L’eco limpida del sangue. Recensione a Stati di grazia di Davide Orecchio

di Silvia Costantino

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È molto difficile recensire un libro come Stati di grazia, primo romanzo di Davide Orecchio (il Saggiatore 2014), ed è ancora più difficile farlo senza tirare in ballo categorie universali come “epica”, “mondo”, “epopea”. È difficile, perché è un romanzo vorace, che continuamente mastica tratti di realtà e la risputa nella forma più dolorosa possibile, e ci aggiunge di volta in volta pezzi di realtà ulteriore, momenti scatenanti che aprono squarci e varchi, e più che illuminare folgorano, in modo talvolta crudele.

L’Indegno sia fracassato in ogni suo osso e rimbalzi mollemente verso la latrina per tramutarsi in merda, ma gli resti il naso così che possa annusarsi. A ogni capo taglino la testa e poi piscino in bocca. Al Capo dei capi taglino a fette il sedere come un prosciutto. Alle donne che fanno finta di non sentire quando l’Indegno mi sventra strappino le unghie e gliele ficchino dove so io. A mio padre che non ha mai scritto da che sono partita, che non chiede e non offre io auguro che i polpastrelli divengano braci.

Di cosa parla, Stati di grazia? O meglio: che cosa racconta? Davide Orecchio definisce il libro «un romanzo di racconti». Questi racconti, frammenti di diario o flusso di coscienza o narrazione in terza persona, si concatenano e creano una sequenza continua di rimandi temporali e spaziali, dal 1954 al 2005, dall’Italia all’Argentina all’Italia.
La narrazione inizia in Sicilia con il diario di un maestro che si è arreso alla vita dopo aver subito alcuni potenti traumi: questi finge di partire per l’Argentina e abbandona la famiglia, scomparendo del tutto dopo aver regalato il proprio biglietto e la propria identità al padre dell’ennesimo bambino che non è riuscito a salvare (dal lavoro minorile, da quello che adesso si chiamerebbe drop-out, dalla morte). Paride Sanchis, il primo, scompare abbandonando una moglie – voce del secondo capitolo – e una figlia; Paride Sanchis, il secondo, emigra, abbandonando un lavoro nella zolfara e poco più. Approda a Hölderlin, la città che ha il nome di una fabbrica che ha il nome di un poeta, o viceversa, ma non per fare la vita dell’uomo libero che desiderava. Nuovamente schiavo, con il sogno di impiantare un vitigno di bianco in terre di vino rosso, troverà sollievo solo con la presenza di Ximena, l’india che diventerà sua moglie.
Poi: un golpe, le cellule di resistenza, il medico rivoluzionario piegato dalle milizie, gli scioperi, le fughe, la dissidenza, Ximena torturata, Paride catturato ed evaso, e piano piano mentre si dipana la sua storia se ne aggiungono altre. Quella di Aurora Maturáno, redattrice in Italia prima dissidente in Argentina sotto il nome di Sylvia Plath, adesso incapace di accettare la fine della storia con la sua compagna di una vita; quella di Arturo Coloccini, l’editore per cui lavora Aurora, che per tutta la vita cerca il modo di raccontare la storia sommersa, quella di Johnny Tossi, tuttofare che invece, la sua storia, cerca di tenerla nascosta anche a sé stesso; e, connessa a tutto, misteriosa e fulgida, la storia eccezionale della poetessa Matilde Famularo, con i suoi canti di odio e sopravvivenza.

Questa raccolta è un elastico che si allunga nella capsula del tempo dove gli accadimenti che noi assegniamo per convenzione al passato, al presente, al futuro si registrano, imprimono e diventano fossili, dati da recuperare o destare. L’elastico conduce esili. Partenze. Ritorni. Ci si può sentire esuli nella propria città e nella famiglia che si abita. Soli, ossessionati dall’impossibilità del sé. Ci si può sentire alieni nel proprio lavoro, poveri, schiavi dell’economia; e scegliere il viaggio. È la fuga. L’esilio economico. L’ultima moltitudine che lo intraprese tra l’Italia e l’Argentina s’incista tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta del Novecento. Ma l’elastico si muove, non mette radici. C’è ad esempio l’esilio politico. Vent’anni dopo, scoccato il golpe del ’76, la moltitudine arriva (anzi simbolicamente RITORNA) in Italia. Inizia il dispatrio. Una nuova vita spesso nell’ombra di Roma. La collezione di storie si tiene nella colla di uno e uno solo: il minatore, l’emigrante, il bracciante, il personaggio uomo italiano che li testimonia (gli altri) e che loro testimoniano.

