Sich verabschieden. Congedo da Berlino passando per Tempelhofer Feld

di Umberto Mazzei

Tutte le foto di questo articolo sono di Francesca Coppola, che ringraziamo.

templehof (1)

80% simpatia, 20% competenza

Nel maggio del 2013 lavoravo da un paio di mesi come guida turistica a Berlino. Era un lavoro freelance trovato per caso, con l’idea di racimolare qualche soldo d’estate mentre scrivevo la tesi di laurea. Arrotondando con le ripetizioni di italiano potevo coprire almeno parte dell’affitto della singola a Neukölln. I tour erano in inglese e consistevano in una passeggiata di 3-4 ore tra i principali monumenti del centro: ritrovo davanti al Reichstag, poi Brandenburger Tor, Denkmal der ermordeten Juden Europas (Memoriale dell’Olocausto), Hitlers Bunker, Reichsluftfahrtministerium (Ministero dell’aviazione), Topographie des Terrors, Checkpoint Charlie – pausa currywurst da “Checkpoint Curry” – monumento a Peter Fechter in Zimmerstraße, Gendarmenmarkt – pausa cioccolatino da Fassbender & Rausch con foto alle riproduzioni in cioccolato dei monumenti di Berlino – Babelplatz, Neue Wache e termine nel Lustgarten, al centro della Museuminsel.

I turisti erano per la maggior parte americani e australiani, a gruppi di massimo 6-7 persone per volta. Per loro la tappa a Berlino era, solitamente, una sosta di un paio di giorni in un viaggio che mirava a esaurire il continente intero. Madrid, Parigi, Londra, Berlino, Roma e Atene in una, massimo due settimane. Un’idea di Europa molto più solida e unitaria di quanto non sia per gli europei stessi.

La compagnia pubblicizzava i suoi tour come un’opportunità imperdibile di visitare la città accompagnati da un “locale”, affiancando così alla classica presentazione didattica dei luoghi storici l’esperienza personale e privata di un abitante della zona. In breve: Berlino vista e raccontata da un berlinese. Ad aspettarli sorridente sotto il bandierone del Reichstag, i turisti paganti trovavano uno studente italiano in bolletta, residente in Germania da neanche sei mesi.

La contraddizione, ad ogni modo, pareva turbare solo me. Nell’unico colloquio prima di cominciare, il capo mi disse senza troppi giri di parole che di questo lavoro non gli fregava poi molto. Aveva già un’altra compagnia ben avviata, che offriva tour personalizzati per clienti facoltosi. Questa, invece, era stata fondata da poco e ancora in perdita, ma con un flusso di clienti in aumento esponenziale che lasciava sperare di andare in attivo nel giro di 2-3 anni.

Le ultime remore si assopirono definitivamente dopo i primi tour, quando fu chiaro che la mia preparazione – improvvisata in un paio di settimane di studio matto e disperatissimo – era comunque al di sopra delle aspettative. Un paio di esempi: una ragazza di Adelaide – venticinque anni, laureata in legge con un periodo di studio a Manchester – mi ferma durante una spiegazione per chiedermi cosa sia l’Unione Sovietica, non ne aveva mai sentito parlare. Una ricca signora dell’Arizona passando davanti all’ambasciata della Repubblica Ceca commenta «anche lì, quanto sangue versato quando si sono separati…». Mi ci vuole un po’ a capire che confonde la Cecoslovacchia con la Jugoslavia. Non dico nulla, a fine tour mi lascia cinquanta euro di mancia.

