#Strega 2014 – Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo

di Redazione

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Come le due precedenti, anche questa recensione è il frutto del lavoro collettivo della redazione di 404: File Not Found ed è stata originariamente concepita per essere inclusa nella “Rassegna di narrativa italiana” comparsa sul numero 65 di Nuovi Argomenti. Rimasta inedita, la pubblichiamo qui per la prima volta. Il romanzo di Francesco Piccolo è tra i dodici finalisti in corsa per il Premio Strega 2014.

L’ultimo romanzo di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, annuncia la poetica del suo autore sin dal titolo. Quel «TUTTI» scritto in rosso sulla copertina, infatti, è la riproduzione anastatica della prima pagina dell’Unità del 14 giugno 1984, il giorno successivo ai funerali di Enrico Berlinguer. Per Piccolo la morte dell’allora segretario del PCI rappresenta un evento simbolico capace di dividere la storia italiana in due, così come in due parti è suddiviso il romanzo: La vita pura: io e Berlinguer e La vita impura: io e Berlusconi. A partire da questo spartiacque, Piccolo riscrive la propria storia autobiografica e quella del paese creando un “matrimonio (burrascoso) tra la vita privata e la vita pubblica”.

Iniziato al comunismo da un goal della DDR contro la Germania Ovest ai mondiali del ’74, il protagonista si trova a vivere il dualismo tra una naturale spensieratezza, considerata “superficialità”, e l’idolo-Berlinguer, venerato in solitudine. Il romanzo si profila così come il tentativo di raggiungere un doppio “compromesso storico”, con il Paese e con se stesso, attraversando il settarismo narcisista degli epigoni del PCI per riscoprire, paradossalmente, il valore positivo dell’impurezza “berlusconiana” intesa come forma di appartenenza all’umanità tutta. Ribaltando l’assunto della sostanziale differenza antropologica tra elettori di destra ed elettori di sinistra, il protagonista dichiara, in virtù della propria impurità, il proprio desiderio di comprensione e compartecipazione empatica nei confronti delle esistenze che in gioventù aveva considerato aliene. Facendo ciò, Piccolo esplicita quella che è una funzione centrale della narrativa moderna: permetterci, attraverso la scrittura, di comprendere le vite di individui diversi da noi, i loro bisogni, le loro idiosincrasie. Ma se all’inizio l’autore si rivela molto capace nel raffigurare brevi episodi che rivelano i piccoli conflitti quotidiani, il vero limite nel romanzo sta nel tentativo ulteriore di sciogliere i contrasti subordinando la letteratura all’ideologia.

Come già aveva fatto Walter Siti in Troppi paradisi, il genere dell’autofiction viene qui piegato alla creazione di una connessione tra la quotidianità del protagonista e la Storia della nazione in cui vive. Ma la necessità totalizzante di collegare dimensione pubblica e dimensione privata costringe l’autore da un lato a un uso quasi pre-moderno dell’allegoria che coinvolge ogni momento della vicenda biografica, colpendo soprattutto le figure femminili (il Primo Amore, simbolo dell’intransigenza desiderata in gioventù, la Madre e la Moglie, figure dell’Italia popolare, gaia e superficiale),  dall’altroa una pesante sproporzione tra la forma narrativa e quella saggistico-riflessiva, imponendo la seconda in modo sempre più ingombrante col procedere del romanzo.

Nella confusione morbosa e voyeuristica tra pubblico e privato Piccolo riconosce l’inevitabile colpa che ha segnato la storia italiana sin dalla fatale divulgazione delle lettere private di Aldo Moro. Giocando allora sulla stessa forma “impura”, l’autore arriva a sporcarsi con il genere “ombelicale” dell’autofiction, cercando al contempo di ristabilire un giusto legame tra le due dimensioni: gli eventi biografici personali, così come quelli della storia collettiva, vengono accuratamente selezionati e isolati per la loro significatività esemplare, in modo da poter corrispondere a una lettura unitaria e coerente. Il risultato finale tuttavia appare spesso artificioso e forzato. Annullando i conflitti esistenti tra le due dimensioni, Piccolo rischia di appiattire il suo elogio dell’impurezza a un compiaciuto cedimento all’indistinto, alla “forza delle cose”. A risultarne sconfitta in definitiva è la complessità della letteratura, e della vita stessa.