Davide Orecchio sceglie di trattare personaggi che, nonostante il male in cui sono immersi, sono sempre presenti a sé stessi, si cercano continuamente. Anche nei momenti di maggiore dispersione, di paura, i moltissimi e diversissimi personaggi sembrano sempre cercarsi, raccontare le proprie storie prima agli altri e poi a sé, tentare di ricomporre pezzi in quello che da vicino è un collage eterogeneo ma che, a una visione distaccata, costruisce un affresco perfettamente armonico. Più di una volta, leggendo, ho pensato a Roberto Bolaño: li accomuna la stessa feroce cupidigia, la stessa incredibile capacità di cesellare ogni parola, limarla fino a renderla splendente e acuminata.

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E i personaggi, tutti, anche i torturatori, sono buoni. Buoni come se, appunto, fossero stati toccati dalla grazia, dalla capacità di comprendere e vivere, tramandare vita ed esistenza. In tutto questo, non deve però sfuggire che l’origine di tutto questo bene è immerso in una montagna di male, la cui storia è precisamente al centro del romanzo, nel dialogo tra Diego Wilchen, il medico idealista che desidera la rivoluzione e brama Hölderlin, e Aurora, la giovane donna fuggita da Hölderlin e dalla violenza, coniugale e sociale, ad essa connaturata. E che nasce da un gesto di pura disperazione, ed è con la scoperta di quest’ultimo che il romanzo si conclude. Niente di quello che viene detto è banale, ogni parola è soppesata, si raggruma dentro la coscienza di chi legge fino a formare una pietra, un masso, una collina, come la Hölderlin che domina il racconto e il lettore, annichilendo le voci di chi combatte, come nel caso del giovane medico che parte per la rivoluzione, carico di ideali, e finisce per farsi schiacciare, per farsi passivo davanti alla repressione.

Tutto questo solo per dire qualcosa, ma non abbastanza, di una storia che Giuseppe Genna ha definito «un caleidoscopio» (per fare conoscenza con gli ambienti, e con i personaggi, si rimanda alla curatissima sezione sul sito di Davide Orecchio).

È una trama immane, basata però su una struttura semplicissima, come si diceva fatta di rimandi e echi che riverberano nelle storie e, soprattutto, nella lingua. Gli scrittori capaci di tale potenza icastica, in Italia, sono pochi, gli scrittori capaci di scrivere una pagina intera di elenco senza perdere un grammo di forza sono forse ancora meno. Quello che sconvolge, del romanzo di Davide Orecchio e della sua lingua, è che c’è tutto. C’è il pensiero ondivago, che si sviluppa nel diario di Paride Sanchis, e c’è la crudezza allucinata nella tortura di Ximena, così potente, tanto forte da richiamare alla mente le immagini più crude di Garage Olimpo, c’è la capacità della tenerezza.

C’è la capacità di dare un significato anche alle virgole, di renderle tutte corpo e sangue, aderenti a una narrazione che è prima di tutto corpo e sangue, perché di martiri e di testimoni si racconta.

Angela cucina timballi che m’assomigliano col fatto di afflosciarsi nei giorni e marcire e per il risucchio della salsa fin troppo acquosa. Sono il naufrago del condimento. M’aggrappo alle zattere di mozzarella, alla melanzana. Navigo il sugo senz’arrivare. Affiorano capperi, olive cadavere. Io sono la foglia del basilico scheletro. Io sono unto, sgualcito, sapido e annego. Pronuncio l’addio e il buon appetito. Profetizzo il mio andare a male, coltivo il disprezzo non etico dell’insegnante che ero.

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