Biografilm Festival #3: The Legend of Shorty di Angus MacQueen e Guillermo Galdos

di Marcello Bonini

shorty

Tra i migliori documentaristi della storia del cinema, non si può non annoverare Werner Herzog. Lo straordinario fascino dei suoi film va soprattutto ricondotto alla capacità del regista tedesco di sfruttare eventi anche minimi per riflettere sulla vita, l’universo e tutto quanto. Un branco di pinguini lo spinge a ragionare sull’insensatezza della natura (in Encounters at the End of the World, 2007), mentre i campionati mondiali dei banditori d’asta di bestiame generano acute considerazioni sul linguaggio nel mondo capitalista (succede in How Much Wood Would A Woodchuck Chuck, 1976). Ma non c’è solo questo. Ciò che colpisce, anche, nei film di Herzog (soprattutto nei documentari, ma non solo) è il suo sprezzo del pericolo, il suo essere disposto a mettere a repentaglio la vita pur di riprendere ciò che sente di dover riprendere. Il caso forse più eclatante è quello de La Soufrière, girato nel 1977, quando, accompagnato solo dal suo operatore e dal direttore della fotografia, si recò sull’isola di Guadalupa, appena evacuata poiché in procinto di esplodere a causa di un vulcano, per trovare ed intervistare un contadino, l’unico abitante dell’isola che non aveva voluto abbandonare la sua casa. L’esplosione non ebbe poi mai luogo (infatti il sottotitolo del film è ironicamente In attesa di una catastrofe inevitabile), ma ogni passo su quella terra sarebbe potuto essere l’ultimo, per Herzog. Che con la stessa spudoratezza, ha affrontato giungle, montagne, deserti e ghiacciai, filmando ciò che nessun altro ha mai filmato.

The Legend of Shorty di Angus MacQueen e Guillermo Galdos è sicuramente un film diversissimo da quelli di Herzog, interessato com’ è agli aspetti sociali e politici di ciò che racconta piuttosto che ai risvolti filosofici ed antropologici, ma in esso si ritrova lo stesso coraggio e lo stesso desiderio di arrivare con il cinema dove non si dovrebbe arrivare; qualità che non possono che fare apprezzare un’opera ben al di là magari del suo effettivo valore artistico.

Lo Shorty del titolo è Joaquín Guzmán Loera, meglio noto come El Chapo Guzmán, narcotrafficante messicano considerato tra i più potenti e pericolosi criminali di ogni tempo. Una vera leggenda vivente, temuto e rispettato in tutto il Messico e celebrato in innumerevoli canzoni popolari. Dopotutto parliamo di un uomo che, nato non si sa quando in una povera famiglia di contadini (si dice, chissà perché, sia venuto al mondo il 25 dicembre), è arrivato a controllare il 25% del traffico di droga negli Stati Uniti e percentuali altrettanto alte del narcotraffico mondiale, raggiungendo secondo Forbes lo status di uomo più ricco del mondo, posizione che ha perso solo quando la rivista decise di ‘squalificarlo’, non potendo conteggiare con esattezza la sua ricchezza. A lui sono riconducibili migliaia e migliaia di omicidi, e negli otto anni che passò in carcere tra il 1993 e il 2001, trasformò la più importante e sicura prigione del paese in un albergo di lusso per lui e la sua famiglia, usando le guardie come camerieri ed evadendo da esso poco prima dell’estradizione negli Stati Uniti, forse grazie allo stesso governo messicano.

MacQueen e Galdos hanno realizzato assieme diversi documentari e reportage sulla droga, ma questa volta hanno deciso di puntare molto, molto più in alto, partendo da una domanda: come è possibile che uno degli uomini più ricercati del pianeta, che si dice frequenti liberamente i migliori ristoranti messicani, sia ancora a piede libero? Per dimostrare che, se solo lo si volesse davvero, sarebbe possibile trovarlo, i due si sono messi alla sua ricerca. Partendo dalle basi, i due hanno scalato l’intricatissima gerarchia del cartello di Guzmán, avvicinandosi man mano al grande capo, immergendosi di pari passo in una realtà sempre più pericolosa e trovandosi, non di rado, ad affrontare rischi mortali.

Qui ci imbattiamo però in un problema, che non è del film – che anzi è ottimamente costruito, appassionante e indubbiamente di ottimo livello – quanto del mezzo “documentario” in sé. Parlerei più che altro di paradosso. Un film di finzione racconta attraverso una messa in scena, quindi attraverso degli attori che non stanno veramente affrontando le situazioni rappresentate. Al contrario, un documentario utilizza la realtà, quindi narra qualcosa che (per quanto comunque inevitabilmente filtrato dall’obiettivo, con tutte le conseguenze gnoseologiche del caso) sta accadendo materialmente (escludiamo da questa semplice analisi i casi più complessi di docu-fiction e mockumentaries). Tuttavia, con gli attori che pure fingono entriamo in empatia e siamo davvero preoccupati per la loro sorte, non sapendo cosa potrà accadere loro. In un documentario ciò non può avvenire, perché, anche se l’eventuale pericolo che stiamo vedendo è in questo caso reale e i personaggi del film sono persone vere che stanno veramente rischiando la vita, sappiamo che se qualcosa fosse andato storto, ora non saremmo seduti al cinema a vedere il film, ma tutt’al più avremmo letto qualche riga su un quotidiano, o visto qualche frammento di girato in un telegiornale.

Dall’inizio de La Soufrière sappiamo che l’isola non è esplosa sotto i piedi di Herzog, perché proprio il fatto che quel film esista e noi ne siamo spettatori ne testimonia il buon esito. In modo identico, nel momento stesso in cui iniziano i titoli di testa di The Legend of Shorty, siamo consapevoli che alla lunga lista di omicidi de El Chapo non si sono aggiunti i nomi di Angus MacQueen e Guillermo Galdos. Durante la visione di questi film, quindi, mancherà quella tensione che invece la finzione può procurare. Cosa resta, dunque? Nel caso di Herzog il fascino dell’assurdo e l’amore per personaggi fuori dalla realtà. Per quanto riguarda The legend of Shorty, invece, la trepidante attesa per scoprire quanto gli autori del film riusciranno ad avvicinarsi al loro obiettivo, e se, alla fine, ci permetteranno di dare uno sguardo al mito. In entrambi i casi, comunque, anche l’ammirazione sconfinata per chi, per il cinema, è pronto a rischiare la vita.

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