Il grosso del lavoro, come mi spiegano le guide più esperte, non sta tanto nella preparazione, ma nel saper raccontare. 80% simpatia, 20% competenza – queste le proporzioni per un tour ben riuscito. E io, a quanto pare, sono un natural storyteller. Maledettamente simpatico. Di importanza fondamentale è non sfinire il cliente a furia di nozioni. Il cliente è in vacanza, è lì per divertirsi, non per sorbirsi una lezione di storia contemporanea. E quindi il racconto va sapientemente farcito di aneddoti gustosi, opinioni personali calibrate per non offendere nessuno, elementi di folklore locale, battute ripetute ad nauseam, gossip e altre stronzate varie («…e quello è l’Hotel Adlon, uno dei più prestigiosi di Berlino, dove nel 2006 Michael Jackson mostrò suo figlio alla folla sporgendolo dalla finestra e per poco non lo fece cadere!»). Statisticamente, questi sono i momenti in cui si registra un picco nella curva dell’attenzione.

Visitare la città comodamente sotto le coperte, sdraiati su un letto trainato da una guida-ciclista è l'evoluzione naturale del Segway o lo stadio terminale dell'Homo Sapiens.
Visitare la città comodamente sotto le coperte, sdraiati su un letto trainato da una guida-ciclista è l’evoluzione naturale del Segway o lo stadio terminale dell’Homo Sapiens.

La verità non sta in Mitte

Questa premessa un po’ tediosa serviva a introdurre una distinzione tra il mio punto di vista e quello di Guido Mazzoni, autore di un lungo saggio su Berlino (Berlino alla fine della storia, pubblicato su Le parole e le cose) che raccoglie riflessioni seguite a una visita di dieci giorni nel maggio dello stesso anno. Queste righe vorrebbero essere, almeno in parte, una modesta risposta a quell’articolo, una lettura alternativa, o meglio complementare. Turista e guida turistica, del resto, partecipano allo stesso fenomeno di mercificazione della cultura, alla sua riduzione a oggetto: un procedimento di sintesi del senso e dell’immagine di un luogo in forma facilmente fruibile, assimilabile senza sforzo. La guida svolge evidentemente la funzione di intermediario, completando il triangolo i cui altri due vertici sono il turista-consumatore e il monumento-merce, gli spazi dedicati, accuratamente selezionati, in cui la città si deve autorappresentare. Il turismo di massa si fonda così sul presupposto che le peculiarità di uno spazio si possano far proprie anche senza praticarlo, che per comprenderlo appieno sia sufficiente assumerne le dosi prefabbricate. Il pacchetto pensato apposta per le tue esigenze, quelle di tutti quanti.

Mazzoni turista a Berlino si sofferma a riflettere sulla coesistenza, osservabile là dove si trovano alcuni dei principali monumenti della città, di due ordini di discorso apparentemente contrastanti. Il discorso edificante, grave e disciplinare dello Stato e quello frivolo, edonistico del capitalismo. Coesistenza che si risolve in definitiva nella subordinazione del primo al secondo, se non nella sua completa dissoluzione.

La tesi dell’articolo è difficilmente contestabile e si potrebbe, anzi, allungare a piacere la lista di esempi portati a sostegno dell’argomentazione. A Checkpoint Charlie, tanto per dire, sotto il cartello in quattro lingue che ricorda il punto in cui le due superpotenze si toccavano, una foto su un pannello ritrae le ore di tensione del 27 ottobre 1961 quando si sfiorò un nuovo conflitto mondiale. Sulla strada dove allora furono schierati decine di carri armati, non è raro vedere sfilare carovane di Trabant in colori improbabili, verde elettrico, tigrate e zebrate: è il Trabi-Safari, che permette di girare la città nella riedizione kitsch della macchina simbolo della DDR. Poco più avanti si trova la colonna che serve da memoriale a Peter Fechter – operaio edile che tentò di fuggire a Berlino Ovest – eretta nel punto esatto in cui venne lasciato agonizzare e morire dissanguato, appena diciottenne, sotto lo sguardo inerte di entrambe le parti. La scritta sulla colonna recita: Er wollte nur die Freiheit (voleva solo la libertà). A qualche decina di metri, finti soldati statunitensi si fanno fotografare con i turisti, davanti a una replica della casetta del posto di blocco. Alle loro spalle, un enorme McDonald’s sottolinea, nel modo più stereotipato immaginabile, che quello una volta era l’ingresso nel settore americano. Il sorriso deforme del pagliaccio Ronald, da qualche parte dietro la vetrina, sta lì a dirci che va tutto bene, non c’è più nulla di cui preoccuparsi.