10 commenti Aggiungi il tuo

  1. lorenzo marchese ha detto:

    Fermo restando che questo libro è fatuo per eccesso di brillantezza, e tutto sommato condito con un po’ di sale che maschera l’assenza di qualsiasi altro sapore, ragion per cui condivido il giudizio complessivo della redazione, “Il desiderio di essere come tutti” non è autofiction, e non c’entra assolutamente nulla con “Troppi paradisi”. Lo stesso errore di valutazione è stato fatto in una recensione di Demetrio Paolin che ho letto su Vibrisse, qui: http://vibrisse.wordpress.com/2014/01/21/ipotesi-di-autofiction-appunti-su-il-desiderio-di-essere-come-tutti/

    Incollo di seguito la risposta che diedi, valida anche in questa circostanza:

    Onestamente, anche sforzandomi non riesco a cogliere affinità profonde fra le opere di Siti e gli scritti di Francesco Piccolo.
    Piccolo, sin da “Allegro occidentale” (2007), è abituato a costruire narrazioni autobiografiche in cui si pone come soggetto viaggiante per un mondo globalizzato e sempre meno di sinistra, in perenne crisi politica ed esistenziale. Parla di se stesso, racconta della sua vita e di vicende reali, molto reali e condivise dalla sua generazione: non inventa, non mistifica, non cerca di raggirare il lettore, la sua ironia serve a prendere distanza dai traumi della storia italiana con la ragione della leggerezza e non viene usata, esempio, per calarsi nelle ipocrisie e nelle contraddizioni della società massmediatica post-ideologica (come avviene in Siti).
    Sull’ipotesi di autofiction, poi, non sono affatto d’accordo. Anzitutto, Piccolo vuole diventare come tutti, aspira a esserlo, Siti lo constata all’inizio di Troppi paradisi e, nella constatazione, ribadisce l’eccezionalità di un mediocre che riconosce in tutti i dettagli la sua stessa omologazione. Non basta l’etichetta editoriale di “romanzo” a fare di un libro un romanzo, così come una mela non diventa pera anche se ce lo scrivo sopra, secondo me: quanti esempi di opere narrative ma non romanzesche abbiamo avuto nella narrativa recente? Qualche anno fa, correva per lo Strega “Qualcosa di scritto” di Emanuele Trevi, un lungo commento narrativo alternato alla cronistoria dei rapporti dell’autore con Laura Betti alternato a una riflessione saggistica sui culti misterici. Questa è un’opera d’invenzione, o un componimento misto di storia e di invenzione? Non mi pare, ma l’editore Ponte alle Grazie fu lesto a etichettarlo come romanzo.
    E poi, dell’autofiction manca completamente la frizione fra verità e invenzione romanzesca che l’autore crea. Grossomodo, l’autofiction è un componimento in prosa in cui un autore scrive quella che in apparenza è la propria autobiografia, ma nel contempo dichiara, attraverso strategie paratestuali, testuali, disposizioni della materia narrata o suoi contenuti, che la materia della storia che si racconta è da interpretarsi come falsa. Dov’è che Piccolo starebbe mostrando di inventarsi tutto? Dove sta mentendo? La sua è una confessione ironica, tutta giocata su una superficie brillante che non rimanda indietro che bagliori di sconfitta: in questo, e nelle valutazioni complessive circa “Il desiderio di essere come tutti”, concordo con Paolin. Piccolo ha scritto di meglio quando ha premuto sulle sue ferite, con un romanzo (vero e proprio) in “La separazione del maschio”. Qui ha cercato di fare della leggerezza pensosa un codice imperfetto per vivere meglio, per un cinquantenne di oggi, e non so se ci sia riuscito: ne è sorto un libro brillante e irritante, a tratti svaporato. Che sarà mai ..

