Lezioni di portoghese privato, I

di Eloisa Del Giudice

L'amore è importante, cazzo!
L’amore è importante, cazzo!

 

MEDO, s.m. Paura

La vita quotidiana sono i gesti quotidiani, la ripetizione dei gesti, le abitudini del corpo. Ma sono anche le parole quotidiane, quelle che tutti i giorni escono dalla bocca o entrano nell’orecchio emesse da un’altra bocca non troppo lontana. La materia dei giorni, sono i gesti e le parole.
Ho la fortuna, immensa e miracolosa, di lavorare con le parole, di essere pagata per riflettere e agire sulle parole e sulle lingue, che sono state, fin da quando ho memoria, il perno della mia identità di persona, plurilingue, traduttrice, correttrice e secondo membro di una coppia mista.
Fino a un mese fa, un campionario delle mie parole quotidiane era: SP (service de presse), bus, impôts, presse, putain, maison d’édition, échéance, banque, rendez-vous, trad’, appart’, tango, métro, apéro, gynéco, soirée, bouquins, pause déj’, à demain.
Adesso, a un emisfero di distanza, scopro che le mie parole quotidiane sono: SP (São Paulo), ônibus, carro, tango, transito, tradução, edição, te amo, correria, empregada, dengue, assalto, bandito, sequestro, dinheiro, preso, predio, morto, ferido, arma, guardia, segurança, shopping, obra, obrigada, maracujá.
Ho scoperto che una gran parte delle mie energie locutorie e di ascolto, e di conseguenza una parte importante della mia gestualità quotidiana, era dedicata al lessico della paura. Parlo di energie perché quando si usano parole che non si amano, lo sforzo che si fa per difendercisi, per evitare che attecchiscano, è grande e fisico. Vivo nella terza megalopoli del pianeta, una meravigliosa città bruttissima, di cui mi sono innamorata perché ero innamorata, e che ora amo perché ora amo. Quello che più contraddistingue questa città, tutta, è la paura, una delle poche cose davvero condivise e democratiche, ma anche una delle più diligentemente coltivate. Paura dell’altro, del povero, del buio, dell’andare a piedi, dell’andare in moto, dell’attesa, del furto, dell’assalto, (non molto dello stupro, scopro, perché la violenza è soprattutto domestica e gli stupratori, in galera, hanno un tasso di vita bassissima), paura di andare no Centro, na Lapa, na rua XXV de Março, del traffico, di essere presi nel traffico, degli autobus dopo il tramonto, degli autobus pieni a qualunque ora del giorno, dell’arrivo dei mondiali, di ritirare dei soldi, della scuola pubblica, degli ospedali pubblici, di usare il cellulare in pubblico. Di vivere, insomma, molto più che di morire.