Checkpoint Charlie
Checkpoint Charlie

Questa è la materia, incoerente e disordinata, che sostanzia la nostra esperienza quotidiana. Più evidente in alcuni punti di Berlino, ma comune a tutto l’Occidente contemporaneo. Non sto a ripetere quanto già scritto da Mazzoni, molto meglio di quel che potrei fare io.

Eppure, mi pare che la tesi sia viziata da una prospettiva limitata, un atteggiamento intellettuale stanco e compassato che ne condiziona inevitabilmente le conclusioni. Se la nostra è l’epoca di una vita psichica esplosa, frammentata ed eterogenea – che in una città fatta saltare in aria, smembrata e poi ricucita trova la sua metafora ideale – cercarne il senso nel centro è allora un errore di metodo, un tic obsoleto che ci restituisce un’immagine statica, parziale, inesatta. Berlino come allegoria del XX secolo è ripercorsa infatti attraverso la lettura degli edifici e dei monumenti che si trovano quasi esclusivamente nel suo centro geografico, il quartiere di Mitte. Il risultato sarà quindi di aver eletto Mitte a simbolo di tutta Berlino, a sua volta simbolo della fine della storia nell’Occidente moderno. Ma se si rigetta l’assunto iniziale anche le conseguenze dovranno essere sensibilmente riviste.

Dov’è la città? È la domanda con cui Maria Nadotti apriva la serie di articoli intitolati Addio a Berlino e pubblicati tempo fa su Doppiozero. Quell’agglomerato di città che ci si ostina a indicare complessivamente con il nome di Berlino è in verità un organismo policentrico in cui ciascuna zona possiede una propria identità definita. Ogni quartiere differisce spesso radicalmente per storia, forma, architettura, per composizione etnica e sociale: i ricchi e i russi a Charlottenburg (o Charlottengrad), i turchi e gli spiantati a Neukölln, le coppiette e gli scandinavi a Prenzlauer Berg, e così via.

Diciamolo allora senza indugio (e con esagerata perentorietà): a Mitte non ci si vive. A Mitte non si esce la sera, ma neanche di giorno. A Mitte un Berlinese non ci andrà a meno che non abbia lì l’ufficio, o debba passare per Alexanderplatz o per la Hauptbanhof, o voglia andare a teatro, alla StaBi, alla Humboldt Universität, a puttane su Oranienburger Straße. Mitte è quello che resta del centro quando il centro è stato svuotato della sua funzione egemone, della sua forza attrattiva, è l’immagine vuota del centro. Mitte è la teca in cui Berlino esibisce le sue reliquie, la sua icona morta e istituzionalizzata, mentre tutt’intorno la città brulica di vita.

Non può sorprendere che la società di cui Mitte è specchio sia completamente pacificata, aconflittuale, dato che lì non vi è alcun processo in atto. Ma altrove? Se lo sguardo non può (non deve) focalizzarsi su un centro che non esiste più, che non è più il cuore battente della città, dove allora?

Direi, tanto per cominciare, al di sotto. Nei vagoni della metro.

Elenco non ragionato di scene viste sulla U-Bahn (o sulla S-Bahn) di Berlino:

Un adolescente cagarsi addosso – la pozza liquida marrone spandersi ai suoi piedi

Kebab, falafel, currywurst a qualsiasi ora del giorno e della notte

Una ragazza con un pony – solo in video, purtroppo

Molte, moltissime persone leggere libri

Bottiglie di Sternburg abbandonate rotolare da una parte all’altra del vagone

Un ragazzo suonare un digeridoo costruito con tubi di plastica tipo quelli usati per i sanitari

Branchi di giovani festanti ubriachi schiamazzanti

Due italiani fare commenti ad alta voce su quanto fosse attraente (o meglio: fica) una ragazza in piedi a pochi passi da loro, scoprire che la ragazza è italiana e ci sente benissimo

Un ragazzo, probabilmente drogato, vomitarsi tra le gambe prima di collassare sul sedile – le cuffie del suo iPod galleggiare su una macchia gialla e densa

Una mendicante in carrozzina litigare con un altro mendicante perché quest’ultimo era salito sul suo stesso vagone infrangendo, a quanto pare, il codice di comportamento dei mendicanti («Wir haben Regeln!»)