    1. Caro Lorenzo Marchese,
      grazie dell’acuto commento.
      Sull’uso del termine autofiction: siamo d’accordo che non vi è alcuna affinità tra l’operazione di Siti e quella di Piccolo. Tuttavia in questo caso sia il paratesto che il contenuto narrato spingono secondo me “Il desiderio di essere come tutti” verso il campo della cosidetta autofiction.
      Innanzitutto perché il libro non è presentato come un’autobiografia, ma come un romanzo, e questo contribuisce a creare un certa ricezione dell’opera, invitando il lettore in partenza ad avere un certo margine di tolleranza sulle forzature narrative che Piccolo mette in atto.
      Poi perché nel testo stesso, anche se la voce del narratore non mette in dubbio la veridicità di quanto raccontato, è evidente una manipolazione delle verità biografiche che diventano “figura” di una più generale verità storica (vi è una costante coincidenza cronologica tra un evento privato e la vita pubblica, penso al decreto di San Valentino etc).
      O Piccolo ha scritto un’ autobiografia, e allora ha avuto davvero la vita più inverosimilmente esemplare d’Italia, o il suo racconto è falsato, si, ma solo allo scopo di sostenere la tesi ideologica soggiacente. Il paragone con Siti infatti era posto proprio per sottolineare la diversità evidente dietro un’operazione apparentemente analoga (tra il “voler essere come tutti” e l’ “essere l’Occidente”). Per dirlo in parole povere: Siti constata provocatoriamente un rapporto dialettico tra se stesso e lo “spirito del tempo”, ma il suo resta il racconto di una vicenda individuale che eccede gli schematismi ideologici. Piccolo a un certo punto, vuole, attraverso una narrazione esemplare, comprovare la sua visione della storia e le sue tesi sulla linea politica dell’attuale sinistra italiana, e per farlo appiattisce il singolo sotto quel “noi, tutti”.

      Chiara Impellizzeri

  2. lorenzo marchese ha detto:

    Ciao Chiara (ti do del tu, se non ti secca),
    grazie della risposta. Ho l’impressione che il divario fra noi stia nell’uso che diamo a certe parole, in particolare al termine “autobiografia”. Ti rispondo dando per scontato che questa recensione l’abbia scritta tu, se invece non è così non farci caso.
    Secondo me, occorrono alcune sfumature fra “autobiografia” e “racconto falsato al fine di sostenere una tesi ideologica dell’autore”. Porre un discrimine tanto forte fra, per comodità, fiction e non fiction presuppone che un qualsiasi racconto referenziale, avente come narratore e protagonista l’autore stesso, non possa che essere inventato nel momento in cui si distorcono e si orientano dati storici e d’invenzione al fine di “finzionalizzare” la storia. Io non credo sia così, perché autobiografia moderna e romanzo intrecciano le loro retoriche sin da tempi abbastanza antichi. Molti romanzi moderni delle origini (del ‘700) sono costruiti come autobiografie altrui (Robinson Crusoe, si dice sempre, e all’inizio i lettori lo presero per una storia vera), ma si dà anche il caso opposto. Le Confessions di Rousseau hanno all’interno alcune strutture e strategie discorsive più proprie del romanzo, incorporano segnali della narrazione d’invenzione per coinvolgere il lettore all’interno di una struttura narrativa coesa e dotata di senso. Né potrebbe essere altrimenti: quando si racconta qualcosa, si pensa alla propria esperienza come a una storia, dotata di inizio, svolgimento e fine, operando perciò una forzatura, più o meno macroscopica, alla realtà non raccontata. Così, nell’autobiografia moderna si può mentire e distorcere la realtà, a patto di non rivelarlo, perché la dichiarazione di sincerità è primaria per la riuscita di tale categoria di scrittura: se invece la menzogna si dichiara e diviene artificio metanarrativo, si ha quella sotto-forma paradossale dell’autofiction (“ti dico in tutta franchezza che sto mentendo”).
    Piccolo mi sembra proprio fare autobiografia. Propone la sua vita in chiave esemplare, ma ciò non implica che la sua esperienza sia reinventata integralmente: solo reinterpretata, come fanno in tanti. Ti do ragione quando dici:

    Piccolo a un certo punto, vuole, attraverso una narrazione esemplare, comprovare la sua visione della storia e le sue tesi sulla linea politica dell’attuale sinistra italiana, e per farlo appiattisce il singolo sotto quel “noi, tutti”.

