con il terzo punto, la cosiddetta «promozione della conoscenza del patrimonio culturale»: che è una formula piuttosto disonesta per dire “pubblicità”.
E dunque, come ogni attività di promozione, anche questa si pone come obiettivo unico quello di aumentare il numero di acquirenti e clienti, cioè di visitatori. E questo, in linea puramente teorica, potrebbe anche non essere un male: in un Paese civile, i musei dovrebbero essere delle strutture adatte ad accogliere, in maniera intelligente, il maggior numero possibile di persone. Tuttavia, come ogni attività di promozione, anche questa si disinteressa completamente degli scopi e dei metodi per i quali e attraverso i quali gli acquirenti decidono di comprare un prodotto. E così per i musei: secondo la becera retorica commerciale a cui siamo stati abituati quando si parla di “beni culturali”, l’importante è riuscire ad ammassare quanta più gente possibile all’interno di gallerie e pinacoteche, allo scopo di sbandierare dati sull’aumento dell’affluenza.

Questa aberrante confusione tra tutela del patrimonio artistico e marketing, non ha determinato soltanto l’affermarsi di logiche manageriali come linee guida nella gestione dei nostri musei; ha letteralmente stravolto anche il modo in cui le persone percepiscono il proprio rapporto con i musei stessi. Il museo è diventato sempre più un luogo di culto, una meta turistica irrinunciabile, in cui si deve andare necessariamente: anche se di arte – legittimamente – non ci interessa niente, anche se non sappiamo nulla sulla storia di quel museo, sulle opere d’arte che vi troveremo e sugli autori che le hanno realizzate. È bene essere chiari: un alto numero di persone che desiderano entrare nei musei è, potenzialmente, una buona notizia. E il diritto di entrarvi non deve, in alcun modo, esser sottratto a nessuno. Il punto non è affermare una concezione elitaria, e neppure meritocratica, della fruizione dell’arte, che è bene che resti a disposizione di tutti, e al servizio della comunità nel suo complesso. Il punto, semmai, è chiedersi in maniera razionale quali sono le dinamiche socio-culturali che regolano la partecipazione della cittadinanza all’arte e alla sua storia.
Ebbene bisogna ammettere che, come in ogni luogo di culto, per noi ciò che davvero è importante, quando pensiamo ad un museo, è andarci, e rivendicare questo personale merito. Per assolvere, quasi, un dovere sociale. “Ci sono stato” è la frase che tutti pronunciamo parlando di un museo: convincendoci, in tal modo, di aver praticato un turismo intelligente e culturale per il solo fatto di esserci stati. La paura di non poter affermare la nostra presenza in una società che ci fa percepire l’anonimato come una colpa, congiunta alla nostra incapacità di percepirci come eredi e continuatori di una cultura che ha prodotto una quantità straordinaria di opere d’arte, ci spinge a recarci nei musei per riscattare quel senso di colpa, per camuffare quella incapacità. Ovviamente la fotografia è un mezzo potentissimo per ribadire questa presenza: è fotografandoci che noi certifichiamo il nostro esserci stati. E ancor più potente, in questo senso, è lo strumento della condivisione di immagini sui social network: perché è proprio mostrando la nostra presenza ai nostri amici veri o virtuali, che noi le diamo effettivo valore (e spesso anche senso). Ecco perché da molti il divieto di scattare fotografie davanti alle opere d’arte era avvertito in maniera così fastidiosa: impediva di conservare una testimonianza concreta della nostra presenza, ben più preziosa di quanto non fosse il semplice biglietto di ingresso al museo, che spesso, significativamente, veniva eretto a trofeo più che a ricordo.