Barboni, soprattutto barboni, tantissimi barboni. Persone spesso in condizioni igieniche pietose, vestiti a brandelli, pelle emaciata, mani e unghie nere come carbone. Uomini che si trascinano stanchi tra i sedili, che in pochi secondi impestano con il loro tanfo l’intera carrozza di un odore acre, insopportabile, che a volte non chiedono neanche soldi, ma una bottiglia vuota da riciclare, qualcosa da bere o da mangiare. Nei vagoni della U-Bahn si compie l’incontro quotidiano tra due mondi non comunicanti, che si sforzano di ignorarsi pur determinandosi a vicenda. L’interazione avviene attraverso i canoni a cui ci ha abituato lo show-business, il fare pietà e il sentire pietà seguono anch’essi un modello competitivo, una legge di domanda e offerta (li vuoi questi cinquanta centesimi? e allora il tuo discorso dovrà essere più convincente, più straziante, più performativo del precedente).

Berlino è tra le città più indebitate nel paese con il PIL più alto del continente. La capitale dell’economia trainante l’Eurozona ospita un esercito di emarginati nelle sue viscere – tra i topi, lo sporco e il piscio. Le contraddizioni che informano di sé l’armonia superficiale sono lì ben evidenti, qualche metro sottoterra.

Berlino povera, ma sexy.

Berlino dove i nuovi immigrati si vedono offrire condizioni salariali sempre peggiori, e accettandole – non potendo far altro che accettarle – ridefiniscono al ribasso la soglia di ciò che è accettabile.

Berlino dove gli affitti si alzano a vista d’occhio, e le agenzie immobiliari fanno un po’ quello che gli pare, perché tanto la domanda continua a salire e se tu non puoi pagare di più ci sarà qualcun altro disposto a farlo. È la legge del mercato, baby.

Berlino dove chiunque conosca il significato del termine gentrificazione è anche parte del problema (questa non è mia, ma di Marc-Uwe Kling).

Berlino è amore non corrisposto. E non potrebbe essere altrimenti.

Ma avrò fatto abbastanza per farle cambiare idea?

Tempelhofer Feld bleibt!

I primi giorni in città, non sapendo bene da dove cominciare, chiedevo ai nuovi coinquilini, agli amici e agli amici di amici, quale fosse il loro luogo preferito a Berlino. Se il mondo dovesse finire domani, dove passeresti la giornata oggi?, dicevo. Poi andavo a visitare i posti consigliati. Un ragazzo tedesco mi rispose con convinzione: Tempelhofer Feld.

L'edificio dell'ex-aeroporto di Tempelhof
L’edificio dell’ex-aeroporto di Tempelhof

Costruito a partire dagli anni ’20 e successivamente ampliato durante il Nazismo, Tempelhof è stato uno dei primi aeroporti commerciali della Germania, eretto su una vasta aerea utilizzata in precedenza per le esercitazioni militari. Nel 1948, quando Stalin cercò di forzare a proprio vantaggio gli accordi di Potsdam bloccando le vie d’accesso a Berlino Ovest, Tempelhof, collocato allora nel settore americano, divenne il perno del celebre ponte aereo con cui gli alleati rifornirono la città. Nel 2008 l’aeroporto venne definitivamente dismesso e nel 2010 il parco, un’area dall’estensione superiore a quella di Central Park, fu aperto alla cittadinanza.