    Soprattutto approvo quando parli dell’appiattimento. Quello c’è, e a palate, un appiattimento dettato da una delusione storica così forte da essere stata rimossa come trauma della sinistra, in un’ottica post-ideologica che, però, secondo me è comune a Siti e al suo Troppi paradisi. Anche Siti parla da uomo della sinistra ex PCI ormai disilluso, solo che lui reinterpreta meglio questo passaggio storico e personale, in modo meno fatuo e schematico (lascerei da parte l’ideologia, per quanto ti ho detto prima), meno compiaciuto.
    Quando poi dici che Piccolo vuole comprovare la sua visione sulla linea politica dell’attuale sinistra (chiamiamola così, se proprio dobbiamo =) …), io, in realtà, non posso che pensare a Veltroni. Questo è un libro veltronista perché nostalgico, ecumenico, furbino senza pungere; e mi pare che ci siano tangenze abbastanza stringenti, nella Weltanschauung e nell’appropriazione ideologica di un certo patrimonio culturale politicizzato, con quel coacervo di ignoranza e cretineria che è il film “Quando c’era Berlinguer”. Ma forse i collegamenti li ho visti solo io.
    Spostandoci su un piano più nobile, credo che si potrebbe discutere del paratesto che spinge verso la cosiddetta autofiction. Ho davanti a me una copia del libro incriminato. A parte una citazione della Ginzburg in esergo e la bibliografia delle citazioni alla fine, non vedo altre spie paratestuali che ci guidino nell’attribuzione di una peculiare forma di scrittura. Ciò che orienta la comprensione di “Il desiderio di essere come tutti” in quanto romanzo è la quarta di copertina, che parla di un “romanzo personale e politico, divertente, serissimo, provocatorio”. Ma questo è già un altro tipo di paratesto, ossia un paratesto editoriale su cui l’autore mette bocca molto marginalmente, e non corrisponde a contenuti da romanzo. E, ça va sans dire, l’attribuzione di romanzo da parte dell’industria editoriale è propedeutica alla corsa per lo Strega, salotto di muffiti postcomunisti in media settantenni, i quali non mancheranno, io penso, di compiacersi in Piccolo e in se stessi assegnando al romanzo il massimo premio nazionale.

    Mi scuso per la lunghezza …

  3. Il discorso sull’autofiction è chiaramente molto complesso e scivoloso (per altro: l’autofiction è da considerarsi un macro-genere come il romanzo, o è un sottogenere del romanzo?) e per brevità (la recensione era stata concepita per 4000 battute circa) il termine è stato certamente usato con “leggerezza”. Il richiamo in realtà era funzionale solo a sottolineare le differenze con un’operazione di rimaneggiamento finzionale e allegorico più coerente come quella di Siti. Non saprei dire adesso se “Il desiderio di essere come tutti” sia effettivamente autofiction, ma penso sia difficile concepire quest’opera come un’autobiografia. Ma il mio giudizio, vero, è quasi tutto dettato dal “paratesto”; l’autore inoltre non ha mai rivendicato il libro come autobiografico, e non credo sia solo per lo Strega. Come ho detto, a me appare evidente che alcuni episodi non siano reinterpretati a posteriori, ma siano inventati ad hoc, che il loro valore simbolico sia chiaramente esibito al lettore, che Piccolo non stia affatto confessando la sua esperienza biografica ma si prenda la libertà di giocare tra realtà e finzione.

    Per il resto, più che l’etichetta di genere, a me interessava capire come uno squilibrio ideologico-contenutistico si riverberasse sulla struttura formale. Piccolo, per chiudere la faglia esistente tra singolo e collettività, deve utilizzare nelle parti narrative personaggi ed eventi allegorici, ma è costretto ad abbandonare sempre più il racconto e virare verso il pamphlet. Che poi, ma questa è la mia personalissima opinione, questa incapacità nel tenere un discorso narrativo sui singoli è l’omologo formale di quell’incapacità essenziale a concepire la soggettività al di fuori del Partito; per questo il narratore può pensare, nelle parti finali, di parlare a nome di tutta la sinistra, con quel NOI che annulla ogni contrapposizione (o meglio, la categorizza come settaria).