Non solo. C’è un’altra stortura introdotta dalla logica che vuole il museo come un must: proprio come ogni must, la visita al museo è qualcosa da non lasciarsi sfuggire, indipendentemente dalla nostra capacità di viverla in maniera consapevole. Ciò che conta è prendere parte al rito della massa, almeno una volta. Anzi, solo una volta. Non a caso, nessuno che non sia un addetto ai lavori avverte la necessità di entrare in uno stesso museo per più di una volta nella sua vita: il museo è un’occasione unica, da consumare ingordamente. Si sta in fila, ci si spintona, si entra, e poi il museo bisogna visitarlo tutto: non importa quante opere, quante stanze, quante collezioni, quanti piani ci siano. Una corsa frenetica di un paio d’ore, una prova contro il tempo. Poi, quando “non c’è rimasto più nulla da vedere”, finalmente si può uscire. Abbiamo scontato il nostro debito con la cultura, e possiamo pensare alla prossima “città d’arte”. Ecco, anche in questo senso, la fotografia risulta uno strumento di estrema efficacia: pochi secondi, uno scatto, e possiamo mettere tutto per sempre in memoria. E passare all’opera successiva.
Di fronte a questo stato di cose, il provvedimento introdotto dal Decreto-Cultura rende ora finalmente legale l’istinto di fotografare le opere d’arte nei musei, con tutto quel che ne consegue. E, legalizzandolo, lo incoraggia. Siamo tutti incoraggiati, cioè, a farci “promotori della Grande Bellezza del nostro Paese”; siamo tutti incoraggiati a non essere più lettori di un’opera d’arte, e neanche più semplici spettatori, ma veri e propri protagonisti della nostra personalissima inquadratura (quanto passerà prima che tra gli uomini si diffonda la moda di atteggiarsi a novelli David accanto alla statua di Michelangelo, magari con un marsupio sulla spalla a simulare la fionda? Quanto passerà prima che le donne si sdraino a terra, poggiandosi sul gomito con aria sorniona ai piedi di Paolina Borghese? E quanto passerà – crediamo davvero che il kitsch conosca dei limiti? – prima che frotte di novelli sposi pretendano la foto ricordo di fronte allo Sposalizio della Vergine di Raffaello?); siamo tutti incoraggiati, insomma, non già a sottometterci, seppur con spirito critico, ad un’opera d’arte per cercare di comprenderla, ma a piegare quell’opera ai nostri intenti “creativi” più o meno strampalati, alle nostre velleità frustrate di artisti della domenica. Quale espediente migliore, di fronte alla nostra crescente difficoltà di collocarci all’interno di una tradizione storica e artistica plurisecolare, che quello di collocarci fisicamente accanto alle opere che di quella tradizione sono il prodotto? Il rischio, insomma, è quello di incentivare la fruizione delle opere d’arte nella sua modalità più becera e immatura, e sdoganare la cretineria.
Senza contare, poi, le ripercussioni più pratiche che questi provvedimenti avranno. Senza contare, cioè, la confusione di fronte alle sculture e alle pitture più famose, senza contare il prolungarsi delle file, il continuo “si scansi, si sposti, così mi oscura l’obiettivo, un bel sorriso, aspetta ne facciamo un’altra per sicurezza, c’è poca luce…”, l’inevitabile aumento del deleterio uso dei flash, i continui richiami dei responsabili, che diventeranno dei vigili urbani costretti a stabilire a chi toccherà scattare la fotografia.

Ma qual è stata la reazione a questo provvedimento promosso dal Mibac? Piuttosto entusiastica, direi, soprattutto a leggere i commenti di risposta al tweet trionfalistico di Franceschini che annunciava: «Libere le fotografie nei musei se senza scopo di lucro! Finalmente… #artbonus». Tra le varie risposte, nel tripudio pressoché unanime, quelle che più colpiscono sono quelle del Mart di Rovereto, della Pinacoteca di Brera e della Fondazione Torino Musei, che spiegano come nei loro musei la nuova misura sia già stata applicata, con tanto di campagne pubblicitarie che invogliano i visitatori ad inventarsi fotografi e soprattutto a condividere le loro foto sui social network. Il fatto che siano proprio gli enti preposti alla direzione dei musei ad approvare, così calorosamente, un provvedimento che potrebbe rendere più problematica la gestione dei musei medesimi, lascia sorpresi solo in parte. In fondo l’obiettivo di chi dirige un museo, tanto più se si tratta di fondazioni e associazioni private, è incrementare l’afflusso di visitatori. E i social media sono la cosiddetta nuova frontiera del marketing. Non stupisce, dunque, che il volantino che incoraggia il “click and share” divulgato dalla Fondazione Torino Musei sia questo:

gam click

E quello della pagina facebook “Movida Notturna” sia questo:

click&share movida

Andare al museo dovrà diventare, secondo le volontà di Franceschini e le speranze delle fondazioni che gestiscono i musei, quello che si chiama un happening. Qualcosa dove sarà importante, semplicemente, andare, e soprattutto pagare il biglietto.

