Bonsai #37 – Alessandro Garigliano, Mia moglie e io

di Francesca Fiorletta

mia moglie e io - copertina

Capita, alle volte, di imbattersi in alcuni delicatissimi gioielli. Capita ancora di sorprendersi sinceramente, a discapito della troppo citata crisi della lettura, del malfunzionamento dell’editoria, del preteso “magna-magna” delle riviste culturali. Capita, tra le discettazioni più paludate che infestano sovente il web e i giornali, di leggere un lungo e intelligente articolo di Giorgio Vasta, e poi una vivace e calda segnalazione di Antonio Moresco, e di provare subito un’autentica e profonda curiosità.
Mia moglie e io, di Alessandro Garigliano, pubblicato nel 2013 da LiberAria Editrice, è un romanzo d’esordio, concepito con una tale assennatezza stilistica, una così profonda padronanza del lessico e un’architettura delle immagini talmente ben bilanciata da non sembrare quasi un’opera prima.


La storia segue le tinte volutamente fosche e smaccatamente ridicole di quello che potrebbe essere definito un comico-noir: c’è una coppia di giovani precari che, per sbarcare il lunario, decide di mettere in scena una serie di cortometraggi delittuosi, scimmiottando le più famose serie-tv e riproducendo su scala casereccia le più agghiaccianti e lussuriose scene del crimine.
La cura del dettaglio dovrà essere meticolosa, l’ambientazione necrofila iperreale, nessun particolare triviale verrà lasciato al caso. Elegantissimo e struggente, ad esempio, il modo con cui l’autore si sofferma sulla descrizione di un braccio ormai esangue, che sporge penzoloni dal bordo di un letto sfatto, alcova ancora tiepida di un ultimo, fatale amplesso.
Ma questa, certamente, è solo una delle molte letture plausibili a cui si presta il testo, che può senza fatica avvalersi anche di una potente facies sociologica: parliamo infatti di due giovani precari, come sopra, e in particolare uno, il protagonista, è impiegato quotidianamente nella più sfiancante delle altalene lavorative: l’apprendistato temporaneo.
E allora, noi lettori, ci ritroviamo a godere altresì di sublimi e grotteschi spaccati impiegatizi, che variano dai turni assurdi che vedono l’aspirante regista adoperato come commesso in una libreria, alle rocambolesche e fallimentari imprese che lo vogliono quale nerboruto manovale sotterraneo. Ma, momenti assai peggiori, sono i lunghi vuoti intermedi, le interminabili giornate passate sul divano in attesa che la moglie torni dalla scuola dove fortunosamente insegna, e gli faccia respirare un anelito di vita vissuta di rimando, una frenetica e fitta quotidianità esperita già da altri, della quale a lui, disoccupato sull’orlo di una motivatissima crisi di nervi, è destinato ormai solamente un pallido racconto, condotto di soppiatto e in terza persona.
E qui, pian piano, arriviamo al vero nocciolo dell’intera vicenda: la morte. Il sentimento della morte. La paura, l’agonia e al contempo la quasi mistica e spasmodica attesa della morte stessa.
La morte è vista come un rifugio dorato dalle troppe grane di un’esistenza senza sbocchi, come una fedele alleata nella dura lotta contro i cosiddetti poteri forti, che sembrano preservare un fangoso status quo di disoccupazione, indigenza, apatia, inedia, noia, sì, profondissima e inconcussa noia.
La morte è corteggiata come un’amante indiscreta con la quale non si riesce neanche più a godere del buon sesso, come un corpo fiaccato dalle varie asperità della vita, che d’improvviso si accascia sul letto, la cui unica voluttà è ormai frutto essiccato da un’attenta orchestrazione di luci e ombre, tutta giocata su pose plastiche masturbatorie, alla continua ricerca di una perfezione che, se non può più darsi in natura, dovrà almeno avere la decenza di riprodursi in coreografia.
Molti e più piani s’intersecano, dunque, costantemente e con una premura direi quasi scientifica, nella lettura come nella scrittura dell’atroce e spassoso romanzo di Alessandro Garigliano, che svela i suoi risvolti più drammaticamente cupi proprio nei picchi di maggiore, febbrile ironia, e che, quando sembra discostarsi totalmente dal sentiero della speranza, ci apre scorci di questa caratura:

Adesso però dovevo soccorrerla, mostrando anche ciò che non ero, elaborando ipotesi assurde, mantenendo l’intento precipuo di esasperarla al punto da farle confessare, per insofferenza, per rabbia, per sfogo, chi o cosa l’aveva ammutolita quel giorno.
La riserva di domande si stava esaurendo. Formulavo le ultime richieste di informazioni senza alcuna fiducia in ciò che dicevo. Avrei voluto soltanto abbracciarla, ma le parole si erano trascinate via anche le forze. Ciondolavo seguendola ovunque, incapace di tendere le braccia e avvolgerla al caldo, perché sentisse l’apertura delle mie spalle, il mio torace gigante sostenerla contro il dolore.

– Non è niente.

Era pur sempre qualcosa. Aveva parlato e, se avevo imparato a conoscerla, non avrebbe più smesso.

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