Alcuni amici a cui avevo a mia volta consigliato di visitarlo hanno poi commentato: «Be’, sì, bello, ma non c’è un cazzo da vedere». Ed esattamente quello è il punto. La bellezza di Tempelhof sta proprio nel fatto di essere un enorme spazio vuoto, un’eccezione e un controsenso nell’ecosistema congestionato della metropoli. Se si escludono i pochi alberi lungo il perimetro, la lunga spianata d’erba, dove nidificano diverse specie di uccelli, è completamente priva di ostacoli e consente alla vista di spaziare indisturbata. La sensazione di rilassamento e spensieratezza (a voler essere enfatici diremmo: di libertà) che si prova percorrendo la vecchia pista di atterraggio si accompagna alla consapevolezza straniante di trovarsi nel cuore di una delle più grandi e popolose città del continente.

In questi quattro anni la popolazione ha ripreso possesso dell’ex-aeroporto. Tempelhof è diventato un posto per correre, fare sport, organizzare picnic e barbecue, leggere, rilassarsi, suonare, esercitarsi in qualsivoglia attività. Al suo interno si trova un progetto di orti urbani, un piccolo skatepark, campetti da calcio e basket, un’area grill e una zona recintata per i cani. Vi si tengono concerti ed eventi culturali. Tempelhof è, insomma, uno spazio atipico, incredibilmente scampato alla speculazione, alla sua funzionalizzazione, uno spazio ancora senza destinazione d’uso che ne vincoli la fruizione. Un luogo per ritrovarsi e stare insieme.

Domenica 25 maggio l’Europa dava sfogo all’isteria e affrontava la sua crisi d’identità affidandosi alle forze conservatrici che ne stanno causando la rovina o a quelle nazionaliste che contestano il senso stesso dell’Unione. Lo stesso giorno, i berlinesi votavano anche un referendum sul futuro di Tempelhofer Feld. Un piano edilizio presentato dal Senato di Berlino prevedeva la costruzione di 4700 appartamenti e attività commerciali, relativi parcheggi, una biblioteca, un bacino idrico artificiale. La superficie verde sarebbe stata ridotta di circa un terzo del totale. Dalla mobilitazione spontanea degli abitanti della zona è nata l’iniziativa 100% Tempelhofer Feld, osteggiata dai partiti politici, per bloccare il piano del senato e salvaguardare l’area così com’è. In breve si è riusciti a raccogliere 185mila firme per promuovere il referendum.

In una bella intervista a cura di Florian Heilmeyer pubblicata lo scorso aprile sul magazine Uncube, il sociologo Andrej Holm tirava le somme di questa e altre battaglie sociali per la riappropriazione degli spazi a Berlino. Secondo Holm, se collocato in prospettiva e sulla scia di altre lotte contro le politiche neoliberiste di pianificazione urbana – come per esempio le proteste contro il progetto Mediaspree, che prevedeva la costruzione di uffici e appartamenti extralusso lungo le rive della Sprea – il caso di Tempelhof assume un chiaro valore simbolico. Si è trattato, in altre parole, di rimettere in discussione il diritto dei cittadini a prendere parte attiva nella gestione del territorio, di rinegoziare i ruoli decisionali tra politica, popolazione e poteri economici. La vittoria di 100% Tempelhofer Feld ha sancito il principio sacrosanto per cui le decisioni che riguardano lo sviluppo urbano devono essere condivise e partecipate, non calate dall’alto, non unicamente prone agli interessi economici. Devono tenere conto delle pratiche di utilizzo già in atto in un luogo.

 Ora mi domando perché quanto accada a Tempelhofer Feld dovrebbe essere meno rappresentativo, meno allegorico, di quel che si osservi a Potsdamer Platz o altrove in Mitte, dove non accade più nulla. La fine della Storia non è piuttosto il suo proliferare in innumerevoli storie, il cui esito non è sempre scontato?

Per accorgersene, tuttavia, occorrerebbe prima togliersi i panni del turista, smettere di osservare per calarsi nelle pratiche, contribuire alla continua negoziazione di senso dello spazio, per evitare che sia monopolizzata, resa appannaggio di pochi.

