Biografilm Festival #5: My Stuff di Petri Luukkainen

di Marcello Bonini

mystuff-e1363005146212

Il finlandese Petri Luukkainen si è sottoposto ad un esperimento, dal quale nasce il suo film d’esordio, My Stuff (o Tavarataivas, per chi vuole cimentarsi col finnico). Temendo di essere posseduto da ciò che possedeva, per un anno ha rinunciato a tutto ciò che aveva, compresi oggetti senza i quali viene difficile pensare di poter vivere, come il letto, i vestiti, il frigorifero, con la possibilità di recuperarne uno solo al giorno. Dopo 365 giorni e 80 minuti, arriva all’illuminante conclusione: la felicità non è determinata da ciò che abbiamo.

Il problema del film sta qui, nell’ovvietà alla quale giunge, spacciata come una grande verità rivelata. Che avere non sia essere è già stato ampiamente detto e ripetuto, e nel 2014 dovrebbe essere dato per scontato. Avrebbe potuto essere il punto di partenza del documentario, per utilizzare l’esperimento, di per sé interessantissimo, per mostrare la scoperta di quali oggetti siano davvero essenziali e quali no, e come si possa vivere con il minimo (anzi, meno). Così infatti inizia My Stuff, che presto però si perde nel raccontare la saggezza della nonna e la nascita di un nuovo amore, espedienti utilizzati piuttosto banalmente dal regista per dare forza alla sua tesi. Non che tutto sommato sia un brutto film, perché è ottimamente girato e sa essere molto divertente, ma sciupa l’interesse antropologico che l’esperimento poteva avere, perdendo d’attrattiva.

Ma forse in My Stuff c’è qualcos’altro che potrebbe portare a una stimolante riflessione. Perché un occhio un po’ attento intuisce facilmente quanto il film sia costruito: la regia testimonia che non si tratta della mera documentazione della nuova vita di Petri, ma che vi è un accurato lavoro di messa in scena dietro buona parte delle situazioni rappresentate. Appurato questo, non è però dato sapere fin dove si spinga il regista nella sua (ri)costruzione, perché può venire il sospetto che anche l’incidente che colpisce la nonna e la storia d’amore, così comodi per portare avanti il film, siano artifici narrativi. I puristi del documentario si scandalizzeranno: contraffare qualcosa che per sua natura dovrebbe solo riportare la realtà, è intollerabile.

Non che questo sia un caso isolato, anzi, sono innumerevoli i documentari accusati di falsificazione. Già Nanuk l’eschimese (1922), il più celebre e celebrato film di Robert Flaherty, padre del documentario, era in buona parte una ricostruzione non dichiarata della vita del suo protagonista, e proprio allo scorso Biografilm Festival trionfò Searching for Sugarman, accusato in patria di aver sapientemente scelto cosa inserire e cosa escludere dalla narrazione per aumentare il suo impatto sul pubblico.

Ma può essere l’aderenza alla realtà un metro di giudizio per un documentario? Ovviamente, pretendere che ciò che un documentario mostra sia il reale è per lo meno un po’ ottuso. È scontato dire che il cinema è al più una rappresentazione della realtà e non la realtà stessa, e ciò vale allo stesso modo anche per i documentari, essendo anch’essi, naturalmente, cinema. Del resto, anche la scelta di una determinata inquadratura piuttosto che un’altra, la sua durata e il modo in cui viene montata con le altre, presuppongono una lettura e una interpretazione di ciò che si racconta, senza contare quanto la sola presenza di un osservatore possa influenzare la realtà che egli sta cercando di descrivere (anzi, per il fisico e filosofo statunitense Hainz von Foerster, la descrizione di una situazione dice più cose dell’osservatore che dell’osservato, teoria che proprio applicata al cinema potrebbe risultare particolarmente vera).

Con questa consapevolezza, spetta alla sensibilità di un regista decidere quali strumenti utilizzare tra quelli che il cinema gli offre per mostrare e raccontare, senza che questo influenzi il giudizio sul suo lavoro. Perché infatti limitare le potenzialità espressive di un film in nome di qualcosa di irraggiungibile come la realtà? Certo si può valutare quanto un determinato documentario sia fedele alla verità rispetto ad un altro, ma è un gioco ozioso che nulla ci dice sulla loro qualità.

Così, Petri Luukkainen non può essere criticato per la manipolazione alla quale sottopone My Stuff. Ma può esserlo, questo sì, per il modo in cui lo fa, optando per una via banale e semplicistica che butta via uno spunto al contrario brillante. Ma questo giovane regista finlandese mostra comunque un potenziale talento che sarebbe forse più interessante vedere alle prese con un film di fiction, senza che sia preso dall’assillo di dover dimostrare qualcosa. Per ora, questa preoccupazione si è rivelata un limite eccessivo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...