La città ideale: Urbino, Nebraska di Alessio Torino

di Redazione

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Questa recensione è comparsa sul numero 65 di Nuovi Argomenti (gennaio/marzo 2014), nella «Rassegna di narrativa italiana» curata collettivamente dalla redazione di 404: File Not Found.

Se dovessimo usare una figura geometrica per definire l’ultimo romanzo di Alessio Torino, Urbino, Nebraska (minimum fax 2013), la più appropriata sarebbe sicuramente il cerchio; al centro, la città di Urbino, crocevia di esistenze e perimetro delle stesse. Il romanzo si presenta dunque come un movimento circolare in quattro tempi, ciascuno caratterizzato da un personaggio diverso. Dalla studentessa Zena, che nel 2010 è iscritta al suo primo anno di università, al diciottenne Nicola che nel 1994 abbandona il proprio gruppo musicale per farsi prete. Dalla Vienna di Mattia – il quale nel 2013 ha realizzato la propria vita nella professione e nel privato, ma i cui equilibri vengono turbati dall’imminente necessità di fare ritorno a Urbino -, a Federico, un adolescente che si troverà a rielaborare il lutto del proprio nonno durante la nevicata del 2012.

Sono, quelle narrate da Torino, storie ordinarie, calate nella provincia italiana, vite separate eppure tenute insieme dal minimo comune denominatore geografico e da una storia che le precede. A fare da cornice, infatti, un’altra data, che ritorna ossessivamente nella memoria di tutti, l’anno 1987, in cui due sorelle perdono la vita per overdose. Via via che la narrazione avanza quest’episodio tragico diventa sempre più il centro di ognuno dei quattro racconti: torna con insistenza nella vita dei personaggi e stabilisce una ripetitiva circolarità. Da evento marginale, metabolizzato dalla memoria collettiva, la morte di Ester e Bianca si trasforma in una specie di cratere in cui viene attirato ognuno dei quattro racconti. Al centro del cerchio urbinate c’è un cortocircuito di senso che tutti sfiorano.

L’architettura del romanzo è, se non nuova, densa di promesse: quattro racconti, quattro angolazioni – temporali, umane, sociali – diversissime, incentrate su un luogo e sulla sua capacità di strutturare le vite. Ognuno dei quattro racconti è un organismo indipendente, che vale per se stesso ma anche in rapporto agli altri. Sin dal titolo, uno dei riferimenti più vicini per Torino sembra essere quel Nebraska, concept-album di Bruce Springsteen dell’82, direttamente citato da uno dei personaggi. In verità nel libro le citazioni musicali sono una delle linee di senso più frequenti; soprattutto nella costruzione del personaggio di Zena e nell’iterazione di una pratica narrativa tipica di alcuni racconti di formazione, da Jack Frusciante in giù.

Eppure nella resa finale quello che sembra mancare al progetto di Urbino, Nebraska è proprio una certa compattezza. Il legame tra la vita di ognuno dei personaggi e l’ombra della morte è a volte meccanico e scoperto. Se riesce a rendere una certa atmosfera emotiva tragicamente peculiare dell’adolescenza, come nel caso di Zena, il legame che instaura con le altre storie è meno armonioso, quasi estemporaneo.

Dove invece il racconto di Torino è più convincente è nel far emergere progressivamente il doppio legame dei personaggi con un luogo, un groviglio di attaccamento e frustrazione così specifico della vita di provincia. Così è soprattutto per Zena e Mattia. La prima, che a Urbino è nata e ha deciso di restarci, oscilla continuamente tra un sentimento di trasporto per i luoghi della città, e un fondo più oscuro di abulia, che la porta quasi al suicidio. Mattia invece è il personaggio che più porta sulla sua superficie il doppio fondo della piccola città: «Urbino, la città ideale, la città dell’anima» e «Urbino […] abbandonata dagli studenti e persino dai suoi abitanti» (p. 187). Avendo lasciato la città da giovane, Mattia ha un rapporto conflittuale e sofferente con Urbino, e nell’emersione di questa dialettica c’è tutto il senso del suo personaggio e del romanzo stesso.

One Comment Add yours

  1. Nunzio ha detto:

    Mai stato ad Urbino.

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