Lezioni di portoghese privato, III

di Eloisa del Giudice

SOM
©Solange te parle

 

SOM, s.m. Suono

Di chi mi sono innamorata per prima? Di lui o delle sue cose? Voglio dire, di lui o delle cose che portava con sé, dentro, dietro e suo malgrado? Se colpo di fulmine è stato, sono stata davvero colta impreparata dal temporale degli eventi o sono uscita volontariamente senza ombrello? Quanto c’è di intenzionale nel mio amore? Quanta voglia ho avuto di innamorarmi, quanto mi sono preparata, quanto mi sono fatta trovare pronta?

Se lui avesse parlato un’altra lingua, mi sarei così tanto innamorata? Se ci fossero state più consonanti nella sua bocca, incastrate a mazzetti tra i denti come gli ossicini del coniglio, sarei stata così arrendevole? Se avessi dovuto pronunciare “ti amo” in ceco, se fossi stata sedotta in polacco, se mi fossi trovata a litigare in ungherese e a fare pace in serbo, avrei permesso con così tanta facilità a questo amore di prendere così largamente possesso della mia persona? Mai poi, è lui che ha preso possesso di me e mi ha conquistata o sono io che mi sono appropriata di lui per arricchirmi, per raddoppiarmi, per infoltirmi? Di chi è la colpa? Chi è l’egoista? Di chi, di cosa mi sono innamorata? Di un uomo, della sua lingua, o di me che coraggiosamente l’ho scalata, questa lingua, e l’ho conquistata? Quando l’ho visto per la prima volta, l’ho visto per come era, oppure per quello che mi poteva dare o che mi sarei presa? Sto facendo torto a qualcuno?

Quando l’ho visto per la prima volta, l’ho prima ascoltato. No, non è vero. Ho prima ascoltato la sua lingua. Qualcuno che non era lui parlava la sua lingua e la persona accanto a me, l’orecchio tremulo ed emozionato come il mio, mi sussurrava: “Non fatelo smettere, fatelo parlare, fategli dire qualunque cosa: dategli un elenco telefonico! Dategli un elenco telefonico!”. C’è stato il suono delle parole, poi ci sono state le parole, poi ci sono state le cose, ma questa è un’altra storia. Ma all’inizio c’è stato il suono1.

Nel portoghese del Brasile, quello che amo di più sono le vocali. Non, in sé, il suono delle vocali, ma il suono che produce il loro ordine. Sono soprattutto i sostantivi e i toponimi che mi piace tenere in bocca e ciucciare a lungo come caramelle, e quelli che preferisco sono i derivati delle lingue tupi-guaraní. Piracicaba, Ibirapuera, jabuticaba, mambembe, abacaxi, cutucar, pindaíba, jacaré, curumim, pitanga, Ipanema. Sono delle parole buonissime, trovo. Credo che il piacere tutto muscolare che provo nel pronunciarle sia dato dai saltelli costanti della lingua tra vocali aperte (a) e chiuse (i, u), anteriori (i) e posteriori (u, a). Non c’è spazio per le medie, le centrali, le quasi chiuse, la quasi aperte: tu, e, elvetica vocale senza opinioni, via, non servi a niente in questo paese senza mezze misure. Nelle parole tupi, la lingua gioca a campana su e giù per il trapezio vocalico, appoggiandosi su consonanti prevalentemente bilabiali e le labiodentali tra un salto e l’altro: nella pratica, fisicamente parlando, le labbra si chiudono dopo ogni vocale e si riaprono in posizioni sempre diverse (bubusettete). Mentre pronunciavi la parola jabuticaba (dai, pronunciala – tanto lo so che la stai pronunciando), hai dovuto aprire il volto per pronunciare la prima sillaba, poi protendere le labbra, poi spremere le guance, poi distendere il volto di nuovo. La tua faccia ha cambiato espressione quattro volte. Eri bellissimo, ne sono convinta.

Io non so era più bello l’uomo che pronunciava questi suoni o i suoni che quest’uomo pronunciava, ma dopo essermi innamorata mi sono aggrappata a questi rumori come all’unica, impignorabile eredità che questo amore mi avrebbe lasciato, anzi, che mi sarei presa, caparra di sicurezza contro l’imprevedibilità degli eventi. Perché non c’è lutto più doloroso della perdita del lessico: risistemare i vezzeggiativi che non si useranno più, le frasi in codice per dire “torniamo a casa questa serata è durata troppo a lungo ho voglia di fare l’amore” e che non funzioneranno con un altro, quei nomi che da quotidiani che erano diventano esotismi, poi barbarismi, poi  desuetismi2. Per paura di perdere un giorno quelle quattro parole solo nostre, le ho prese tutte, così, per sicurezza, perché faccia meno male, e le tengo in bocca, al sicuro. Jabuticaba3.


1 È un motivo sufficiente per innamorarsi?

2 Dove vanno a finire i vezzeggiativi perduti?

3 http://it.wikipedia.org/wiki/Jabuticaba

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. sergiogarufi ha detto:

    che meraviglia queste lezioni…

  2. Datura ha detto:

    I vezzeggiativi perduti vanno a finire sempre in un cassetto che non bisogna mai aprire altrimenti ti investe una valanga di nostalgia…

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