Biografilm Festival #1: Femen – Ukraine is not a brothel di Kitty Green

di Marcello Bonini

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Il nostro Marcello Bonini è a Bologna per la decima edizione del Biografilm Festival e nei prossimi giorni ci racconterà i film più interessanti in programma.

Allo scorso Biografilm Festival venne presentato Pussy Riot − A Punk Prayer, documentario sul collettivo punk femminista di Mosca. Quest’anno è la volta del suo gemello ucraino Femen, che, pur molto differente, condivide l’idea di portare avanti le sue battaglie attraverso gesti estremi e di grande impatto mediatico, come raccontato in Femen  Ukraine Is Not A Brothel, visto per la prima volta all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

“Femen” è da sempre al centro di grandi polemiche, a causa delle innumerevoli contraddizioni che sono alla base del suo agire. Si può protestare contro l’oggettificazione del corpo femminile mettendo in mostra quello stesso corpo? Ed è davvero femminista un gruppo composto quasi esclusivamente da donne bellissime? Proprio da queste incongruenze parte la giovane regista australiana Kitty Green, per mostrare tutte le ambiguità del movimento. Ma avendo convissuto con alcune delle sue principali rappresentanti per un anno, ha ben presto scoperto che quelle sono solo le contraddizioni più superficiali, che ne nascondono una ben più incredibile e radicale, e questa scoperta è divenuta il centro del suo documentario. Il film si apre infatti col volto mascherato di uomo. E man mano che il documentario prosegue, questa oscura presenza si fa sempre più concreta, incombendo sui membri del movimento. Prima è solo una voce, ma lentamente si svela, fino a togliersi la maschera (da coniglio): è Viktor Svyatskly, fondatore di Femen e suo capo, che gestisce il gruppo con estrema rigidità. Femen, infatti, appartiene ad un uomo, che senza timore rivela di essere il patriarca del movimento ucraino che si batte contro il patriarcato, e di averlo creato per “avere delle donne”. Per poi aggiungere che il suo comportamento spera spinga le donne di Femen ad odiare quel sistema che lui stesso rappresenta. La contraddizione della contraddizione.

Le protagoniste del film sono capacissime di difendersi dalle critiche più comuni: perché mostrarsi nude per combattere la società maschilista? Perché essendo Femen nato (almeno ufficialmente) per combattere il turismo sessuale, mostrare che una donna anche bellissima e nuda non è in vendita è il miglior modo per affermarne l’indipendenza. Ma quando si parla di Viktor, l’imbarazzo e l’insicurezza diventano evidenti, tanto che c’è chi tra loro arriva ad ammettere che senza di lui loro non sarebbero in grado di portare avanti la loro lotta.
Se l’Ucraina è un paese colmo di contraddizioni, esplose nella violenza proprio negli ultimi mesi, Femen, pur su un piano ben diverso, ne è lo specchio perfetto, dove anche le forze che tendono alla modernità sono oscurate da pesanti ombre. E Kitty Green non le nasconde, anzi, una volta scopertele, ne fa il centro del suo documentario, che si conclude col desiderio espresso da una delle ragazze di riuscire ad affrancarsi da Viktor. Ma i titoli di coda sulle ironiche note di Rasputin dei Boney M, non chiudono davvero il film. Infatti le riprese sono terminate un anno e mezzo fa, e la regista, alla fine della proiezione, ha potuto raccontare, assieme ad alcune delle protagoniste, come la vicenda di Femen sia proseguita, e il gruppo sia riuscito a liberarsi del suo patriarca. Ora le sue celebri manifestazioni a seno nudo sono diminuite, e, ovviamente, la loro forza mediatica si è ridotta consistentemente. Ma, contemporaneamente, è riuscito a creare un movimento internazionale, che continua in tutto il mondo la sua lotta per i diritti delle donne.

