Nevermind. Intervista a Tuono Pettinato

di Virginia Tonfoni

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Gli occhi vuoti, i capelli lunghi arruffati, la barba incolta e in generale un’espressione che, nonostante l’essenzialità del tratto inconfondibile, non avremmo dubbi a definire sconsolata. Così è il Kurt Cobain che campeggia sulla copertina turchese − turchese cielo, turchese come l’acqua della copertina del disco omonimo − dell’ultimo libro di Tuono Pettinato, Nevermind (Rizzoli Lizard, 13 euro); il titolo è scritto con la stessa font di “Nirvana”, e se giriamo il libro, una sagoma tratteggiata solletica immediatamente il nostro immaginario. Così lavora, con successo, l’illustratore pisano, con un tratto essenziale e profondamente pop, creando tavole solo in apparenza semplici, ma in realtà piene di dettagli e di indizi e soprattutto, inserendo nelle storie quelli che chiama “cortocircuiti”, rimandi, prestiti, citazioni o, come questa volta, veri e propri cammei di personaggi provenienti da altri libri, fumetti o storie.
Intervisto l’autore durante la primissima presentazione del fumetto, biografia illustrata del frontman della band grunge punk Nirvana, morto suicida a soli 27 anni, il 4 di aprile del 1994.

Al di là della ricorrenza dei venti anni dalla morte, come nasce l’idea di un fumetto su Kurt Cobain?
TUONO PETTINATO: Sono stato grunge al liceo; ascoltavo qualsiasi band i cui componenti indossassero camicie a quadri e di flanella. Nel caso di Kurt Cobain, mi dispiaceva l’idea che la sua immagine fosse ricordata su quei tristissimi posters commemorativi, con croci e date di nascita e morte. Quindi ho aspettato la ricorrenza, che è sempre interessante per l’editore e che per l’autore rappresenta il momento più favorevole per raccontare un personaggio in modo diverso, e ho proposto il soggetto a Rizzoli Lizard.

Tuono Pettinato e le biografie. Da Garibaldi ad Alan Turing, fino ad arrivare all’icona del grunge, Kurt Cobain. Come trasformi la storia di una vita in narrazione?
T.P. La pratica di raccontare la storia della vita di personaggi storici mi accompagna da tempo. Ho cominciato con storie molto brevi: De Coubertin, Matisse, e anche un’ipotetica scopritrice dello skateboard, in età vittoriana, S. Kate Boarding. Per questo Rizzoli mi ha proposto di lavorare alla figura di Garibaldi per realizzarne la storia illustrata in occasione del centocinquantenario dell’unità d’Italia. Tutte le mie narrazioni hanno una base umoristica e con le sue gesta e la sua carica retorica, il personaggio di Garibaldi si prestava perfettamente; il mio compito divenne in quel caso quello di riportare l’eroe da museo sulla terra ferma. Nel caso di Enigma (Rizzoli Lizard, 2012), scritto con Francesca Riccioni, la vicenda umana era più intensa e sofferta, impossibile da liquidare con un umorismo farsesco; scegliemmo quindi un humour nero da fiaba macabra come cifra narrativa. In ogni caso, in un fumetto è impossibile raccontare tutta la vita di un personaggio e allora cerco dei veri e propri cortocircuiti, ovvero inserisco riferimenti culturali e faccio sí che la storia si apra su collegamenti inaspettati, e questo è forse l’aspetto più stimolante del mio lavoro.

Succede anche in Nevermind, dove scegli di rappresentare Boddah, il celebre amico immaginario di Cobain, che è anche l’ultimo destinatario dei suoi pensieri nella nota che lascia prima di togliersi la vita, con le fattezze di Hobbes, il tigrotto di Watterson, amico immaginario di Calvin.
T.P. L’amico immaginario, come dici, ha un ruolo centrale nella vita interiore e, di conseguenza, anche nella creatività di Cobain. Mi ero immaginato un’ambientazione boschiva per le foreste dei taglialegna operai di Aberdeen, la cittadina di provincia che Cobain adolescente è deciso ad abbandonare al più presto e un Kurt bambino angelico, pettinatissimo ma di una vivacità irrefrenabile. Il collegamento con Calvin e Hobbes, di Bill Watterson è stato immediato. Quando poi ho scoperto che Watterson interruppe la pubblicazione delle strisce proprio nell’aprile del 1994, quella che era una semplice corrispondenza mi è sembrata ancora più una relazione tangibile.

