Bonsai #36 – Alessandra Sarchi, L’amore normale

di Francesca Fiorletta

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Casa nostra, a volte, è come un coro di tragedia greca, bisogna sapere cosa è successo prima, per capire da che parte stare.

Questa è l’impressione della vita familiare che ha Violetta, figlia diciassettenne di una delle coppie protagoniste dell’ultimo romanzo di Alessandra Sarchi, L’amore normale (Einaudi 2014), titolo davvero esemplare. Il libro inizia e finisce con due citazioni di Wolfgang Goethe, tratte da Le affinità elettive, e queste, insieme al rimando sulla tragedia greca, sono le suggestioni, potremmo dire così, più espressamente letterarie che troverete nell’intero testo.
Tutta la bellezza della scrittura di Alessandra Sarchi, invece, risiede in queste pagine proprio nella più apparente, struggente e pressoché didascalica normalità.
Si possono raccontare grandi passioni, derive familiari, drammi personali, rimeditazioni congiunte, con un tono limpido e chiaro, con una fermezza espositiva tanto fertile e bruciante insieme? Sì.
Si può ripercorrere in volata un climax di emotività tanto viscerale, che abbraccia diversi mesi e che si dipana sulla carta per quasi 300 pagine, senza adagiarsi con una pericolosa ottica manualistica sulle più tipiche strategie del romanzo rosa d’appendice? Sì, evidentemente.
E ancora, si può tenere un lettore incollato a uno scenario familiare così nutrito e problematico, che procede lento e implacabile nella sua discesa agli inferi dell’interiorità, senza avvalersi di stranianti sorprese, di alterchi impressionanti, di reiterate rimodulazioni del lessico e del pensiero, ma solo ed esclusivamente puntando l’attenzione sui minuti e i secondi del più comune vivere quotidiano? E sì.

Alessandra Sarchi, col suo romanzo (extra-)coniugale, ha vinto una delle sfide più complesse e articolate per la narrativa italiana contemporanea, e non solo: è riuscita molto bene a descrivere la vita di tutti i giorni, avvalendosi di un andamento ritmico normale, di una sequenza episodica normale, di una prosa sintattica assolutamente normale. E, perciò, assolutamente spietata.
Spietati come sanno essere, appunto, i tradimenti. Spietate come le paure più profonde e perciò radicalmente sovraesposte dell’animo umano. Spietati, come lo sono sempre gli abbandoni.
Ancora una volta, una grande verità, tanto del libro quanto della vita, è svelata dalla voce ingenua di una bimba, Bettina, la sorella minore di Violetta, che durante un banalissimo pomeriggio, mentre si trova intenta a compilare una banalissima lista che le hanno assegnato a scuola, sperimenta quello che gli adulti chiamano un attacco di panico. Inizia a temere per la sua vita, per il futuro suo e delle persone che ama e che la circondano, è in tensione per se stessa e per la sua famiglia, della quale pure intuisce l’imminente disfacimento, e nonostante le innumerevoli rassicurazioni che riceve, riesce alla fine solo a scrivere una riga agghiacciante, sul suo lindo quadernetto d’inglese:

«Things you don’t like: to be alone».

Che tutte le nostre azioni siano essenzialmente governate dall’esasperante paura di rimanere soli, di non essere amati a sufficienza, di non essere compresi per davvero dalle persone con le quali abbiamo scelto o ci siamo ritrovati a condividere la vita, è certamente uno degli assiomi inalienabili del genere umano. Filosofi, pensatori, critici e grandi maestri del teatro e della poesia non sono riusciti a dire di più, certamente nella forma sì, ma non nella sostanza, di quello che ha fatto questa bambina spaventata, pervasa da un’improvvisa paura che lei stessa non è in grado di comprendere e di giustificare, né quindi men che meno di esorcizzare.
Questo mi sembra il fil rouge dell’intero romanzo della Sarchi, questa la motivazione ultima che spinge i suoi protagonisti a scontrarsi irrimediabilmente gli uni con le altre, a scambiarsi le vite, i ruoli sociali, i letti e la carne, le prospettive e i riconoscimenti, le voglie e le aberrazioni.
Il romanzo, costruito ovviamente come una stessa piccola grande storia, raccontata però a più voci, svela ancora un momento topico, e sempre, non a caso, chi grida al “re nudo” è quella che potrebbe definirsi come la più pura tra le donne coinvolte nell’intricato ménage: Mia, una giovane donna non ancora trentenne, che è l’amante fedelissima di Davide, traditore pressoché casuale, anzi a volte sembrerebbe addirittura involontario, di Laura, moglie annoiata, adulterina d’accatto, probabilmente per il solo gusto della sfida, più adoperata a pavoneggiarsi col proprio corpo (appena reduce da una brutta malattia) che a vivere davvero una relazione, riassunta infatti in modo sbrigativo e assai blando, col suo amante Fabrizio, che è poi una sorta di entità trasparente, lievemente caratterizzato come orpello funzionale alla storia, sebbene ammantato da un inquietante fascino della precarietà, quello più proprio del passato che sempre ritorna, del riserbo d’antan e di una certa eleganza altra, estranea, quasi solo immaginaria.
Mia, dunque, si diceva, a un certo punto si ritrova insieme a tutti loro, nella (forse) unica parentesi di surrealtà dell’intera vicenda; li guarda aggirarsi senza parsimonia nelle loro vite tutt’altro che perfette, e si rende improvvisamente conto della loro vivida mostruosità caratteriale, che si rivela però essere, appunto, la più sconcertante mostruosità dell’essere normali.
Ecco allora che Mia, nel suo personalissimo stream of consciousness, prorompe:

Io mi sento sdoppiata, li trovo schifosi, meschini e ipocriti e allo stesso tempo mi piacciono, non posso fare a meno di sentire che mi piacciono e vorrei saperne di più sulle loro vite.

Credo che proprio questo sia l’effetto che hanno, sul lettore, i personaggi normali di Alessandra Sarchi, con le loro storie normali fatte di amori tutti efficacemente normali.

 

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. lucamartini71 ha detto:

    E’ un libro molto bello e molto ben scritto. Ne parlerò presto anche io. ho trovato solo un difetto: i dialoghi, a volte poco credibili. Inoltre, la prima persona dell’io narrante, che cambia per ogni personaggio, non ha giovato, e a volte la psicologia si confonde, contribuendo a non giustificare davvero la scelta estrema che fanno nella seconda parte, andando tutti in vacanza insieme. Detto questo, è davvero una bella lettura, la parte finale è commovente e toccante. Brava Alessandra.

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