Biografilm Festival #2: Love Hotel di Philip Cox e Hikaru Toda

di Marcello Bonini

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Il popolo giapponese ha un rapporto contraddittorio col sesso. Isolato naturalmente dal resto del mondo, ha limitato per millenni qualunque influenza esterna, e soprattutto prevenuto quella cattolica. Ha così sviluppato una visione del tutto sua dell’amore carnale, scevra da qualunque concezione di peccato o immoralità. Al contempo la sua società ha però prodotto una rigidissima etica comportamentale, dove è malvista ogni esternazione del proprio privato, in nome del rispetto dell’uniformità. Il sesso, dunque, vive queste contrapposte tensioni: è libero, ma nascosto. Ciò è evidente nella pornografia che il Giappone produce. I porno nipponici sono spesso estremi e bizzarri quasi al limite del grottesco (se non ben oltre questo limite), ma i genitali sono rigorosamente censurati. Puoi fare qualunque cosa, finché non la metti in mostra. In questo contesto non stupisce la nascita, già nel medioevo, di luoghi che in tempi più recenti hanno assunto il nome di love hotels, teoricamente assimilabili ai nostrani alberghi ad ore, ma in realtà ben diversi. Le stanze sono a tema (ci si può divertire su una pista da ballo, tra le piramidi, su un ring) ed è a disposizione ogni accessorio possibile, il tutto usufruibile nel più completo anonimato. I love hotels sono luoghi dove coppie, etero e omosessuali, singoli e gruppi, possono vivere in piena libertà le proprie fantasie.

Questi piccoli mondi, che ogni giorno ricevono milioni di clienti in tutto il paese, sono il soggetto del primo film di Philip Cox e Hikaru Toda, primi al mondo ad avere avuto il permesso di entrarvi con una videocamera. Dopo aver raccolto materiale per più di un anno, i due registi hanno selezionato le storie più interessanti, che assieme danno vita a Love Hotel, documentario ironico e divertente, ma, al tempo stesso, estremamente rispettoso dei suoi protagonisti. Tutti diversissimi, ognuno tassello di un complesso mosaico sociale e culturale: una coppia di quarantenni, un anziano solitario, un uomo d’affari feticista del latex, due avvocati gay, una coppia di vecchi amanti, una Dominatrice. Per non parlare dei gestori dell’hotel, che sembrano usciti direttamente da un film di Takeshi Kitano, mentre fanno festa travestiti nei modi più bislacchi immaginabili.

Cox, britannico di grande simpatia e modestia, parlando del film al termine della proiezione, si è definito soprattutto un narratore. E se questo gli ha permesso di raccontare la realtà giapponese senza sentire la necessità di ricondurla a un’interpretazione occidentaleggiante che sarebbe probabilmente risultata forzata, finisce con l’essere anche il suo maggior difetto. Perché il film non riesce ad andare oltre alla mera giustapposizione di piccole storie, per quanto ottimamente orchestrata, quando sono innumerevoli gli spunti che la realtà dei love hotels lascia trapelare.

Negli occhi di ciascun personaggio vi è un velo di malcelata malinconia, che sembra testimoniare la tristezza che opprime i clienti, consapevoli di quanto diverso sia il mondo fuori dalle stravaganti mura dell’hotel. Queste sono solo un riparo di breve durata dal convulso Giappone contemporaneo, fatto di case minuscole immerse in enormi città. Una realtà dalla quale tutti sembrano volere fuggire anche solo per una notte, trasformando gli alberghi in uno spaccato della società giapponese, dove si trovano rappresentate tutte le classi sociali, la cui rigidità sembra sciogliersi tra le braccia della passione, perché, per citare un gruppo musicale che non bisognerebbe mai citare se si sta cercando di scrivere qualcosa di serio, diventiamo tutti uguali, dal momento che si è orizzontali (per quanto l’uomo d’affari che si fa appendere al soffitto potrebbe essere in disaccordo). Forse è proprio per questo che negli ultimi anni il governo conservatore del paese si è lanciato contro i love hotels, costringendoli per legge a rinunciare alle loro più estrose peculiarità, spingendone molti addirittura alla chiusura, come testimonia il triste finale del film. Vi è un eccesso di libertà e uguaglianza, in essi.

Queste però sono solo libere supposizioni, poiché, come detto, il film manca di un vero approfondimento, rimanendo una carrellata di personaggi che hanno comunque il pregio di far conoscere al pubblico occidentale un aspetto nascosto del popolo giapponese, che rompe con l’idea di assoluta rigidezza che possiamo averne, mostrando come i sentimenti degli esseri umani tendano a essere comunque sempre gli stessi, ad ogni angolo del globo. Ma Love Hotel avrebbe potuto essere molto di più, se fosse riuscito a raccontare più nel profondo la società giapponese, cogliendo anche le similitudini con il nostro mondo, che forse è più vicino al loro di quanto possiamo immaginare.

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