credits: @tuono pettinato
credits: @tuono pettinato

Questo è un personaggio, che per quanto immaginario − nelle primissime tavole del libro ne vediamo solo la sagoma tratteggiata − risulta molto funzionale quando assume il ruolo di narratore…
T.P. Esatto, in questo senso Boddah-Hobbes è divenuto funzionale per riassumere certe circostanze della vita di Cobain e mi è servito per muovermi agilmente tra flashback e flashforward: volevo che ci fosse un contrasto immediato tra la creatura angelicale del Kurt bambino e quell’eroe disperato che sarebbe divenuto, che spaccava chitarre sul palco e si gettava sulla batteria nel bel mezzo di un concerto.

Un’altra grande virtù del tuo libro questa, visto che, per quanto breve, la vita di Kurt Cobain presenta dei passaggi bruschi da stati di felicità e appagamento estremi, alla costante sensazione di inadeguatezza, sia nel pubblico che nel privato. L’infanzia gioca comunque un ruolo fondamentale nella sua crescita come artista e la narrazione vi si sofferma accuratamente.
T.P. Mi piaceva raccontare la parte meno conosciuta della vita di Cobain: la sua infanzia felice di bambino dotato di un’immaginazione straordinaria, la sua precoce inclinazione per le arti e la sua iperattività. Uno scenario che cambia drasticamente con la separazione dei genitori, che sembra gettare un’ombra di tristezza sulla vita di Kurt, un senso di disillusione dal quale non si libererà mai più. Ci sono nel fumetto dei momenti aneddotici, la registrazione di Something in the way, un paio di scene di famosi videoclip, ma in generale, ho deciso di seguire una linea personale, di stare sulla vita interiore.

Il libro si chiama Nevermind che è il titolo del secondo album dei Nirvana, quello che ne sancisce ufficialmente il successo internazionale, ma è anche un’espressione che lascia trapelare un po’ l’atteggiamento artistico di indifferenza anestetizzata di Kurt Cobain di fronte a quello che non accetta, alla realtà alla quale non si conforma.
T.P. Effettivamente è un’espressione che trasmette il senso della ribellione personale di un Kurt Cobain giovane artista incompreso in un ambiente di bruti boscaioli o di giovani atleti, soprattutto prima dell’incontro fondamentale con Buzz Osborne dei Melvins che lo inizierà alla musica punk. Una ribellione disfattista e sarcastica, cifra di tutto il suo atteggiamento artistico. Il disco Nevermind è il culmine della crescita che mi interessava raccontare; ho riassunto la fase succesiva, facendo ovviamente qualche riferimento dovuto e meritato a In Utero, perché è quella che lo conduce al declino, più tristemente nota.

credits @tuono pettinato
credits @tuono pettinato

In effetti Kurt Cobain è una delle rockstar più chiacchierate. La sua immagine è stata associata all’idea di un’intera generazione e quindi infinitamente strumentalizzata, fino a convertirsi nell’icona che paradossalmente Kurt sapeva e temeva di divenire. Una della sue ultime apparizioni in pubblico a poco più di un mese dal suo suicidio, il 23 di febbraio, è stata quella a Tunnel, la trasmissione condotta da Serena Dandini. La giornalista lo descrisse come «una persona di una sensibilità estrema, indifesa, che difficilmente riuscivi a guardare negli occhi, con uno sguardo di paura come di un cucciolo braccato dal mondo», ed è forse questa la parte di Kurt che hai scelto di raccontare. Cosa ne pensi?
T.P. Sì, per questa volta, concordo con la Dandini.

Quale verso dei Nirvana o quale loro canzone ti risuonava nelle orecchie mentre disegnavi?
Sicuramente Lithium che è un po’ la colonna sonora della storia, considerando la chiave di lettura dell’amico immaginario, con le sue parole «I’m so happy/ ‘cause today Ive found my friends/ they’re in my head». È un testo che racchiude un senso di solitudine, così come la possibilità di trovare una dimensione propria in mondi altri dal nostro.

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