Il paradossale cortocircuito culturale che è avvenuto ormai da una ventina d’anni, me ne rendo conto, rischia di far passare simili critiche come reazionarie, conservatrici, oscurantiste. In una parola: di destra. Tuttavia, a me sembra che ciò che davvero sia di destra, sia il condiscendere agli istinti più infantili della massa – quelli dettati da pigrizia intellettuale e da voglia di adeguamento allo status quo – per una facile ricerca del consenso. Quello che invece è, o dovrebbe essere di sinistra, o forse semplicemente della Politica nobilmente intesa, è assumersi la responsabilità di un mandato educativo (ancorché privo di qualsiasi costrizione ideologica) della società, di crescita comune attraverso il dialogo e la cultura. È evidente che la politica rappresentata da Renzi e Franceschini abbia completamente abdicato a questo mandato, e proprio in un momento storico in cui, di quella cultura e di quel dialogo necessari al progresso comune della società, si avrebbe quanto mai bisogno.
E invece il desiderio di riscuotere immediatamente il consenso di tutti, spinge i profeti del renzismo ad essere come tutti, in questo mostrandosi continuatori formidabili del berlusconismo: che di fatto ha fondato il proprio ventennale successo proprio sulla sua capacità di innalzare la cultura della mediocrità a cultura di massa sdoganata, dunque non più censurabile. Disprezzare la cultura e stare in pace con la propria coscienza: questo è stato ciò che il berlusconismo ha reso finalmente possibile, facendo la gioia di milioni di Italiani. Questo è quello che Renzi, con un linguaggio più moderno, ma per nulla più nobile, ha deciso di riproporre.
Quando Renzi, nell’aprile del 2013, partecipò ad una puntata di Amici di Maria De Filippi, fu criticato da molti – soprattutto dal PD e dai giornali vicini al PD – per essersi presentato negli studi di un talent-show. In molti gli rimproverarono il voler parlare ad un uditorio che non coincideva con l’elettorato classico della sinistra. E sbagliarono: perché troppe volte la sinistra italiana ha voluto, con arroganza, recintare il proprio pubblico, restringerlo ad una cerchia di ipotetica élite, ignorando chi a questa ipotetica cerchia non apparteneva. Ma lo scandalo doveva essere ben altro. Non il parlare a tutti è ciò che allontanava, e allontana, Renzi da un ideale nobile di Politica, quanto il suo voler rendersi, di volta in volta, uguale a quella parte di pubblico cui si rivolge, per celebrarne implicitamente la cultura e riceverne consenso. In questo – e non nel fatto che lo rendeva simile a Fonzie – risiedeva l’indecenza del giubbotto di pelle indossato da Renzi: quello era l’emblema di un politico dissimulatore che si conformava ai suoi ascoltatori, ne assumeva lo stile, il linguaggio, l’atteggiamento. Quei quattro minuti nello studio di Maria De Filippi restano, in fondo, la più efficace sintesi della politica renziana.
E così oggi il provvedimento di Franceschini viene lodato perché segno di cambiamento, di una politica che sa stare al passo coi tempi, con le nuove tecnologie, con i nuovi linguaggi. Permettere a tutti di farsi un selfie davanti a un Botticelli viene ritenuto di per sé un fatto innovativo, dunque segno di progresso. L’errore, anche in questo caso, non sta nell’adoperare i sistemi e i codici di comunicazione moderni, che sono i più efficaci; l’errore è rinunciare a sfruttarli per diffondere un’idea sana di cultura, anche se contraria alle logiche della massa. Mostrare a tutti, anche ai più giovani, il museo come un luogo tutt’altro che tetro e noioso, è un’operazione meritevole; ma farlo rendendolo una miniera straordinaria di foto da collezionare, o grazie alle quali ottenere decine di “mi piace” su facebook, questo non è meritevole. Piegare la cultura alla moda è un’operazione barbara.

Eppure forse mi rendo conto di aver sbagliato a parlare di Renzi come un dissimulatore, e del renzismo come di un tentativo di rinunciare alla propria idea di cultura per assumere quella che è maggiormente diffusa nelle masse. Ci si può davvero attendere un trattamento intelligente del patrimonio culturale da parte di un primo ministro che, quando era sindaco di Firenze, ha fatto di tutto per rimuovere l’affresco di Giorgio Vasari nel Salone dei Cinquecento e andare alla ricerca di un fantomatico capolavoro di Leonardo da Vinci che, secondo l’allora primo cittadino, Vasari avrebbe nascosto con la sua opera? Ecco come lo stesso Renzi, nel suo Stil novo, afferma l’opportunità di sacrificare il Vasari e gettarsi alla ricerca dell’ipotetico Leonardo:

Rimanga fra noi, non è che l’opera pittorica del Vasari nel Salone sia un capolavoro assoluto. Tutto è tranne che la scuola del mondo, insomma. Sostituire quel Leonardo da Vinci che con i cavalli di Anghiari incanta mezza Europa con la Battaglia di Scannagallo (già il nome è tutto un programma) è come togliere Lionel Messi per inserire un qualsiasi terzino dell’Albinoleffe. Solo che certe cose si devono tacere, altrimenti gli specialisti si arrabbiano.

Il sospetto che sorge, rileggendo queste righe, è che allora quella di Renzi non sia dissimulazione: il suo adeguarsi alla incultura di massa non è frutto di cinico opportunismo. Viene da pensare che la cultura di Renzi sia davvero quella che appare: che lui, cioè, non semplicemente parli di Vasari e Leonardo come di Messi e un terzino dell’Albinoleffe, ma consideri davvero Vasari e Leonardo paragonabili a Messi e un terzino dell’Albinoleffe; che Renzi, insomma, non si stia spacciando per meno colto di quello che è, allo scopo di apparire più vicino al suo ipotetico elettore medio, ma stia mostrando quella che effettivamente è la sua cultura. Ed ecco che allora Renzi e il renzismo smettono di apparirci come i continuatori del berlusconismo, e si manifestano per quello che forse, più concretamente, sono: e cioè come prodotti del berlusconismo.

