Biografilm Festival #6: Frank di Lenny Abrahamson

di Marcello Bonini

frank

Ogni anno il Biografilm Festival presenta un’ampia varietà di film tra loro diversissimi: grandi produzioni e opere indipendenti, la Storia e piccole storie, film bellissimi e film dimenticabili. In questo groviglio, gli organizzatori sono sempre stati molto bravi a scegliere su quale scommettere come film-immagine della rassegna. L’anno scorso la punta di diamante fu il magnifico Searching for Sugar Man, il cui successo portò in tour in Italia il suo protagonista, il cantautore statunitense Sixto Rodriguez. Quest’anno è il faccione posticcio di Frank a capeggiare da settimane su tutti i cartelloni pubblicitari di Bologna, e si può sperare che l’ottima accoglienza ricevuta al festival spinga i distributori italiani a puntare su questo film indipendente, che per di più può contare sull’apporto di due star hollywoodiane come Maggie Gyllhenhall (in una delle sue migliori interpretazioni) e soprattutto Michael Fassbender (come sempre straordinario in un ruolo difficilissimo e da lui stesso fortemente voluto).

La trama è semplice. Jon, giovane aspirante musicista di scarso talento, entra un po’ per caso nei Soronprfbs (sic), bizzarra band di musica sperimentale composta per la maggior parte da ex pazienti di un ospedale psichiatrico, e il cui leader è il cantante e polistrumentista Frank, che si cela dentro un’enorme testa di cartapesta che non si toglie mai. Convinto che il gruppo meriti il successo, Jon li pubblicizza di nascosto, mettendo però a rischio i fragili e complessi rapporti tra i membri della band. Il film è ispirato alla figura di Frank Sidebottom, maschera comica creata dal musicista punk Chris Sievey, ma del Frank originale il regista irlandese Lenny Abrahamson riprende solo la figura, nella quale poi confluiscono tanti tra i più folli (e geniali) musicisti del rock, come Frank Zappa, Captain Beefheart e i The Residents.

La musica è quindi la colonna portante del film, ma il discorso che questi porta avanti vale per qualunque mezzo d’espressione, facendo di Frank una riflessione sul rapporto tra artista e pubblico. La ricerca ossessiva del suono perfetto tiene Frank lontano da coloro ai quali quel suono dovrebbe essere indirizzato, e i suoi musicisti sembrano apprezzare particolarmente il potersi esprimere in totale libertà senza dover rendere conto ad un pubblico. Ma i tentativi di Jon di portarlo al mondo scatenano il suo desiderio di essere amato e di essere accettato, portandolo perciò sull’orlo dell’autodistruzione, artistica e umana. Sembra non ci sia alcuna possibilità di sintesi tra arte e commercio: l’una esclude l’altro. E per chi ha fatto della prima la propria ragione di vita, cercare il secondo significa annichilirsi inevitabilmente.

Su questo punto hanno qualcosa da dire i già citati The Residents, poco conosciuto ma fondamentale gruppo di musica d’avanguardia, nato nel 1972 e tuttora in attività. Nel 1978 pubblicarono il disco Not Available, uno dei loro capolavori. La band mise però in circolazione la voce (mai verificata) che l’album risalisse al 1974, e che fosse stato distribuito contro la loro volontà. Loro, infatti, si dichiaravano fedeli seguaci della Teoria dell’Oscurità del musicista e musicologo bavarese N. Senada (che probabilmente non è mai esistito). Secondo questa corrente di pensiero, un artista può realizzare arte pura solo quando le attese e le influenze del mondo esterno non sono prese in considerazione. Inconsapevole seguace di un filosofo inesistente, Frank porta il suo gruppo in un’isolata baita irlandese per incidere un disco che non verrà mai venduto. Ma cos’è che i Soronprfbs temono tanto, nel darsi agli altri? To show or to be shown, si chiedono ossessivamente i The Residents in A Question Never Known, penultima traccia di Not Available: mostrare o essere mostrati? È questo il gran dilemma di ogni artista. Presentando al pubblico la propria opera, vendendola, si rischia di vendere se stessi, poiché quel pubblico è forse più interessato alla persona dell’artista, che alla sua arte. Gli spettatori accorsi ad un concerto sono davvero interessati alla musica che viene suonata, o sono lì per vedere il gruppo che si mostra sul palco? Jon mette su youtube i video delle assurde registrazioni dei Soronprfbs, e sono questi che li porta al confine del successo, e man mano che quei video diventano sempre più folli ottengono sempre più visualizzazioni. Frank confonde questa curiosità scopica e un po’ morbosa (il video con più visualizzazioni è quello dove Jon viene accoltellato ad una gamba) per amore nei loro (e nei suoi) confronti. Nella sua splendida e geniale ingenuità non si rende conto che non è lui a mostrare la sua arte, ma è lui ad essere messo in mostra, e lo scontro con la realtà rischierà di distruggerlo. L’unico modo per salvarsi diventa un volontario ritorno all’oscurità.

