«No future!» Ucronia e realtà in Il 49esimo Stato di Stefano Amato

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Questa recensione è comparsa sul numero 65 di Nuovi Argomenti (gennaio/marzo 2014), nella “Rassegna di narrativa italiana” curata collettivamente dalla redazione di 404: File Not Found.

E se nel dopoguerra l’America, valutato il peso della minaccia comunista in Italia, avesse deciso di tenere il controllo della Sicilia annettendola come quarantanovesimo stato dell’unione? Da questa premessa nasce l’ultimo romanzo di Stefano Amato, Il 49esimo stato, che percorre le vicende di quattro ventenni nel 1978 a Siracusa, la capitale dello stato federato di Sicilia. Espediente narrativo apparentemente assurdo, Amato riprende e sviluppa i contenuti di una lettera realmente inviata dal bandito Giuliano al presidente Truman e le proposte avanzate nel ‘44 dal piccolo Movimento Unionista Italiano.

Narrato attraverso la voce del protagonista Jefferson, quello di Amato è il romanzo di una transizione adolescenziale tardiva e incompleta, di una ribellione disarticolata in una Sicilia colonizzata culturalmente e politicamente. Jeff, Harry, George e Lucky sono giovani sbandati e velleitari, che hanno fondato i Dead Giulianos, l’unico gruppo punk della capitale, e sognano di aprire il concerto dei Ramones in programma per la celebrazione del trentennale dell’annessione. Intorno a loro intanto la situazione degenera rapidamente, mentre dall’Italia giungono notizie del sequestro Moro, voci sempre più insistenti insinuano che gli U.S.A. si preparino ad abbandonare la Sicilia, fardello economico ormai eccessivamente gravoso. I quattro si trovano così coinvolti loro malgrado nelle trame della politica, costretti a diventare protagonisti o vittime della Storia.


Il primo impatto per il lettore è straniante ed esilarante. Vero motore trainante del libro è la sua esplosiva forza inventiva, ricca di trovate efficaci e dettagli ironici. Notevole è la capacità dell’autore di giocare con i miti della musica e dello spettacolo, con l’immaginario cinematografico e televisivo americano (tra tutti Taxi Driver, Star Wars, Animal House e Happy Days) rielaborando realtà storica e codici culturali con una disinvoltura che forse finora nel panorama italiano aveva mostrato solo Tommaso Pincio.
Il romanzo comunque non si esaurisce nel suo effetto comico. L’ucronia immaginata da Amato è solo un strappo, una smagliatura che finisce per ricomporsi nelle ultime pagine con la realtà attuale, raffigurando tramite la condizione semi-periferica del 49esimo Stato quella che E. Bloch chiamerebbe la «contemporaneità del non contemporaneo».

Statunitense o italiana – pare dirci l’autore – la Sicilia è metafora di un destino di marginalizzazione e subalternità, in cui si esasperano le contraddizioni di uno sviluppo disomogeneo e si consolida il connubio tra mafia, potere ed eredità fascista. Il punk si presenta allora come via di fuga da un’opprimente mancanza di prospettive – il siciliano, ricorda il protagonista, è un dialetto che non contempla la coniugazione dell’indicativo futuro – sintetizzando nell’urlo «No future!» una rabbia generalizzata, sarcastica ma mai cinica, che accomuna i personaggi del romanzo ai ventenni-trentenni di oggi.

Un finale eccessivamente didascalico e frettoloso interrompe, purtroppo, la tensione che aveva retto finora la narrazione, costituendo un limite sensibile alla riuscita del romanzo. La struttura complessivamente troppo esile, il linguaggio piano che non registra scarti significativi e il punto di vista appiattito sul protagonista impediscono tanto lo svilupparsi di una narrazione introspettiva e individuale quanto la creazione di un vasto romanzo corale in grado di ritrarre una condizione generazionale. In bilico tra i due poli, il romanzo di Amato non può dirsi un’opera matura, ma marca comunque un passo deciso nella direzione giusta.

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