Dopo circa un anno e mezzo riparto da Berlino, città che non mi vuole. Senza alcun senso di disagio, ma con mille rimpianti per non aver detto, provato, fatto di più.

Ma ritornerò, ci rincontreremo, e Tempelhofer Feld sarà ancora lì, a far da sfondo al nostro amore ritrovato.

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. jacopo galimberti ha detto:

    Ormai a Nuekoelln non ci sono piu’ gli spiantati. Bel pezzo comunque.

  2. Paolo Costa ha detto:

    Molto bello (e convincente).

  3. maddalena ha detto:

    Grazie Umberto per una riflessione tanto interessante su Berlino, ci sto pensando molto. In generale passo molto tempo a riflettere su questa città cercando di interpretarla… Sono d’accordo su quanto dici intorno alle identità molteplici e centrifughe di Berlino, città con doppio centro/nessun centro (ma forse è caratteristica più in generale di ogni metropoli?). Non so però se sono del tutto d’accordo su una divisione netta tra una Mitte “perduta” e le periferie arruffate e vitali.
    Tempelhof: è vero, è il punto di aggregazione di un movimento politico che sicuramente conta, almeno un po’, come barriera alla gentrificazione. Allo stesso tempo però è un luogo dal passato agghiacciante, di cui l’agghiacciante architettura fa da primo impulso per proseguirne la scoperta. Sul TF si trovava dal 1933 una prigione della Gestapo trasformata in seguito nel primo campo di concentramento; si sono svolte grandi cerimonie naziste come per esempio la parata del 1 maggio 1933 (foto e testi in tedesco qui: http://www.tempelhofer-unfreiheit.de/de/1-mai-33-auf-dem-tempelhofer-feld-ueberblickstext); durante la guerra c’erano le baracche dove vivevano ammassati gli Zwangsarbeiter dei territori occupati che lavoravano alla costruzione degli aerei (in generale materiali qui, sempre in tedesco purtroppo: http://www.ausgrabungen-tempelhof.de/). Insomma, Tempelhof mi sembra un luogo se non altro perturbante e che venga oggi nominato “Freiheit” e nel tempo libero ci si faccia correre serenamente lo sguardo, gli skateboard e i cani potrebbe anche essere un esempio da aggiungere alla lista di Mazzoni. (Se non che alla fine mi chiedo se in parte non sia giusto che la vita torni a brulicare sui resti di altre epoche, se in un certo senso non sia un diritto della vita anche e proprio nella sua piccolezza, mediocrità e letteralmente spensieratezza riprendere possesso dei luoghi che altra vita precedente ha segnato con il male, cercando possibilmente di fare meglio… ma è un altro discorso).
    Mitte: non sono del tutto d’accordo. Mitte mi sembra più complessa di come la vede Mazzoni (ma poi lui si concentra su un fenomeno per parlare di altro) e di quanto suggerisci tu. Posso fare un esempio lungo, ma che mi sembra importante. Basta che voltiamo le spalle al maxischermo pubblicitario di Potsdamer Platz e scendiamo qualche centinaio di metri verso sud, fino al cosiddetto “Kulturforum”, il grande quadrilatero vuoto delimitato da Staatsbibliothek, Philharmonie, Gemaeldegalerie e Neue Nationalgalerie, per precipitare in uno dei quei luoghi-cortocircuito che rendono Berlino, anche e proprio a Mitte, piena di senso. Il Kulturforum, come polo di musei, biblioteche e sale da concerto, è in parte una “teca”, in parte un luogo vissuto regolarmente − da studenti, musicisti, ricercatori, appassionati di arte −, e in parte qualcos’altro di più sfuggente e complicato. Le “retoriche” dissonanti che scandiscono il Kulturforum − e lo rendono in un certo senso un elemento sgradevole nel tessuto urbano e oggetto di discussioni per il Senato di Berlino – mi sembra che mostrino nel cuore della città una dinamica diversa, non opposta ma almeno alternativa a quella descritta da Mazzoni. Tanto il discorso pubblico, verticale dello Stato quanto quello edonistico, orizzontale del consumismo qui sono sorprendentemente insidiati e sabotati da una specie di irriducibilità ostinata della storia come conflitto e tragedia. Una ʻsacca del passatoʼ disarticolata e non voluta, non ancora resa intelligibile e in qualche modo sopportabile in forma di monumento e memoria, e quindi tanto più emotivamente inquietante.