Ukraine Is Not A Brothel perde così la sua valenza prettamente documentaria, raccontando di un momento ormai concluso. Quale può essere allora il suo valore, ora, al di là delle belle immagini? La risposta può forse essere intuita quando si scopre che il film riceverà una piccola ma regolare distribuzione in Italia, col titolo di Femen  L’Ucraina non è in vendita, quando invece la traduzione sarebbe dovuta essere L’Ucraina non è un bordello. Questa pulizia formale ricorda molto il terrificante articolo di Roberto Saviano Putin, Anna e le Pussy Riot, apparso due anni fa su L’Espresso, e dove il giornalista sosteneva che «Pussy Riot è un nome lezioso che fa sorridere e ispira tenerezza. “La rivolta delle gattine” è il nome di un collettivo russo femminista politicamente impegnato che agisce sotto anonimato».
Il caso di Saviano, che non riesce a non ricondurre un gruppo di donne che fa musica violentissima ed aggressiva col nome di “Rivolta delle fighe”, e che quindi ha ben poco a che vedere con teneri gattini, a un ideale stereotipato e puritano di leziosa femminilità, è certo ben più inquietante, ma anche con Ukraine Is Not A Brothel si conferma che in Italia è ancora difficilissimo accettare che possano esistere donne capaci di rispondere con aggressività alle ingiustizie delle quali sono vittime e che, per di più, trattano il loro corpo come fatto di carne e sangue e non come una proiezione angelica. Una donna è per sua stessa natura pura, non è mai violenta, non parla di sesso e non direbbe mai “figa” o “bordello”. Persino quando si parla di chi combatte contro questa visione per affermare un’idea di donna più complessa e umana scatta la censura linguistica, persino da parte di chi sembrerebbe condividerne la lotta. L’ennesima contraddizione. Cioè quello di cui il film parla. Ecco quindi che il senso di ciò che racconta rimane valido. Le contraddizioni fanno parte della realtà, e, se in alcuni luoghi del mondo sono esplicite ed evidenti, in altri sono nascoste e quasi invisibili. Quindi raccontare Femen è raccontare l’Ucraina, e raccontare l’Ucraina è in qualche modo raccontare il resto del mondo, o, per lo meno, le incongruenze che lo compongono e che forse lo rendono affascinante. I paladini senza macchia appartengono alle ballate medievali, e lì sono relegate pure le delicate ed eteree principesse da salvare. La realtà è un po’ più complessa, per fortuna.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Giuseppe Maria Greco ha detto:

    Non ho visto il film, quindi mi riferisco solo all’articolo di Bonini, che nella chiusa scrive: “I paladini senza macchia appartengono alle ballate medievali, e lì sono relegate pure le delicate ed eteree principesse da salvare. La realtà è un po’ più complessa, per fortuna.” Terminare un articolo restando nel numero di battute prescritto non è facilissimo: posso quindi accettare senza discutere il rischio dell’imprecisione delle sue ultime parole. Dalle quali sembrerebbe che avere delle macchie sia più “concreto” che non averne, e che quindi chi non dovesse averne di evidenti è bene che se le procuri in fretta. Nella mia personale e quindi discutibile interpretazione del modo di superare la tradizionale subordinazione pratica della donna all’uomo, preferisco proprio la strada che l’articolo sembrerebbe non privilegiare. Urlare contro il despota lo mette in discussione, oppure lo conferma nel suo ruolo? Non è forse più producente porsi su di un piano più elevato ed offrire all’oppressore, non sempre volontariamente despota, la possibilità di scegliere di manifestare anche lui le sue qualità migliori? Non parlo naturalmente di “migliori in assoluto”, di “migliori in quanto gradite ad un Dio”, ma di migliori rispetto al grado di comprensione dell’ingiustizia evidente nel periodo in cui si vive, sapendo che altra ingiustizia si produrrà, e che la strada utile per superarla di volta in volta è però già stata tracciata,

    1. Marcello ha detto:

      Cerco di chiarire meglio quello che intendevo.
      Ovviamente un eroe senza macchia e senza paura è preferibile ad uno pieno di ombre e ambiguità, questo mi sembra scontato. Ma è quasi impossibile incontrarne nella realtà, nel corso della storia dell’umanità se ne conteranno una manciata. Chiunque, o quasi, cela qualcosa, perché è difficile essere intimamente ed esclusivamente puri. Questo significa che non bisogna affossare qualcuno e tutto ciò che di positivo ha solo perché contemporaneamente ha delle contraddizioni (Femen ha avuto, e probabilmente continua ad avere, difetti e problematicità, ma questo non scredita tutto ciò che di buono ha fatto).
      Intendevo poi anche che un personaggio contraddittorio è, anche solo a livello narrativo, più interessante di un eroe tutto d’un pezzo (in Star Wars l’eroico contrabbandiere Han Solo e il malvagio ma un tempo puro Darth Fener risultano infinitamente più affascinati dell’irreprensibile Luke Skywalker).

      Per quanto riguarda il resto del discorso…. beh, credo che la “protesta migliore” dipenda di volta in volta dal contesto storico, geografico, politico. A volte si può cambiare un paese attraverso la non-violenza, altre bisogna ricorrere a manifestazioni più d’impatto, in altre ancora è difficile poter fare qualcosa senza impugnare le armi. Da pacifista prediligerò sempre la prima strada, ma non sono nemmeno così ingenuo da pensare che possa sempre essere una via percorribile. Ma, nello specifico, c’è da dire che le proteste delle Femen sono sì d’impatto dal punto di vista mediatico, ma sono anche assolutamente pacifiche e non violente. Non vedo come lo spogliarsi possa produrre ingiustizia e abbassarle al livello del dittatore.

  2. Rezia WS ha detto:

    C’è da notare anche che “L’Ucraina non è in vendita” è una chiara strizzata d’occhio allo slogan tutto italiano, che ricordo essersi diffuso nel periodo dei femminismi antiberlusconiani durante il caso Ruby, “Mia figlia non è in vendita” o “Non sono una donna in vendita”.

    (chiara impellizzeri)

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