Se scrivi morte, ricordati che è la vita. Intervista a Marina Sozzi

di Massimo di Gioacchino

Claude Monet, Cammino al mare tra i campi di grano, 1882
Claude Monet, Cammino al mare tra i campi di grano, 1882

Marina Sozzi, già professoressa di tanatologia storica a Torino, è autrice del libro Sia fatta la mia volontà (Chiarelettere, 2014). In passato ha diretto la Fondazione Fabretti, il cui scopo è riflettere e intervenire sulla cultura contemporanea della morte e del dolore. La sua attività intellettuale si profila come un grande percorso di impegno civile in uno degli ambiti meno battuti nella nostra società: il morire. I meriti dell’impegno di Marina Sozzi sono svariati. Leggendo il suo ultimo libro, come scorrendo i vari post del suo blog Si può dire morte, emerge un percorso di riflessione autorevole e rigoroso ma al tempo stesso ampio e condiviso. L’obiettivo è contribuire alla fondazione di una cultura laica della morte, aggiornata ai bisogni e alle esigenze della nostra società, partendo da una analisi critica delle sue rappresentazioni. I temi che Marina Sozzi tratta vanno dalle cure palliative alle scelte di fine vita, ad una riflessione filosofica sulla morte stessa. Il suo punto di partenza è che la consapevolezza della mortalità possa essere vissuta come foriera di doni nel corso della biografia degli individui.

Marina, partiamo dal tuo caso biografico. Nel libro come nel blog, spieghi il perché sei giunta a studiare e a occuparti di tanatologia. Oltre a ricordacelo, ti volevo chiedere se non hai avuto a volte la sensazione di essere stata costretta a riflettere sul fine vita.

È stata una duplice casualità. Da un lato ho avuto un cancro da giovane, quando mia figlia era piccola: facendo da trentenne l’esperienza di rischiare di morire mi sono resa conto, in modo emotivo e sensibile, che la mia vita avrebbe avuto un termine. Superai quel momento, ma certamente la consapevolezza mi è rimasta. In quel periodo alcune associazioni incominciavano a riflettere sulla negazione della morte nel Novecento: io fui invitata a occuparmi della biblioteca della Fondazione Fabretti di Torino. Non so se la malattia può essere considerata “una costrizione”. Se intendiamo per costrizione un forte richiamo interiore, sicuramente c’è stato. C’era in me la voglia di riflettere sulla morte, e a mano a mano che ordinavo libri, li leggevo tutti, non mi limitavo a sfogliarli. Così ho costruito la mia competenza, poi consolidata negli anni successivi.

Insegnavi già all’Università di Torino?

No, quella è stata un’esperienza cominciata a Torino nel 2005. L’ho sostenuta per cinque anni ed è stato un lavoro immenso. Ho avuto un numero di studenti eccezionale, superiore alle aspettative sia mie sia dei miei sponsor universitari: molti ragazzi si sono innamorati della riflessione tanatologica, e mi hanno aiutato a “reinventare la morte”, titolo del libro scritto per loro nel 2009.

Oltre all’ambito della tua riflessione, quali sono state le tue esperienze di intervento nei casi di elaborazione del lutto o di malattia terminale? Quale ambito di applicazione ha avuto il tuo “si può dire morte”?

Già alla Fabretti mi sono occupata di una metodologia di supporto al lutto nota come Auto-Mutuo Aiuto (AMA). Si tratta di gruppi di pari, che si trovano una volta alla settimana, siedono in cerchio e sono solidali nel cercare di stare meglio dopo una perdita: la dinamica del gruppo è estremamente efficace soprattutto quando non ci sia una complicanza di ordine psicologico che preesiste rispetto all’esperienza del lutto. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità spinge oggi verso la soluzione di molti problemi esistenziali e socio-sanitari tramite una condivisione dal basso. Naturalmente ci sono delle regole che gestiscono le dinamiche del gruppo. Non si tratta di fare salotto. Ho visto manifestarsi forme di rara solidarietà intergenerazionale, e nascere profonde relazioni trasversali rispetto alle classi sociali e culturali, e veramente inclusive anche rispetto all’alterità interculturale. Dove ci sono dei gruppi AMA, il lutto e la perdita possono essere gestiti senza medicalizzare o “psicologizzare”. Si tratta di una strategia che si sta molto diffondendo e che ritengo molto efficace.