17 commenti Aggiungi il tuo

  1. Chiara Impellizzeri ha detto:

    Non concordo (ma già lo sai) con nulla di quanto scritto.
    Non mi sembra logico il passaggio dal “Liberalizzare le foto nei musei” a “Liberalizzare i selfie” a, ancora, “Usare i selfie per marketing”. Se una pratica, finalmente democratica, ne comporterà anche un’altra, che da fastidio ad alcuni, non vedo il senso di vietare l’una per evitare l’altra. La tua in fondo è un’idea che mira a disciplinare/reprimere comportamenti individuali assolutamente innocui.
    Quello che trovo inaccettabile del tono di questo articolo è una forma di paternalismo snobistico che arriva a sostenere che le folle non capiscono nulla di arte e vanno nei musei per moda, per poi mostrare attraverso le foto su facebook un’apparenza di cultura (“c’ero anche io, anche io capisco l’arte!”).
    Trovo assurdo permettersi dall’esterno di sentenziare sulle intenzioni dei singoli.
    Chi siamo noi per dire che solo chi non ne capisce nulla di arte fruisce così i musei?
    Come se nessun vero studioso di arte o appassionato potesse anche volersi fare una foto ricordo o una foto scherzosa o una foto narcisistica accanto all’opera o al monumento: lo fanno tutti, e si, serve anche a dire “io c’ero”, cosa c’è di male?!
    Chi siamo noi per dire che perché qualcuno ha voluto scattare una foto buffa per fare ridere gli amici, poi non riesca a vivere anche una esperienza estetica nel museo? Come se ci fosse un solo modo giusto, religiosamente rispettoso, di approcciare l’ “Opera” con la maiuscola, e tutto il resto andasse stigmatizzato. (Per altro, ma cosa c’è da capire nella bellezza dei colori di Van Gogh o nell’arte statuaria mimetica? Siamo proprio sicuri che ci voglia una sensibilità estetica ottenuta con un diploma di laurea per intuirne la bellezza e la riuscita tecnica?!).
    Secondo questo principio andrebbe vietato il libero accesso alle mostre d’arte concettuale, perché lì davvero è impossibile raccapezzarsi per un comune mortale…

  2. Trovo questo articolo piuttosto polemico (inutilmente, e come al solito all’italiana a fini…politici?!) e del tutto inesatto per quanto riguarda gli intenti della Fondazione Torino Musei e dell’iniziativa Click and Share. Sarebbe bastato informarsi, anche solo per curiosità, per sapere che le policy di apertura della Fondazione Musei di Torino (ente privato di diritto pubblico che GESTISCE i beni COMUNI della città di Torino) sono incentrate sull’idea di museo partecipativo e aperto, e che concedere ben PRIMA dell’uscita del decreto (che contiene errori più marchiani di quelli citati in merito alle foto nei musei…ma bastava anche qui informarsi! Mai sentito parlare di creative commons e concessione dei diritti quando si pubblica su wiki o su facebook?) risponde a logiche appunto partecipative; incentivare l’uso dei social come stimolo di processi di apprendimento informale; accogliere le istanze “emotive” dei visitatori…non mi dilungo, scriverei un testo altrettanto lungo e non mi pare il caso. Sono facilemnte reperibile via twitter e via mail, pubblicata sul sito di Palazzo Madama.
    In ogni caso, basterebbe guardarsi account, siti web (compreso quello degli opendata), strategie pubblicate online, campagne di comunicazione e programmi delle attività per il pubblico per farsi un’idea. Non parliamo di casi notissimi internazionali poi… It’s Time We Met dice niente? Saranno stati influenzati dal decreto Franceschini anzitempo anche al Metropolitan?!
    Aggiungo, in ultimo, che se qualcuno volesse vestirsi come Il ritratto d’uomo di Antonello da Messina e farsi una foto spiritosa così conciato a Palazzo Madama, io sarei contentissima. Forse imparerebbe cos’è un becchetto. Ma meglio storcere il naso davanti a un selfie no? Certamente fa più audience la polemica che l’approfondimento.
    Carlotta Margarone @Carlotta_Ma
    Digital Media Curator per Palazzo Madama
    Communication Manager Fondazione Torino Musei