    (Chiara)

  4. lorenzo marchese ha detto:

    A mio parere, è da considerarsi una forma paradossale del romanzo contemporaneo, ben più ristretta di quanto in genere la si dipinga fra critici e giornalisti. Su questo preferisco non dilungarmi oltre. Eventualmente puoi chiedere i miei contatti a Antonio (Coiro), se la questione ti interessa.
    Credo che il terreno più scivoloso di tutti sia quello dell’autobiografia e della delimitazione del territorio in base a certe caratteristiche interne. Esiste una tipologia di scrittura più vicina al territorio del romanzesco, e una scrittura invece più nettamente autobiografica che ingloba in sé varie forme, dalla confessione al journal intime all’autobiografia romanzata al tirare i bilanci su una generazione, a prescindere da quanto si dichiara o non si dichiara. Degli autori è consigliabile non fidarsi, altrimenti dovremmo chiamare le opere dei Wu Ming “oggetti narrativi non identificati”, o “Mio salmone domestico” della Carbé con mille contro-definizioni, visto quanto scrive lei nella premessa al suo libro. Mi interessano soprattutto, di quanto dici, due cose: quali sono secondo te gli episodi reinventati ad hoc nel romanzo (stante che anche episodi non inventati ex novo possono essere “ricreati” tramite l’attribuzione di un nuovo valore simbolico; Bernhard, Leiris e Canetti facevano qualcosa di simile, ma hanno praticato scritture autobiografiche)? Poi, giustamente tu parli di tendenza al saggismo (pamphlet), ribadita dalla bibliografia finale. In questo senso, non credi che saremmo più vicini alle forme ibride fra saggio e narrativa che accomunano Piccolo a parecchie cose di Pascale o di Trevi, cioè due che, salvo eccezioni, non sono dei romanzieri, nonostante “Qualcosa di scritto” sia stato pubblicato come romanzo, anche per comodità di interpretazione?

  5. Mi inserisco in quanto coautore della recensione per ribadire alcune cose e spiegarne altre (dal mio punto di vista).
    Probabilmente, colpa anche la tipologia testuale in questione (una recensione in tremila battute, cosa che non dovrebbe essere sottovalutata proprio da chi ragiona in termini di tipologie romanzesche), il termine autofiction è stato utilizzato con leggerezza e magari avremmo dovuto parlare semplicemente di romanzo autobiografico.
    Eppure non si può dire che con l’operazione di Siti non ci siano similitudini, non si può dire che il romanzo di Piccolo non compia un gesto analogo: e qui sta il punto del nostro discorso. Lungi da noi dire che abbiano qualcosa in comune nella riuscita dell’operazione o nelle intenzioni.
    Da quello che hai scritto sembra che l’autofiction sia tale solo quando serve ad operare un’operazione di “smascheramento”, quando serve ad aprire una faglia. Sono d’accordo: Piccolo vuole convincere, vuole essere creduto, non vuole mettere in crisi, e sicuramente in questo senso quella di Piccolo non è un’autofiction.
    O meglio: rischia quasi di diventarlo, secondo me, suo malgrado. E questo “suo malgrado”, lo so bene, è un paradosso per l’autofiction – operazione per forza di cose consapevole, voluta.
    Perché quindi dico suo malgrado? Bisognerebbe tornare un attimo alla riflessione di Doubrovsky (che so essere “superata” dalla prassi e dalla teoria, ma qui può essere utile) quando scrive “Autobiographie ? […] C’est un privilège réservé aux importants de ce monde au soir de leur vie et dans un beau style”. Ciò che ci interessava individuare, con il termine autofiction, il punto che volevamo segnare (in tremila battute) è che Piccolo compie un gesto (quello di identificare pubblico e privato, di creare una connessione forte tra propria vicenda biografica e Storia) che è classico proprio delle opere in senso lato autofinzionali apparse in Italia negli ultimi anni, o delle autobiografie des importants perché le loro vite già per ciò sono significano più di quanto dicano i fatti). Ed il tasso di letterarietà, poi, è altissimo, tanto che Piccolo compie anche una mise en abyme dell’operazione di lettura che chiede al suo pubblico, quando interpreta i vari testi letterari all’interno del proprio romanzo.
    Ecco: Piccolo scrive un romanzo autobiografico, una autobiografia, senza averne il privilegio. Il problema è che poi opera una mise en littérature, una re-interpretazione della propria esistenza talmente sfacciata, auto-evidente che la domanda che dovrebbe suscitare l’autofiction (cosa è successo e cosa no) il lettore (avveduto) se la pone nei confronti di un romanzo che si vorrebbe autobiografico.
    Abbiamo sbagliato a definire autofinzionale il romanzo, probabilmente, ma serviva ad affermare che secondo noi è impossibile leggere quel romanzo come un’autobiografia, perché crediamo che il modello da cui Piccolo parte non può che essere un (incompreso, nella misura in cui è rifiutato in ciò che più lo qualifica: il suo valore di sperimentalità) romanzo autofinzionale: Troppi paradisi.