Vale anche per il fine vita?

Uno degli slogan delle cure palliative è: quando per la medicina ufficiale non c’è più niente da fare, lì inizia il lavoro delle cure palliative. In verità oggi gli studi sono orientati a suggerire un inizio precoce della palliazione. Le cure palliative non dovrebbero limitarsi a subentrare quando finisce la cura attiva, ma dovrebbero intersecarsi con queste ultime. Ci sono forme di tumore che vanno molto veloci. In quei casi è opportuna una terapia palliativa, per ridurre i sintomi, anche se si stanno ancora tentando cure attive; e soprattutto occorre iniziare un lavoro sociale di supporto alla famiglia e al malato stesso, non meno importante di quello medico. Fare formazione ai palliativisti, invece, mi è stato utile per capire, seppure attraverso i loro racconti, i problemi quotidiani di chi accompagna i propri pazienti o congiunti verso la morte.

Uno dei punti di partenza del tuo pensiero è che la svalutazione personale e collettiva della morte sia un’operazione nociva nel medio-lungo periodo. Nella tua esperienza di intervento nella sfera dell’elaborazione del lutto, esistono casi o eccezioni in cui il processo opposto di valorizzazione e riflessione sul fine vita è stato considerato come una violenza psicologica?

Non mi è mai successo nei gruppi di auto mutuo aiuto volti all’elaborazione del lutto, anche perché la partecipazione viene sempre scelta e mai imposta. Diverso e più complesso è parlare di morte con il morente. Ormai c’è accordo sull’esigenza di dire la verità al malato. Bisogna tuttavia fare attenzione a come avviene la comunicazione da parte dell’équipe medica, soprattutto per quanto riguarda la prognosi. Non si comunica mai una prognosi brutalmente: «lei ha tre mesi di vita!», anche perché oggi è sempre più difficile definire con precisione l’aspettativa di vita di un paziente. Non bisogna mentire, questo è certo, ma se il paziente non desidera essere informato in dettaglio ci si può limitare alla parte di verità che egli vuole sapere. Credo sia corretto far capire con grande chiarezza che si è disposti a rivelare l’intera verità nel caso il paziente lo desideri. La situazione ottimale della comunicazione è instaurare una relazione con il malato abbastanza profonda per restare accanto a lui e ai suoi interrogativi. Ma non è facile per gli operatori sanitari.

Dunque, in questo senso la comunicazione della prognosi non è “violenta” perché, se fatta bene, è tarata sulla persona…

Si, ma qual è la difficoltà? Noi veniamo da un secolo, forse di più, di paternalismo medico: da una parte c’è il medico e dall’altra il paziente, il primo sa, il secondo ignora. Questo è un modo totalmente unilaterale di rapportarsi all’altro. Occorrerebbe formare i medici affinché sappiano costruire una relazione autentica con il paziente. Ma siamo molto lontani, nelle nostre facoltà di medicina, dalla consapevolezza di questa esigenza. Dire la verità al malato è importante anche perché rende possibile alle persone programmare la fine della loro vita, anche con la famiglia. Potremmo dire che è un’opportunità per socializzare la propria morte. In passato, fino in età moderna avanzata, la morte si svolgeva in stanze che erano abbastanza affollate. Il rischio oggi è che la morte avvenga in solitudine.

Partendo dal tuo punto di vista, ritieni ci sia possibilità per uno sguardo laico al mistero, all’assurdità cognitiva della morte e al contenuto emotivo che questa esperienza ha nell’uomo? Oppure la chiave emotiva alla morte resta esclusiva del pensiero religioso o della mistica?