    1. Gentile Carlotta Margarone,
      la ringrazio del commento. Tuttavia, devo constatare che la sua idea di museo è profondamente (o forse dovrei scrivere: PROFONDAMENTE) diversa dalla sua. Per quanto mi riguarda, un museo è un luogo di ricerca, di studio, di diffusione della cultura. E’, insomma, uno di quegli strumenti di cui la nostra Repubblica dovrebbe servirsi per rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art. 3 della Costituzione).
      Lei difende (e lo fa, mi duole constatarlo, “come al solito all’italiana”) l’ente per il quale lavora, e questo mi pare comprensibile. Così come mi pare comprensibile il fatto che lei approvi le logiche che stanno dietro alla creazione di fondazioni private che gestiscono il patrimonio artistico pubblico. Eppure, sono proprio queste le logiche che rendono i musei quello che, secondo me, non dovrebbero essere. Non dovrebbero essere, cioè, dei grandi luna park.
      Le “logiche partecipative” di cui lei parla sono soltanto una copertura alle logiche reali che spingono brillanti sindaci (che infatti spesso fanno carriera) ad affidare ad enti privati la gestione dei musei: e cioè fare cassa. “Incentivare l’uso dei social come stimolo di processi di apprendimento informale”, come lei dice, credo che sia interesse di tali fondazioni private solo fintantoché risulti funzionale anche ad incentivare l’acquisto di biglietti. E a me questa non sembra una buona politica culturale. Quanto ad “accogliere le istanze ‘emotive’ dei visitatori”, non so davvero cosa significhi un’espressione del genere, ma sospetto che rientri nel grande campionario di slogan cialtroneschi che da decenni si elaborano intorno alle arti e alle discipline umanistiche.
      Lei sottolinea “che se qualcuno volesse vestirsi come Il ritratto d’uomo di Antonello da Messina e farsi una foto spiritosa così conciato a Palazzo Madama”, ne sarebbe “contentissima”: e questo non mi sorprende. Non c’è nulla di male, infatti, nel far ciò in un museo, nel momento in cui si decide di considerare il museo, appunto, come un grande luna park.

      Valerio Valentini

      1. Carlotta Margarone ha detto:

        Duncan Cameron, 1971: museo tempio o forum.
        La aspetto a torino come mio ospite quando vuole per vedere con i suoi occhi. (Anche questa è un’astuta e luciferina mossa di marketing, naturalmente).

  3. Cara Chiara, provo a rispondere alle tante tue osservazioni.
    Tu dici: “Se una pratica, finalmente democratica, ne comporterà anche un’altra, che da fastidio ad alcuni, non vedo il senso di vietare l’una per evitare l’altra”.
    La pensiamo diversamente. Secondo me il legislatore deve tener presente delle ripercussioni che una determinata legge avrà in questa realtà, in questa società, in questo tempo. Altrimenti, vedrei ben poche norme assolute da applicare in qualsiasi tempo e in qualsiasi società. Le leggi sono buone o cattive soprattutto per i risultati che producono. Nella fattispecie: una legge che, a parer mio, favorisce una fruizione negativa del patrimonio artistico, e rende i musei degli ambienti meno consoni al ruolo che dovrebbero avere (luoghi di svago, ma anche di riflessione e di studio, di crescita culturale) è, evidentemente, una cattiva legge. Parli di norma “finalmente democratica”: e qui davvero non riesco a seguirti. L’impossibilità di scattare foto nei musei rendeva monca la democrazia in questo Paese? Ma allora anche l’impossibilità di fare sesso nei giardinetti pubblici, o di bestemmiare in chiesa.

    “La tua in fondo è un’idea che mira a disciplinare/reprimere comportamenti individuali assolutamente innocui”.
    Assolutamente no. Fermo restando che per me quei comportamenti non sono “innocui”, io non mi sogno neppure di disciplinarli, men che meno di reprimerli. Per me chiunque può fare quel che vuole: cerco solo di riflettere in maniera tale da capire quali comportamenti individuali potrebbero rendere più vivibile l’ambiente in cui noi, come comunità, viviamo.

    “Quello che trovo inaccettabile del tono di questo articolo è una forma di paternalismo snobistico che arriva a sostenere che le folle non capiscono nulla di arte e vanno nei musei per moda, per poi mostrare attraverso le foto su facebook un’apparenza di cultura (“c’ero anche io, anche io capisco l’arte!”).”
    Dire che “le folle non capiscono nulla di arte ecc”, per me, non vuol dire nulla. Ma se con quella frase intendi dire che, secondo me, la popolazione italiana (questa popolazione, in questa fase storica) sta conoscendo una progressiva diseducazione all’arte, allora sì, lo penso. E – non è retorica – sono purtroppo consapevole di non essere immune da questo fenomeno. Questo significa che alla popolazione italiana andrebbe ridotta la possibilità di entrare nei musei? Ma assolutamente no. E nell’articolo lo specifico con sufficiente chiarezza, credo (“Il punto non è affermare una concezione elitaria, e neppure meritocratica, della fruizione dell’arte, che è bene che resti a disposizione di tutti, e al servizio della comunità nel suo complesso”). Ritengo, però, che una classe dirigente intelligente, e dotata di una buona educazione all’arte, dovrebbe ricercare dei modi per far sì che entrare nei musei sia un momento di crescita culturale, di riflessione e di benessere (a vari livelli, in vari modi).

    “Trovo assurdo permettersi dall’esterno di sentenziare sulle intenzioni dei singoli. Chi siamo noi per dire che solo chi non ne capisce nulla di arte fruisce così i musei?”
    Non ho mai detto un’assurdità tale.