    Lorenzo

  6. lorenzo marchese ha detto:

    @Lorenzo e trasversalmente a Chiara,

    è evidente che una recensione di poche migliaia di battute contiene un certo salutare grado di approssimazione; la dimensione di questi commenti in calce, con le vostre spiegazioni, dimostra anche l’ammontare delle riflessioni (validissime) e dei presupposti teorici solidi, che innervano la recensione. Quindi, tanto di cappello per questo, a fronte delle molte recensioni “urlate” che si vedono in giro. Ciò detto …
    Su una cosa non siamo proprio d’accordo, cioè la similitudine con Siti. Si può tirare in ballo, e sono d’accordo che il desiderio di essere come tutti si ponga agli antipodi della constatazione di essere come tutti, ne costituisca il riflesso brutto. Non so se Piccolo si sia dichiaratemente ispirato al romanzo di Siti, a Doubrovsky o a chi volete voi: onestamente, non mi sbilancerei, nemmeno tenendo conto del titolo e del desiderio di Piccolo di farsi soggetto cavo-rappresentativo di una comunità di sinistra ormai postuma. Voglio dire, anche gli altri due libri che avete recensito prima (“Il padre infedele” e “La vita in tempo di pace”), con tutti i loro pregi e difetti, mettono al centro protagonisti emblematici di una generazione e più nello specifico di un ceto, pretendono di rappresentare lo spirito dei tempi (Scurati più schematicamente) e hanno trovato un pubblico di lettori che si è rispecchiato, rivisto e rivissuto in due sintesi romanzescosaggistiche della modernità estrema: oltre tutto, parliamo di due romanzi autobiografici (“La vita in tempo di pace” di più). A conti fatti, il ragionamento del parallelo con Siti non potrebbe valere anche per questi due libri?
    C’è poi una micro-questione che mi fa riflettere sull’influenza di Siti. Un primo nucleo di “Il desiderio di essere come tutti”, quello in cui Sparwasser segna ai Mondiali ’74 e Piccolo si scopre comunista, si trova già (immagino sia stato notato) nella rivista “Diario” (diretta da Enrico Deaglio), numero speciale del 31 maggio 2002, col titolo “1974, i cugini dell’Est” (pp. 18-19 della rivista). A quell’epoca l’influenza di Siti non poteva esserci, però un nucleo concettuale del libro già si vede. Cosa che mi fa riflettere su due punti: 1) Piccolo stava lavorando già all’epoca su una narrazione della sua generazione e sulla sinistra fra Berlinguer e Berlusconi? 2) Il fatto che Piccolo abbia scritto questo pezzo e l’abbia poi incorporato nel libro, senza (che io sappia) citare il precedente, depone a favore di un’interpretazione di “Il desiderio di essere come tutti” come romanzo o autobiografia? O non depone a favore di nulla?

    Piccola chiosa: secondo me Doubrovsky non è molto superato, purtroppo. Basta andare a vedere il dibattito critico francese: ancora stanno a scervellarsi sulla prefazione a “Fils”, una boutade strutturalista di 5 righe di scarsissimo rigore teorico e, per me, poco significativa. Il che poi induce a dire che Piccolo scrive un’autobiografia (non un romanzo autobiografico, per me: un romanzo autobiografico ha un protagonista diverso dall’autore, tipo Zeno e Svevo) senza averne il diritto. Ma perché, quello spiantato donnaiolo finto nobile di Giacomo Casanova aveva il diritto di fornirci uno dei più vasti ritratti del ‘700 europeo ;)?