È una domanda bellissima e importante. Io non ritengo, e si capisce leggendo il libro, che la dimensione del mistero sia appannaggio esclusivo delle religioni. Credo che la spiritualità appartenga all’umano. La mia forma di laicità è aperta al religioso e alle religioni e anche al confronto tra religioni, che è sempre interessante. Tuttavia mi coinvolge maggiormente il tema della gestione della morte rispetto a quello dell’aldilà. Il mio atteggiamento nasce storicamente nel Settecento, quando si incomincia a dire, in polemica con il papismo: “la morte è un fenomeno naturale e non ci deve fare paura”. Parliamo di illuministi, materialisti, enciclopedisti che tendono a sdrammatizzare e a rendere più accettabile il pensiero della morte. Ci sono due filoni nella storia occidentale: c’è chi la vuole addomesticare e chi la vuole tenere ai margini, ritenendo che sia un fenomeno con cui è impossibile conciliarsi. Penso a Sarte, che afferma che la morte viene sempre dall’esterno, e giunge a troncare le possibilità dell’uomo. Risalendo più indietro nel tempo, se Montaigne riteneva la meditazione sulla morte una compagna di strada fondamentale per il filosofo, Spinoza scriveva invece che il saggio non pensa alla morte. Quest’ultima opinione tende a tenere lontana la morte, ritenendo che non sia possibile domarla. Io penso che dovremmo cercare senza paura la buona morte, creando le condizioni favorevoli perché possa accadere, anche se non siamo mai sicuri di poterla raggiungere, proprio perché c’è nel morire un elemento di irriducibilità, di non programmabilità.

Nel tuo libro fai riferimento alla categoria del sacro e alla necessità per l’uomo laico di fondare uno spazio sacro. Dunque oltre ad una spiritualità individuale sembra esserci spazio per la ricostruzione di una spiritualità sociale anche in ambito laico? Ma la religione non è proprio la fondazione di una spiritualità collettiva? Non vedi tu delle contraddizioni nel richiamo ad una sacralità collettiva e laica?

No, non vedo contraddizione. Credo che esista una spiritualità laica, il cui campo di applicazione principale è proprio la dimensione relazionale dell’umano. Quando nasciamo siamo già in relazione con il prossimo, e dalle nostre relazioni non possiamo prescindere. È una forza, ma anche una fragilità. Riconoscendo la propria vulnerabilità l’uomo può imparare a rispettare quella dell’altro e apprendere la solidarietà e il bene. Questo per quanto riguarda la spiritualità. Parlo invece di sacro soprattutto quando faccio riferimento alla dimensione protetta del rito, momento “altro” rispetto alla quotidianità, spazio/tempo solenne che si fonda sulla capacità umana di condivisione. Durante i funerali succedono cose che altrove non capitano: le persone riescono a perdonarsi e passare sopra a vecchi rancori.

La filosofia orientale decostruisce il tema classico della morte. Il divenire è letto come un’illusione e la morte come un passaggio. E non è questo il caso di un pensiero prettamente religioso, ma di una filosofia, quella orientale, semplicemente diversa. C’è spazio nel tuo orizzonte per un ripensamento di questa contrapposizione vita-morte?

Il pensiero orientale ha molto affascinato l’Occidente negli ultimi decenni, e la visione buddista della morte è stata molto divulgata. Credo che tale prestito culturale risponda al bisogno di ripensare la morte in modo meno tragico.

Nel tuo libro affermi: «Molte donne sono a disagio per le loro rughe, come fosse una loro responsabilità essere giovani e attraenti, come se dovessero costruire il corpo come un’opera d’arte». Credi dunque che alcuni costumi contemporanei, come la chirurgia estetica, si inseriscano nel solco del “fuggire dalla morte”? Al tempo stesso quale argine possibile nella riflessione collettiva sulla morte rispetto al moralismo e alla precettistica?

Si, io credo che la medicina estetica abbia a che fare (anche, non solo) con la paura di morire. Si ha paura di invecchiare perché non ci si vuole avvicinare alla morte. Detto questo, mi guardo bene dallo scagliarmi contro la medicina estetica che ciascuno è naturalmente libero di praticare e di scegliere per sé, avendo anche il diritto di non essere giudicato. Inoltre penso che il percorso che può portare un individuo a essere più consapevole della propria mortalità non sia lineare ma a zig-zag, mai risolto completamente e mai raggiunto del tutto: penso sia un insieme di azioni e pensieri quotidiani, all’interno dei quali il confronto con l’invecchiare possa essere un elemento, uno strumento tra altri.

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