    “Come se nessun vero studioso di arte o appassionato potesse anche volersi fare una foto ricordo o una foto scherzosa o una foto narcisistica accanto all’opera o al monumento: lo fanno tutti, e si, serve anche a dire “io c’ero”, cosa c’è di male?!”
    Non c’è nulla “di male”. Così come non c’è nulla “di male” nel fatto che qualche “studioso” o “appassionato” di Dante o di Shakespeare decida di recitare dei versi di Dante o di Shakespeare ad una donna per sedurla (funzionerebbe? non credo, per fortuna). Tuttavia, non è siccome non c’è nulla “di male” nel farlo, che una legge dovrebbe incentivarlo. Lo studio dell’arte, la conoscenza e la “valorizzazione” del nostro patrimonio artistico sono cose che possono essere praticate in vari modi: a me quello ideato da Franceschini sembra pessimo.

    “Chi siamo noi per dire che perché qualcuno ha voluto scattare una foto buffa per fare ridere gli amici, poi non riesca a vivere anche una esperienza estetica nel museo? Come se ci fosse un solo modo giusto, religiosamente rispettoso, di approcciare l’ “Opera” con la maiuscola, e tutto il resto andasse stigmatizzato”.
    Non ho mai detto neanche questa assurdità.

    “(Per altro, ma cosa c’è da capire nella bellezza dei colori di Van Gogh o nell’arte statuaria mimetica? Siamo proprio sicuri che ci voglia una sensibilità estetica ottenuta con un diploma di laurea per intuirne la bellezza e la riuscita tecnica?!)”.
    C’è, oggettivamente, da capire. Come in qualunque cosa si osservi, che sia un’opera d’arte o meno. Sul fatto che ci voglia “una sensibilità estetica” per “intuire la bellezza e la riuscita tecnica” di un’opera, sono totalmente d’accordo con te: non ci serve. Sul fatto che, quest’ipotetica sensibilità, debba essere “ottenuta con un diploma di laurea”, sono ancor più convinto nel dire “no”. Sul fatto che, per meglio apprezzare, meglio comprendere, meglio godere, un’opera d’arte (ma non solo un’opera d’arte) sia necessaria una certa educazione all’arte, un certo studio, una certa fatica, sono invece convinto. Sapere che Bernini viene dopo Michelangelo serve a capire meglio Bernini? Io credo di sì. Sapere cosa si intende per “prospettiva”, serve a capire meglio Giotto? Io credo di sì. Ecc ecc. E’ una concezione aristocratica della cultura? Direi proprio di no. Anzi, l’esatto opposto. E’ una concezione per la quale chiunque, in maniera diversa e in misura variabile, con studio e dedizione (e non grazie a diplomi di laurea), può arrivare a capire un po’ meglio un sacco di cose.

    “Secondo questo principio andrebbe vietato il libero accesso alle mostre d’arte concettuale, perché lì davvero è impossibile raccapezzarsi per un comune mortale…”
    Premesso che “il libero accesso” non dovrebbe essere vietato a nessuno, se c’è un’entrata, dico che però, se abbiamo la stessa idea di “mostra d’arte concettuale”, per quanto mi riguarda quelle mostre non dovrebbero proprio esistere. Perché sono per la repressione? No. Proprio perché “lì davvero è impossibile raccapezzarsi per un comune mortale”.

    1. Chiara Impellizzeri ha detto:

      Siamo completamente agli antipodi, già solo nel lessico che ti vedo usare (“una classe dirigente colta” ecc… che riconferma la mia idea di una morale sostanzialmente paternalistica) ma il tuo discorso non si fonda secondo me su alcuna logica, ma su un volo pindarico.
      Come si fa a parlare di una legge che incentiva i selfie? Non c’è nessun rapporto tra le due cose.
      Si tratta piuttosto di un adeguamento a legislazioni per altro comuni in Europa, e accettatissime, che non per forza incentivano al selfie. Per fare un esempio, qui in Francia è legale quasi ovunque e al Centre Pompidou non h o mai beccato qualcuno intento farsi un autoscatto, ma tantissimi intenti a fotografare le opere in sé e segnarsi l’autore per poi magari cercarlo meglio a casa o su internet, chissà; tutto sommato anche al Louvre non ho visto così tanta gente farsi autoscatti, tranne magari qualche giapponese felice e sorridente per il viaggio in Europa, e davanti alle opere più “rockstar!”).

      Si deve stare secondo me molto più attenti di così: una cosa è sostenere che non tutto si da in modo immediato (e ribadisco: nessuno è così ingenuo come lo fai tu, da pensare che ci sia un rapporto tra l’autoscatto che si è fatto e l’aver “capito” l’opera d’arte) un’altra è sostenere che solo con fatica, sudore, dedizione, si comprende la vera cultura. Si certo, storicizzare l’autore serve a capirlo meglio (per altro qui la critica va fatta molto più che ai selfie alle strutture dispersive di certi musei mastondontici, in cui la contestualizzazione esplode sotto la valanga di input possibili) ma questo in che rapporto si trova con la possibilità di fotografare l’opera e condividere la foto online o, en passant, con la possibilità di scherzare con gli amici con una foto innocua?
      Lo diceva anche Lorenzo Mecozzi, e mi accodo: moltissimi esami di storia dell’arte li ho preparati anche grazie ai vari amatori che da Flickr o Instagram avevano messo online le foto di svariate opere, in un formato molto più grande del francobollino classico che si può trovare sull’ Argan.

