Biografilm Festival #4: White soldier di Danielle Zini

di Marcello Bonini

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White Soldier di Danielle Zini è un film ibrido. Sicuramente è un documentario; ma, seguendo le performance dell’artista israeliano Yuda Braun, diventa anche un prosieguo di quella stessa performance, e si avvicina alla video arte. Il lavoro di Braun è molto contestato e ha suscitato aspri dibattiti nel suo paese, causandone numerose volte l’arresto. Zini ha così deciso di riprenderlo all’opera, per diffonderne l’attività anche fuori dai confini israeliani. Nel suo breve film vediamo piccoli gruppi di giovani, vestiti e armati come soldati ma completamente dipinti di bianco, che vagano per le città israeliane ed i territori occupati, facendo tutto ciò che farebbero dei reali militari: fermano i passanti, controllano i documenti, formano posti di blocco, scortano le manifestazioni.

È facile leggere una critica all’assurdità della guerra e del dominio bellico in questi soldati privati di qualunque colore nazionale, il cui impegno è privo di uno scopo reale. Ma la scelta del colore bianco, apparentemente la più scontata, cela in sé una moltitudine di significati contrastanti, specchio dell’animo di un artista israeliano, che non può non portarsi dentro le mille contraddizioni di una terra martoriata da un secolo di guerre. Perché al nostro occhio il bianco è l’assenza di colore, e i white soldiers di Braun ci paiono senza patria. Ma a livello fisico, invece, il bianco è l’insieme di tutti i colori, rendendoli quindi al contempo soldati di ogni patria. L’ambiguità di questo colore è anche simbolica: ne era perfettamente consapevole Sergej Ejzenstejn, che nei suoi scritti dedicò ad esso alcune splendide pagine. Il regista russo notava come al bianco fosse comunemente associata un’idea di bene, ma che questo non fosse ovviamente un valore intrinseco del colore in sé, bensì una convenzione che poteva anche essere ribaltata; cosa che lui stesso fece nel 1938, quando associò al bianco i Cavalieri Teutonici, i grandi nemici del protagonista di Aleksandr Nevskij. Ma già 80 anni prima, Moby Dick, al contempo simbolo di Dio e di ogni male del mondo, era la grande balena bianca, la cui bianchezza atterrisce, capace di accrescere quel terrore fino all’estremo (e nel romanzo di Melville, Ismaele riflette a lungo sulla doppiezza del colore della balena).

Tutto questo celano gli spettrali soldati di Braun, ripresi dalla videocamera di Zini. Ma prima di qualunque complessa struttura simbolica, viene la grande semplicità del film, che si limita a pedinare i suoi personaggi. Questo approccio gli permette di non perdere il contatto con la realtà, rimanendo ancorato alla concretezza del mondo in cui si muove. I white soldiers, infatti, non sono solo un simbolo. In diversi momenti li sentiamo parlare tra loro del loro passato e della loro vita: i ricordi del servizio di leva li identificano come veri soldati, gli aneddoti della quotidianeità restituiscono loro la dimensione umana di ragazzi, le riflessioni sul significato di ciò che stanno facendo aprono all’interrogarsi sul loro essere artisti in un contesto così particolare. Questa umanità riconquistata si incontra, e si scontra, con tutti coloro che si imbattono nella performance di Braun. C’è chi si spaventa, molti stanno al gioco divertiti, ma non pochi, sia israeliani che palestinesi, reagiscono con rabbia, testimoniando quanti diversi sentimenti possa smuovere una simile operazione.

Questo piccolo film (appena 55′, durata che non gli ha permesso di accedere al concorso principale del Biografilm Festival) certo non ha la pretesa di raccontare una situazione socio-politica che richiederebbe, per essere sufficientemente approfondita, un documentario lungo innumerevoli ore e di grande rigore; sceglie invece una via che sfiora la video arte, per dare una forma grezza al magma che ribolle in una delle regioni più complesse del mondo. E come qualunque film sulla guerra, White Soldiers può assumere anche un valore universale, perché i soldati bianchi di Braun sono l’esercito di nessun popolo, e di tutti.

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