    Il turista o l’abitante di Berlino che si trovano qui sanno che dietro alle pareti degli edifici che li circondano sono raccolti alcuni dei “tesori” più alti della cultura della Germania e del mondo intero – dai Meisterstiche di Duerer ai Philharmoniker, dagli autografi annotati dello spartito della nona sinfonia di Beethoven a Kirchner. E avvertono anche che gli edifici stessi che li custodiscono sono complesse forme estetiche, cariche di senso e di connotazioni politiche, e scoprono magari che sono avvolti in eroici miti delle origini (Mies van der Rohe che sgomma spavaldo con il suo mercedes sotto i 4000 metri quadri di acciaio bruno del tetto della Neue Nationalgalerie che viene lentamente sollevato con un sistema di sifoni, centimetro dopo centimetro, appoggiato solo su otto pilastri, mentre di fronte sono schierati i carri armati sovietici – così narra la leggenda). Eppure quando si attraversa il Kulturforum mi sembra impossibile non provare un senso di disagio e quasi una fatica del corpo a superare le distanze tra un palazzo e l’altro: ci si aggira su una spianata di cemento polveroso e pieno di erbacce, tutto intorno svettano i colossi (incomunicanti e isolati) di Mies e Scharoun e in mezzo a loro, in quella che aspira a diventare una piazza e un luogo di incontro, non c’è nulla (non forum ma foro…). Un enorme spazio vuoto, di un vuoto invalicabile e inconsolabile, che a starci dentro ti senti le gambe crollare verso il basso e diventare pesantissime e vorresti solo poterti sedere e prendere fiato un attimo. In un certo senso, in mezzo alla retorica dello stato, dei grandi piani architettonico-urbanistici che dagli anni 60 a oggi cercano in vario modo di dare un’identità consonante a Berlino, mi sembra che resista una sacca di quello che la zona di Potsdamer Platz era subito dopo la guerra e negli anni del muro. Una striscia di terra annientata e rasa al suolo prima, una specie di pianura brulla a pochi metri dal tiro di tanks e guardie armate poi. E’ come se questo residuo rimanesse ancora, incancellabile, imprevisto e indesiderato, a ridosso di quella sterile area di metropoli senza identità e senza volto a cui è ridotto il Potsdamer Platz, a complicarlo e contraddirlo con la sua presenza non soggiogata in un modo molto più irrequieto di quanto riescano a fare i giusti pannelli esplicativi piantati ovunque. Per quanto lo stato cerchi di riempire il luogo imbrigliandone la storia in un discorso unitario, serio, disciplinare, questa storia forse rimane in parte fissata agli smisurati vuoti non colmabili, rendendo il paesaggio di insieme più frastagliato.
    Devo dire che c’è una coda a questa lunga storia del Kulturforum, una coda della cui esistenza mi sono resa conto solo poco tempo fa, una specie di microscopico lieto fine forse – più una modesta scommessa che un trionfo: più o meno al centro dell’enorme spiazzo triste c’è una fraschetta gestita da una famigliola, verosimilmente turca, dove ci si può comprare caffè, bibite, qualche dolce. Il proprietario è sempre allegro e fa prezzi di favore agli studenti che escono dalla Staatsbibliothek – perché abbiamo tutti pochi soldi, dobbiamo aiutarci. È una piccola presa di umanità su quella inquietudine di grande architettura e brughiere cementizie abbandonate da un altro tempo: ancora un nuovo elemento di complicazione del quadro, forse…
    Anche in questi luoghi contraddittori, oltre che nella proliferazione delle storie nei diversi quartieri “vivi”, mi sembra che Berlino mostri un volto più complicato e più profondamente segnato di quanto a prima vista la città sembri suggerire.