      1. Cara Chiara,
        ma perché, se il problema è quello di favorire e agevolare lo studio e la ricerca, non si pensa ad una soluzione efficace in tal senso, senza rischiare di trasformare dei musei in dei luoghi ancor meno vivibili (per tutti, ribadisco) di quanto non siano già oggi? Perché, nella fattispecie, non pretendere che tutti i musei italiani, attraverso dei ricercatori preparati, non facciano, per tutti i musei italiani quello che è stato fatto (benissimo, mi pare, anche se so di rischiare di passare, oltre che per “paternalista”, anche per “clericale”) per la Cappella Sistina? (http://www.vatican.va/various/cappelle/sistina_vr/index.html)
        Così chi deve studiare un’opera può farlo comodamente da casa, e chi vuole andarla a visitare dal vivo può farlo nelle migliori condizioni? Perché il punto, in fondo, è proprio questo: stabilire quale debba essere la funzione di un museo e fare in modo che ogni museo possa svolgere, nel modo più efficace possibile, quella funzione. Liberalizzare l’uso di foto e video, secondo me, allontana i musei da quello che dovrebbero essere: luoghi di ricerca e di studio, innanzitutto, e di diffusione di cultura.

        Valerio Valentini

  4. P.S. Il commento precedente è a firma 404 solo perché non ho un account su WordPress. Ma è evidente che l’autore del commento sono io, Valerio Valentini.

  5. Luigi Rodini ha detto:

    insomma, andare verso il basso è meglio di niente? sono del basso, secondo
    quarto del secolo scorso….

  6. Laura Belforte ha detto:

    Io credo sia importante valutare il fattore del “tempo” che una persona dedica al museo, ma anche ad altri luoghi carichi di intense emozioni. Se la visita è una rapida e vorticosa sequenza di immagini trovo che il fotografarle (e quindi il permetterlo) purtroppo fatalmente si sostituisca a quell’unico attimo in cui da soli davanti ad un opera potremmo guardare, sentire, valutare, collegare; quel breve attimo vede la nostra attenzione deviata verso la gestione di un apparecchio, la visione attraverso uno schermo, forse guidati dall’idea che poi a casa potremo riscorrere le immagini e rivivere le emozioni o forse desiderosi di condividere con una persona cara. Ma quell’attimo è perso. Oppure nella migliore delle ipotesi il nostro ricordo sarà il ricordo dell’immagine e non del momento del nostro incontro con l’opera. Ma tutto questo non ha a che fare solo con i musei, in un’epoca dove si può pensare di scattare un selfie dopo aver fatto l’amore.

  7. C’è anche un altro aspetto poco simpatico della questione, sul quale abbiamo dibattuto sul nostro sito: il fatto che chi come noi fa divulgazione a scopo di lucro (perché da questa attività guadagna qualcosa) continuerà a non poter liberamente scattare e pubblicare fotografie, neppure a bassa risoluzione. Alché noi ci domandiamo: ha senso che per promuovere l’arte vengano sdoganati i selfie e si continui a non considerare chi invece fa divulgazione in modo serio e rigoroso? Per chi volesse approfondire il nostro punto di vista: http://www.finestresullarte.info/141n_liberta-selfie-musei-decreto-cultura.php

    Federico e Ilaria

  8. L. ha detto:

    Purtroppo tutto ciò ha un fondamento di verità ed è dovuto soprattutto alla cultura della società contemporanea. Non si può comunque trascurare l’effetto positivo che la legge ha sulla ricerca e sulla tutela. Come ricercatrice ‘senza portafoglio’ traggo innumerevoli vantaggi nel non dover pagare soldi che non ho per riproduzioni personali a scopo di studio o nell’evitare una interminabile trafila burocratica per permessi e copie richieste.
    Quella dei selfie è una moda, anche molto stupida, ma come tutte le mode passerà e spero resterà solo l’aspetto positivo. Non difendo la politica di Franceschini, ma se qualcosa di buono ogni tanto se ne ricava, anche se nato con tutt’altre intenzioni, credo che bisogna farlo presente. A dirla tutta credo che questo provvedimento sia giunto in forte ritardo nell’ordinamento della materia: come si fa a ritenere i beni culturali ‘beni di tutti’ per poi lasciarli completamente blindati? Sì, può essere un provvedimento ‘pubblicitario’, ma se io faccio una foto ad un dipinto nel museo sperduto di non so quale sperduto angolo del Paese e la faccia girare non è un bene per quel patrimonio tendenzialmente ‘sconosciuto’?

