Il portoghese privato è pubblico: São Paulo dice

di Eloisa Del Giudice

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São Paulo, 12 giugno 2014

 

I vicini dicono passami le birre, passami la carne, passami la canna, aumenta il volume, vai ad aprire.
Claxon, sirene, parcheggio introvabile, una tv, dieci persone, carne sulla brace, casse di birra, limoni, ambulanze, polizia militare, autobus lavati per la prima volta da anni, claxon, claxon, sirene, claxon.
La tv degli altri è accesa ma senza volume, la radio è accesa a tutto volume.
Al supermercato nessuno dice niente ma tutti i busti sono girati verso le televisioni in vendita che trasmettono la festa di apertura (è molto difficile imbustare la spesa, pagare e farsi dare il resto in questa posizione. Tutti stiamo comprando la stessa cosa: birre, limoni, carne e patatine). A un certo punto tutti dicono: chi cazzo è Pitbull?
I giornali brasiliani dicono scontri, un arrestato, cinque feriti di cui una giornalista della CNN. Lo chiamano «il lato B della Coppa». Ho conosciuto lati B meno abbondanti.
I giornali stranieri dicono 172.000 uomini delle forze armate, tre per ogni turista, 40.000 uomini in più che nella guerra del Paraguay.
Il governatore Alckmin dice è tutto pronto.
Gli operai non dicono niente perché stanno ancora lavorando.
Chi parla per le strade e si fa menare è chi non ha (ancora) ricevuto soldi.

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Un amico dice non è più come prima, quest’anno è diverso, è amaro.
Un altro amico dice tiferò perché l’ho sempre fatto, ma tiferò soprattutto perché non si rifacciano mai più i Mondiali qui. E che ci levino pure le Olimpiadi.
L’amore dice jogo vendido.
Il primo amico dice spero che succeda una merda razoavel, una cazzata ragionevole, perché ci levino il diritto di organizzare qualcos’altro.
L’amore dice è saltata la luce allo stadio. Meglio così.

Ronaldo sta pensando stai dritto con la schiena o ti si vedrà la pancia.
Dopo il primo autogol di Marcelo, il cronista non smette di rassicurarlo, di dirgli che non importa, che è normale, che non poteva fare altrimenti, che non lo ha fatto apposta, che il Brasile gli vuole bene lo stesso, e sembra una fidanzata premurosa di fronte a un disguido erotico (il cameraman non smette di inquadrare Marcelo per i primi quarantacinque minuti come a dirgli che non importa, che è normale, che non poteva fare altrimenti, che non lo ha fatto apposta, che il Brasile gli vuole bene lo stesso, e sembra una fidanzata premurosa di fronte a un disguido erotico.)
Lula dice ma dovrebbe tacere.

Dilma non dice niente, ma è molto stanca, ha un’emicrania fortissima e le orecchie che bruciano perché ci sono 61.000 persone intorno a lei che la odiano. Per novanta minuti, cosa molto rara, si poteva dare un nome e un volto alla persona più sola dell’universo.
Dopo ogni gol è mezzanotte a Napoli, e io ho sempre odiato i petardi.
Oscar dice alla mia famiglia, a mia moglie e alla mia ex, Thais.
Thais, da qualche parte, si è chiusa in bagno e sta pensando Oscar.
La moglie di Oscar, da qualche parte, si è chiusa in bagno e sta pensando stronzo.
Il collo di Neymar dice tudo passa ma gli occhi di Neymar dicono non ho capito.

In portoghese, per dire bellissimo, fortissimo, si dice show de bola, spettacolo del calcio. Un sedere, una serata, un regalo. Show de bola.
In portoghese si dice dar bola quando si aggancia qualcuno per sedurlo e gli si passa la palla della nostra mirata attenzione.
In portoghese si dice estar com a bola murcha quando si è scoraggiati, perché probabilmente il palleggio seduttivo non è andato a buon fine. O quando ci si chiama Marcelo dopo il minuto 11.
In portoghese si dice bola fora quando si fa la scelta sbagliata, o che ci si chiama Marcelo e la palla, purtroppo stavolta, non la si butta fuori.
In portoghese si dice bola pra frente! quando si fa la scelta sbagliata ma si ha il coraggio di andare avanti. Tipo quando ci si chiama Marcelo, si fa autogol e dopo quaranta minuti a strusciare timidamente la palla si capisce che non ne uscirà nessun genio ad aprire un cratere divoratore e si cerca di giocare bene i quarantacinque minuti successivi. (Bola fora – vedi sopra – è quando ci si chiama Marcelo, si fa autogol e poi si va a rilasciare interviste con la maglia della Croazia).

Nel 1958, durante i Mondiali di Svezia, Nelson Rodrigues, cronista sportivo e drammaturgo, ha detto Eis a verdade: no Brasil o futebol é que faz o papel da ficçao[1]. La verità è questa: in Brasile è il calcio ad avere il ruolo della letteratura.
Ma oggi tutti dicono non è come prima, è meno, è diverso, è amaro.


[1] «Eis a verdade: — no Brasil, o futebol é que faz o papel da ficção. (…) Lembro-me de uma pelada a que assisti, faz tempo. (…) De repente, a coisa começou a crescer em campo. Tudo adquiriu um dramatismo inesperado e colossal. E me doeu não ser um Camões, ou um Sófocles, ou um Tolstói. Eu via, ali, todo um material abundantíssimo para uma Guerra e paz. E, no entanto, não há em toda a já vasta obra de Guimarães Rosa uma única e mísera pelada. Todo o seu monumento romanesco não inclui uma vaga e lírica botinada. Nada. O ficcionista ainda não desconfiou que os nossos descobridores, os nossos argonautas de cristal, os nossos lusíadas, os nossos mares — estão no futebol. Toda a experiência vital e romanesca do Guimarães Rosa vai se enriquecer quando ele descobrir o Maracanã.»

«La verità è questa: in Brasile è il calcio ad avere il ruolo della letteratura. (…) Mi ricordo di un’amichevole a cui assistetti molto tempo fa. (…) A un certo punto, tutto cominciò a crescere in campo. Tutto assunse una drammaticità inattesa e colossale. E mi dispiacque di non essere un Camões, un Sofocle o un Tolstoj. Avevo sotto agli occhi abbastanza materiale per un nuovo Guerra e Pace. E malgrado ciò, in tutta la già vasta produzione di Guimarães Rosa non c’è una sola, misera partitella. Tutto il suo monumento letterario non include un vago, lirico palleggio. Niente. Il romanziere non ha ancora capito che i nostri scopritori, i nostri argonauti di cristallo, i nostri Lusiadi, i nostri mari stanno tutti nel calcio. Tutta l’esperienza vitale e romanzesca di Guimarães Rosa si arricchirà solo quando scoprirà il Maracanã». (Nelson Rodrigues, Brasil em campo, ed. Nova Fronteira)

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