  4. Umberto ha detto:

    Cara Maddalena,
    grazie a te per questo tuo lungo e articolato commento, che arricchisce la discussione. Provo a risponderti con ordine.
    L’estensione delle periferie urbane e il fatto che queste abbiano acquisito ormai un’identità autonoma e indipendente da quella del centro è sicuramente un fenomeno diffuso, che non riguarda solo Berlino ma gran parte delle metropoli odierne. Proprio per questo credo che circoscrivere l’analisi ad alcuni singoli aspetti osservabili nel centro sia un gesto sbagliato, che, come dici anche tu, finisce per non cogliere la complessità dell’insieme. Ho volutamente calcato la mano nell’impostare la discussione sulla contrapposizione centro morto/periferie vive, so che anche questa è una semplificazione sommaria, ma quello che mi premeva sottolineare era piuttosto che lo sguardo di Mazzoni è uno sguardo selettivo (e soggettivo), che imbastisce un discorso universale sulla scorta di pochi, limitati rilievi, trascurando invece i segni di indice opposto di cui pure è piena la città (ma bisogna volerli vedere).

    Su Tempelhof: sapevo delle parate naziste, non delle prigioni della Gestapo e degli scavi archeologici in atto. Non mi sembra, comunque, un caso assimilabile a quelli citati da Mazzoni. Non ci vedo in fondo nulla di male nel fatto che la gente oggi possa fare jogging o bersi una birra in pace nello stesso luogo dove gli oppositori politici venivano torturati e assassinati. Mi pare molto più significativo il fatto che uno spazio adibito prima a fini militari, poi concentrazionari, poi ancora commerciali, sia stato reinterpretato come riserva naturale, spazio ricreativo e per fini culturali. Senza che tutto questo abbia richiesto di rimodellare e ripianificare l’area.
    Che ogni epoca ridefinisca il ruolo dei suoi luoghi mi sembra un processo inevitabile. Vedi la Neue Wache: nata come sede della guardia reale, durante la repubblica di Weimar diventa poi memoriale alle vittime della prima guerra mondiale; poi, negli anni della DDR, memoriale alle vittime del fascismo e del militarismo; infine, nel 1993 Kohl la fa reintitolare alle “vittime della guerra e della tirannia” (definizione abbastanza paraculo, che potrebbe benissimo includere al suo interno un ebreo assassinato e un militante delle SS morto in battaglia). La differenza sostanziale, però, è che nel caso di Tempelhofer Feld l’investitura di senso non viene dall’alto, dalle istituzioni, ma dalla libera iniziativa di chi quel luogo lo pratica. Persone che si sono battute per farne uno spazio avulso a qualsiasi logica speculativa e di consumo. Questo, per me, è sempre l’aspetto più importante: pratiche condivise, non pianificazioni (DeCerteau forse parlerebbe di “tattiche” contro “strategie”).

    Mitte: è un quartiere che non ha la mia simpatia, è evidente, ma ammetto di essere stato un po’ troppo duro con lui. E’ ovvio che anche lì accadano delle cose, abbiano luogo processi grandi e piccoli, che meriterebbero attenzione. Anche in questo caso, tuttavia, le persone che lo frequentano sono per me l’elemento essenziale, più del portato semantico delle architetture o delle istituzioni culturali che vi si trovano (la Philharmonie che offre stipendi ridicoli al personale che vi lavora). Hanno molto più valore i gesti (per quanto minimi) di solidarietà, le sacche di socialità che ancora vi si trovano, e su queste cose bisognerebbe riflettere, analizzarle e metterle in mostra. Altrimenti Mitte non si scrosta di dosso la sua aurea turistica, che lo costringe, purtroppo, ad essere l’immagine patinata di se stesso.

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