    1. luigi bertuzzi ha detto:

      Non sono per niente tranquillo, circa la possibilità che le mode passino e ne rimangano solo gli aspetti positivi.
      Il marketing culturale è uno degli aspetti di una politica d’uso della tecnologia che tutela gli operatori del mercato dell’offerta.
      La rete però, intesa come Internet + Web, è nata da una politica [d’uso della tecnologia] di operatori della domanda [di nuova conoscenza].

  9. pao ha detto:

    Aggiungo i miei 50 centesimi alla discussione. Nel decreto e negli emendamenti apportati nelle commissioni non si parla di riproduzioni effettuate nei musei ma di riproduzioni di beni culturali, stop. Quindi non solo riproduzioni di quadri o statue ma anche di manoscritti e libri antichi e quanto altro stabilito come bene culturale nel codice degli stessi. Anche io sono senza portafoglio ma sul versante della storia ;)

  10. Claudio Piga ha detto:

    Che massa informe di fesserie snob! Ma chi diavolo si crede di essere per suggerire alla gente come ed in che modo debbano “godere” dell’esperienza di un museo? Certo che ogni parola che ha scritto é una parola di destra, conservatrice e reazionaria. É tipico di ogni dittatura imporre alle persone come devono vivere! Lei fa esattamente questa operazione culturale. Ho la fortuna di viaggiare abbastanza, e di avere visitato molti musei in giro per il mondo. Nei piú importanti, prendere foto delle opere é qualcosa che non ha avuto bisogno di essere legiferata (questa cosa sí che é distubante, ma forse la causa sono proprio le persone come lei che il patrimonio culturale se lo vogliono usare a proprio uso e consumo, nello stile di Azzeccagarbugli). Ma chi é le per giudicare i motivi che mi spingono a fotografare le opere in esposizione? Fascista nell’animo!

  11. Emanuele Conforti ha detto:

    «Si tratta piuttosto di un adeguamento a legislazioni per altro comuni in Europa, e accettatissime (…)»
    Adeguamento all’accettatissimo. Bene. Brava.

    «É tipico di ogni dittatura imporre alle persone come devono vivere!»
    Esattamente. Questo si applica anche alle imposizioni cui Lei è favorevole.

    Se creo le condizioni perché le cose vadano verso una pseudo-cultura di vanità, esteriorità, compiacenza, conformismo e bischerate, drogata di intrattenimento ma facendolo vedo di convogliare il consenso di chi la ha già interiorizzata, sta bene? Funziona? Importa?

    Sono d’accordo con l’articolo e da usuale visitatore di musei (vivendo a Roma ne approfitto spesso) vedremo se la civiltà di un pubblico certamente più giovane (grazie all’eliminazione dell’entrata gratuita per le fasce anziane della popolazione, che però cogli 80 euro potrà pur pagarsele un po’ di visite, no?) sarà tanto buona quanto i forcaroli commentanti “dalli-allo-snob-fascista” prevedono.
    Già mi è successo più volte di vedere persone riprese dagli addetti dei musei, quando tale legge non esisteva.

    Aggiungo che ho lavorato in una agenzia di fotoriproduzioni e sono d’accordo sulla penuria di riproduzioni decenti gratuite su molte opere, che in quei casi vanno pagate (e comunque è un mercato), noto però che le foto di Instagram sono una pena sotto molti aspetti; dalla fedeltà dei colori alla distorsione prospettica sono meglio dei francobolli dell’Argan eppure davvero inadeguate per qualcosa di più di un’occhiata accidentale. Persino su siti di fotografia più blasonati è difficile trovare immagini decenti; a me fa un po’ male guardarle. Per una riproduzione con una buona qualità di uscita ci vuole un’attrezzatura adeguata (e spesso una modifica delle condizioni ambientali e di illuminazione), impossibili da realizzare con la legge corrente (per ovvi motivi di ordine pratico). Se si vuole un archivio di buone immagini e non di foto punta-e-clicca, si può creare una infrastruttura con riproduzioni di livello professionale e che sia economicamente sostenibile, i cui diritti vadano in parte alle agenzie ed ai fotografi più capaci, in parte alle strutture museali, con uno store per riproduzioni e una infrastruttura digitale adeguatamente collegata ai social.
    Esistevano altri modi di attuazione per ottenere gli scopi prefissi? A cercarli.
    Cavalcare l’onda maggiore è più semplice.
    Demagogia ed ideologia sono brutte bestie. E anche il dine’.
    Saluti

  12. andreabrugnoli ha detto:

    Mi pare che chi ha scritto l’articolo tenga conto di un aspetto di quel comma del decreto a cui è stata data tanta rilevanza negli annunci, ma che aveva ben altre intenzioni e portata. Purtroppo, grazie a uno sciagurato emendamento voluto dal PD ma suggerito dalla Direzione generale per gli archivi, è stato fortemente ridimensionato, con grande danno per la ricerca.
    Vi rimando per questo a http://www.roars.it/online/sulla-riproduzione-dei-beni-culturali/

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...