#Strega2014 – La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro

di Redazione

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Questa recensione è comparsa sul numero 65 di Nuovi Argomenti (gennaio/marzo 2014), nella “Rassegna di narrativa italiana” curata collettivamente dalla redazione di 404: File Not Found. La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro (Ponte alle grazie) è tra i dodici finalisti in corsa per il Premio Strega 2014. Sul romanzo di Pecoraro abbiamo pubblicato anche una lunga recensione di Lorenzo Marchese, consultabile qui.

Cosa significa vivere in tempo di pace? È la domanda che si pone l’ingegner Ivo Brandani, attraversando mezzo secolo di storia italiana: dal 1946 ai giorni nostri. La risposta è parziale e soggettiva; per Ivo significa vivere in un tempo fluido, di libertà sessuale, di relativa diffusione del benessere, ma anche di obblighi: la volontà di affermazione professionale che collide con gli ideali della giovinezza, il disgregarsi dei rapporti, la difficoltà delle scelte. Ma soprattutto è un tempo fatto di accelerazioni, in cui gli eventi significativi, come una guerra, sono abbastanza lontani da non richiedere alcun investimento personale.

È un tempo vissuto senza sforzo, in cui la vita procede secondo l’assunto moderno e incontestabile del “non mi riguarda”, “basta che mi lascino vivere” di cui Ivo incarna il valore più passivo: come già il Palomar di Calvino, la sua attività principale è l’osservazione, relegato ai margini della storia anche quando questa lo travolge, come nel caso del suo Sessantotto: «Io non c’entro nulla con tutta questa roba, non è per me, ho paura» (p. 275). Ivo è dominato da un’inerzia che fa di lui un uomo arrabbiato e risentito, che si è presto trovato intrappolato negli schemi che lui stesso, silenziosamente e per interposta persona, ha contestato, come tutta la sua generazione, negli anni delle rivolte studentesche.

Ivo Brandani è un personaggio tipico: sta in mezzo alle cose e agli eventi – rari – che segnano la sua giovinezza, anche se il più delle volte resta estraneo a tutto ciò che lo circonda. Ed è proprio questa componente di incomprensione del presente a sottrarlo alla stereotipia rivelandone i tratti caratteristici, comuni, dell’epoca che si trova a vivere. Questo sdoppiamento è ricalcato da una struttura che si articola secondo una continua alternanza di voci: una narrazione in terza persona, assiduamente interpolata da un flusso di coscienza joyciano che con il procedere della storia acquisisce sempre più i tratti di un riaffiorare della coscienza finora repressa. La vicenda si svolge nel corso di una giornata, il 29 maggio 2015, dalle ore 9.07 a.m. alle 7.45 p.m. I capitoli che riportano nel titolo l’orario non solo scandiscono il tempo della storia, ma sono anche quelli più riflessivi. Qui domina la voce del protagonista, i cui pensieri, inizialmente in forma rarefatta, lentamente acquisiscono maggiore consistenza e consequenzialità. A questi si alternano capitoli dinamici, descrittivi, in cui il vissuto di Ivo emerge sulla pagina in frammenti di memoria, secondo un ordine non cronologico. Ogni storia è solo accennata, il più delle volte non ci è dato sapere come si conclude e qual è il destino dei personaggi che vi si incontrano. In questo arco di tempo si apre un racconto torrenziale che sembra abbracciare tutte le stratificazioni e la complessità del mondo, disponendo sullo stesso piano gli elementi rilevanti e quelli secondari, valorizzati dall’impiego di un lessico specifico (che sia meccanico, marino o biologico). A fare da sponda, una prosa ricca, densa, e un’alternanza continua di registri: dal colloquiale al formale, con parti mimetiche esemplari (come nel capitolo Monsone), dal realistico al grottesco, all’adozione di due marche stilistiche ricorrenti: la & commerciale adoperata in contesti stranianti, e i puntini di sospensione a rendere l’aspetto più introspettivo e ondivago delle riflessioni del protagonista. La vita in tempo di pace, dunque, è una vita soprattutto interiore, un conflitto impossibile da sopire, che non si stempera né con la passione per la vela né con l’assunzione di quattro Tavor al giorno. Questo conflitto Pecoraro lo porta in superficie con notevole padronanza e affabulazione, realizzando un’opera di ampio respiro nella quale affiorano le contraddizioni insanabili di un uomo e di un’epoca che tutto sono, fuorché pacificati.

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