    Di nuovo scusate la lunghezza e grazie per l’eccellente dibattito. In fondo prendo spunto dalle vostre parole per qualche riflessione a braccio che mi possa chiarire le idee …

    1. C’è un’incomprensione forse: comparare due autori non significa inquadrare una filiazione dall’uno all’altro. Non vogliamo affermare che Piccolo abbia letto o sia influenzato da Siti né che il romanzo discenda, consapevolmente o no, da Troppi paradisi; né basta un qualunque testo romanzesco-saggistico che “intercetti lo spirito del tempo” per porre un paragone. Le due posizioni di partenza invece richiamano il parallelo: l’ “essere come tutti”, il voler connettere la storia narrata (e in buona parte inventata) alla storia collettiva. Comparando poi i due testi spiccano meglio le diversità.
      Piccolo pone una riflessione centrale, per tutto il romanzo, sulle conseguenze nefaste dell’esibizione del privato in pubblico (una linea che va dal libro della Cederna a Moro e Berlusconi, e probabilmente dimentico qualcosa) e della messa in scena di sé. Questa riflessione struttura poi la forma che vuole dare all’ “autobiografia: nessun evento privato entra in gioco che non sia figura della storia collettiva (il colera, la superficialità materna come allegoria dell’Italia berlusconiana popolare, il primo amore allegoria del rapporto con l’ “infantile” sinistra radicale, ecc). Come dire, il privato è confessato, inventato, trasposto, esibito, solo perché deve “parlare a tutti”, come un exemplum che dia forza e piacevolezza umoristica al ragionamento (e per altro devo ammettere che molte di queste immagini, almeno nel primo centinaio di pagine, sono riuscitissime). Siti invece non si preoccupa di fare questo, perché non vuole saldare il divario tra individuo e storia, non ha un progetto politico da proporre alla fine del romanzo: il privato non è giustificato dalla costruzione allegorica, il singolo è un soggetto desiderante tra i tanti, e proprio per questo (per i suoi desideri, per i suoi narcisismi, per le sue impotenze) è significativo per tutti (e infatti Troppi paradisi ha molte meno “isole saggistiche” de Il desiderio di essere come tutti). Infine, mi verrebbe da aggiungere, anche in Troppi paradisi vi è un “questionamento” non identico ma analogo, sul privato e il pubblico e sulla esibizione di sé, che riguarda però la forma del reality, i confini permeabili tra “autenticità” e finzione, e che si innesta in un’analoga forma ibrida e “narcisista” come l’autofiction. Non penso che Piccolo voglia rifare Siti: penso che ruotino attorno a domande che nascono dalla stessa realtà politico-sociale e che le affrontino con atteggiamenti e strutture formali diverse.

      (Chiara)

  7. lorenzo marchese ha detto:

    Sì, c’è stata una leggera incomprensione. Intendevo dire che secondo me non c’è né filiazione (non l’avete detto, ma volevo chiarirlo a me stesso) né una vicinanza tanto forte da proporre paralleli stringenti.
    Se però il sugo del ragionamento sta in questa frase:

    nfine, mi verrebbe da aggiungere, anche in Troppi paradisi vi è un “questionamento” non identico ma analogo, sul privato e il pubblico e sulla esibizione di sé, che riguarda però la forma del reality, i confini permeabili tra “autenticità” e finzione, e che si innesta in un’analoga forma ibrida e “narcisista” come l’autofiction. Non penso che Piccolo voglia rifare Siti: penso che ruotino attorno a domande che nascono dalla stessa realtà politico-sociale e che le affrontino con atteggiamenti e strutture formali diverse.

    Non posso che concordare.
    Aggiungerei, come giustamente notato, che in Piccolo c’è molto manierismo nella descrizione delle psicologie, molta sintomatologia privata che fa cortocircuito con la pubblica. Assolutamente sì. Grazie ancora

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