C’è nevrosi tra noi: Le attenuanti sentimentali di Antonio Pascale

di Redazione

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Questa recensione è comparsa sul numero 65 di Nuovi Argomenti (gennaio/marzo 2014), nella «Rassegna di narrativa italiana» curata collettivamente dalla redazione di 404: File Not Found.

Impiegato al Ministero dell’Agricoltura, scrittore in crisi, Antonio Pascale vorrebbe scrivere un romanzo ma non riesce a fare entrare il suo caos di pensieri nevrotici all’interno di una trama. Convinto che «le storie siano già nei corpi», gira per Roma in bicicletta raccogliendo aneddoti e riflessioni e progetta un documentario sui sentimenti che unisca scienza e antropologia, dal titolo C’è chimica tra noi. Su questo esile filo di trama Pascale costruisce un romanzo a episodi in cui, con brillante ironia e arguzia, riflette sui modi in cui gli affetti mutano nella modernità, pur rimanendo ancorati a una sostanziale inquietudine di fondo. Sin dall’incipit: «Questo non è un romanzo ma un giro in bicicletta» – alla narrazione è intracciata la riflessione metanarrativa, anch’essa intonata a quell’abbassamento ironico che caratterizza tutto il romanzo (come quando le conturbanti s francesi di Véronique convincono Pascale a «fare otoficsiòn»).

Perfettamente efficace nella rappresentazione parodica di tutte le piccole mode e manie snobistiche della borghesia romana, Pascale dimostra una notevole abilità nel figurare situazioni in grado di catalizzare le forme di nevrosi nate dal conflitto tra eredità culturale del passato e progressiva emancipazione. Il personaggio stesso, fautore del progresso e sostenitore degli OGM come naturale esito della perenne lotta del contadino per strappare grano alla terra, si scopre allo stesso tempo portatore di quell’ottica da «maschio meridionale», impegnato a contrapporsi alla «mutazione antropologica» che ha ‘femminilizzato’ il suo genere, preda di insicurezze che originano e scaricano sulla galassia di donne che popola il romanzo. Dalla divergenza tra le due posture scaturisce dunque quell’effetto comico e autoironico che svincola l’autore da una presa di posizione moralistica e giudicante, per tracciare con leggerezza un profilo sfaccettato delle fragilità umane.

È una galleria di ritratti principalmente femminili a catturare l’attenzione del narratore: su tutte Paola, l’amica-produttrice, vittima di uomini destabilizzanti, insicura e ansiosa; la moglie Daniela e la figlia Marianna, che da prospettive diverse mettono a nudo i tentativi sempre più goffi del ‘capofamiglia’ di dominare le circostanze; e ancora, ex mai dimenticate, registe di film porno, volontarie di Greenpeace… come un innamorato, Pascale descrive sensualmente e con dolcezza gesti e dettagli di ognuna. Proprio nel confronto con queste donne l’autore finisce per rivelarsi appieno un «casertano nevrotico», in grado di competere con quel Nanni, suo romano predecessore motorizzato.

Pur scavando nella vita erotica e sentimentale contemporanea, Pascale scrive un romanzo che non mostra mai l’intimità e l’eros: il distacco è manifesto, quasi pudico, le descrizioni sempre parodiche o comico-grottesche, gli amplessi mal riusciti o interrotti, ma soprattutto mai messi a fuoco da vicino. L’autore vorrebbe mettersi in gioco, essere ‘corpo tra i corpi’, racconto tra i racconti; eppure l’unico corpo che non vediamo mai, l’unica sessualità inesplorata, rimane proprio la sua. E così avviene quando il personaggio vorrebbe lanciarsi in un film porno: passa due ore a discuterne con la regista, è attratto dallo schema, teorizza paralleli con l’autofiction, ma alla fine non riesce a superare nemmeno il provino, a mettersi a nudo davanti alla telecamera.

Il romanzo si chiude piuttosto su un languore melancolico: tornato sul luogo del suo primo bacio, Pascale si perde di fronte a un campo di grano – suo personale, concretissimo infinito – e questo gli apparecchia di fronte i continui e sempre perfettibili sforzi, i fallimenti e gli slanci monchi di questi uomini, un tempo contadini arcigni, ora amanti balbettanti. Senza uno schema e una teoria che possa essere seguita, in balia del caos e del caso, la salvezza degli uomini – e del romanzo di Pascale – è quell’ingegno inquieto che li ha mossi, la loro attenuante sentimentale. Insomma, se è quest’inquietudine ad averci fatto andare avanti, non possiamo che andare avanti, con inquietudine.

«O no?».

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