Portare avanti un simile film può essere rischioso. Perché se può essere letto come un’apologia dell’originalità creativa e dell’insuccesso, da qui a scivolare nel becero snobismo di chi alla domanda “Cosa ti piace?” risponde “Non te lo dico perché non ti piacerebbe” il passo è breve. Abrahamson riesce ad evitare il pericolo grazie alla comicità. Perché al contrario di quanto potrebbe essere sembrato fino ad ora, Frank è una commedia. Certo, una commedia spesso amara e alla quale non mancano punte di intensa drammaticità, ma anche e soprattutto una commedia divertentissima, intrisa di sarcasmo e prodiga di sketch slapstick e demenziali. Questa ironia investe anche la rappresentazione dell’artista che il film propone, allontanandolo ancora di più dal rischio di apparire pretenzioso. Non solo e non tanto per le innumerevoli idiosincrasie di cui impregna i suoi protagonisti, ma soprattutto per quella che si rivelerà essere la vera natura di Frank, che demolisce la tradizionale visione di artista maledetto. Frequentando i suoi bizzarri compagni, Jon si convince che la sua incapacità di comporre buona musica sia riconducibile alla sua infanzia, troppo serena e tranquilla per fare di lui un vero artista, e portandolo a vedere in Frank il classico esempio di chi dalle proprie sofferenze riesce a forgiare cose meravigliose. In realtà, scoprirà che le ragioni molto più banali. Semplicemente, Frank ha talento e lui no, e questa è una caratteristica innata, dietro la quale non si celano tristi storie di dolore e sopruso. Ciò fa di Frank un personaggio molto più vero della bislacca figurina che poteva limitarsi ad essere, rendendolo un individuo davvero teso tra il genio e la malattia, scevro di qualunque fascino romantico da poeta maledetto, e lo splendido finale, dove finalmente si esibisce senza maschera, lo testimonia.

Sugli aspetti tecnici del film c’è poco da dire. Lenny Abrahamson sa come infondere ritmo alla pellicola, mettendosi al servizio dei personaggi e apparendo forse come l’anello mancante tra Hal Ashby e Wes Anderson: alla sferzante ironia e alla vena dissacrante del primo unisce il colore e la verve del secondo. Il cast funziona perfettamente, anche se è divorato da Michael Fassbender, che, dovendo rinunciare al volto, recita con la voce, con i movimenti delle mani e le posture del corpo, donando al suo Frank un’espressività straordinaria e sempre mutevole nel seguire i suoi continui sbalzi d’umore. La colonna sonora, elemento cardine del film, è all’altezza delle attese, e se gli Oscar fossero premi meritocratici, I Love You All, la splendida canzone che chiude il film, avrebbe già la candidatura in tasca. Ma tutta la produzione dei Soronprfbs è probabilmente davvero destinata all’oscurità, magnificamente eccentrica come è.

Non che Frank sia esente da difetti, questo è ovvio. Alcune svolte nella trama sono fin troppo prevedibili e certe battute forse un po’ sciocche, e il film si conclude con un’inquadratura di troppo (Abrahamson sceglie di mostrare Jon che si allontana, invece di restare sul ben più evocativo bancone del bar ormai vuoto). Questi difetti non inficiano però il risultato complessivo, e Frank riesce ad essere al contempo acuto e scanzonato, allegro e amaro: è una perla abilmente pescata dagli organizzatori del Biografilm al Sundance, e decisamente il film più interessante visto al festival appena conclusosi a Bologna.

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