La mia posizione di gringa, di straniera, è un osservatorio, ma un osservatorio a livello del mare: noto, registro, ma assorbo, anche, e riproduco. La maggior parte dei circuiti quotidiani, dei soldi spesi, delle scelte di vita, è generata dalla paura, dal bisogno di difendersi o semplicemente di sentirsi difesi. C’è una guardia in ogni strada e all’ingresso dei palazzi, l’alta tensione sui muri, guardie armate private per chi può, allarmi, macchine blindate, finestrini sempre scuri, cancelli davanti alle scuole (e guardie dietro ai cancelli). Ho smesso di andare in giro coi documenti e la carta di credito, appoggio i soldi contro porzioni di pelle che non dovrebbero entrare in contatto col denaro per ragioni metafisiche, uso i gioielli a cui sono meno affezionata e la mia più grande paura è che rubino la giacca che porto, che è quella di mia madre. Ma mi impongo di prendere l’autobus, di andare a piedi, di uscire da sola, di parlare con le commesse e coi bigliettai, di sorridere, di rispondere. Se non ho (troppo o sempre) paura, è perché l’ho deciso, e questa decisione mi costa sforzi mentali e fisici, perché mi sembra assurdo che si tratti di una decisione da prendere, e mi obbliga a discussioni interminabili, perché paradossalmente devo difendere la mia non-paura dalla paura che gli altri hanno per me.
I numeri sono reali e il timore è fondato: nello stato di São Paulo, da gennaio a marzo, sono stati registrati 79.093 furti, praticamente 37 assalti l’ora1 (apro una parentesi che mi costerà caro: per quanto triste e reale, adoro il suono delle parole portoghesi assalto e bandito: mi fanno venire voglia di essere su una diligenza). Degli amici che ho, direi che il 90% è già stato vittima di furto, minaccia con arma o sequestro lampo (stanno tutti bene, grazie). Si muore anche: nel 2013, nella sola città di São Paulo, sono state uccise 1.176 persone2. Quello che però va notato è che quest’ultimo dato non ha una grande incidenza sulla vita quotidiana mia e delle persone che frequento. Sono femmina, bianca, eterosessuale o comunque non visibilmente omosessuale, né povera né ricca, residente in zona urbana, evito le macchine della polizia, non sono un poliziotto, posso essere remissiva, ho due applicazioni nel telefono per chiamare un taxi. Di fatto sono fuori dalle statistiche dei morti. È vivere che è più complicato. Da questo punto di vista, la resistenza dei paulistani allo stato delle cose è tanto profondamente indecente quanto autenticamente eroica. Vivere con così poca fiducia è un atto eroico. Fidarsi della gente e delle cose è fisicamente rilassante e i paulistani sono degli agoni della tensione. Perché il problema non è il pericolo, è la paura del pericolo, e questa paura è cercata, nutrita e curata, molto oltre la sua reale funzione, attraverso un lessico generoso, variegato, ripetuto, impressionante. È curata dalle compagnie di sicurezza, dalle amministrazioni locali, dalla stampa nazionale, dalle concessionarie, dai centri commerciali. Perché la paura genera bisogno, il bisogno dipendenza, e la dipendenza denaro. Un fiume di sprecatissimo denaro, speso non per stare meglio, ma per non correre il rischio di stare male.

Ogni mese, una coppia di persone a cui voglio molto bene e che vive in una casa grandissima e bellissima e protettissima riceve una lettera dalla compagnia di sicurezza privata che protegge gli abitanti del quartiere. In questa lettera sono riassunti gli eventi salienti del mese, i furti sventati e gli assalti avvenuti, in un equilibrio perfetto – gioia del sociolinguista – di gesta virili e dettagli macabri (“in due… volto coperto… pistola… moto… fuggiti… gioielli… reais… indenne…”). Un’autentica pornografia della paura che, esattamente come la pornografia del sesso, ha snaturato e sconnesso il legame che c’è tra l’oggetto, la sua funzione e il suo significato.
Oltre a una conquista collettiva necessaria e ancora in atto dello spazio pubblico, di infrastrutture migliori o semplicemente esistenti, al di là di una lotta tutta da organizzare contro una disparità sociale imbarazzante e uno stato endemicamente corrotto, c’è un’altra operazione da fare, interamente psicologica e individuale, di riappropriazione dei gesti, delle parole e degli spazi: la conquista della non paura, la liberazione dal lessico del medo, l’opzione meno cara. Senza questa conquista personale, intima, dubito fortemente che possa realizzarsi una lotta collettiva, e penso e temo che sia proprio in quest’ordine che le cose debbano avvenire. Perché è molto difficile darsi la mano quando ci si aggrappa alla propria borsetta. È proprio complicato fisicamente.


1. http://www1.folha.uol.com.br/fsp/cotidiano/163148-com-37-roubos-por-hora-sp-bate-recorde-de-assaltos-em-19-anos.shtml

2. http://ultimosegundo.ig.com.br/brasil/sp/2014-01-29/bairros-da-zona-sul-de-sp-foram-campeoes-no-numero-de-mortes-no-ano-passado.html

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