Appassionarsi e resistere: nuova rivista letteraria

di Adriano Masci

copertina

 

Tra punto e punto di un corpo sociale, tra il maestro e il suo allievo, tra chi sa e chi non sa, passano delle relazioni di potere che non sono la proiezione pura e semplice del grande potere sovrano sugli individui; sono piuttosto il mobile e concreto suolo sul quale quel potere si ancora, le condizioni di possibilità perché esso possa funzionare.

Michel Foucault

Tre anni fa nasceva “(nuova rivista) letteraria”, edita da Alegre, ultima grande sfida condotta da Stefano Tassinari, quando già la malattia gli rendeva le cose terribilmente difficili. L’idea di Tassinari, condivisa subito da quanti presero parte al progetto, era di un semestrale di letteratura sociale animato dai contributi di articolisti vari – per lo più scrittori e giornalisti di professione, ma non necessariamente – impegnati, sia pur in forme e con approcci differenti, sul fronte comune di chi considera il lavoro culturale come strumento di indagine e di intervento nel reale. Superato l’ostacolo preliminare della partecipazione, grazie alla non consueta capacità di coinvolgere di Tassinari, l’esperimento di Letteraria va in porto. Marcello Fois, durante la presentazione di un numero monografico della rivista dedicato al fondatore e avvenuta lo scorso anno a Più Libri Più Liberi, ricorda: «la rivista era quanto di più assurdo si potesse pensare. Quando lui [Tassinari ndr] la propose io immediatamente dissi “va bene, chiamiamo un web designer e la facciamo” e lui rispose “ma non ci penso nemmeno, io voglio fare una rivista di carta e la dobbiamo vendere porta a porta”».

I numeri di Letteraria finora usciti sono otto; sulla rivista vengono pubblicate le scritture impegnate di molte penne italiane tra cui: Pino Cacucci, Carlo Lucarelli, Wu Ming, Angelo Ferracuti, Maria Rosa Cutrufelli, Marcello Fois e altri ancora. Ogni numero di Letteraria accoglie una serie di articoli che insistono su un tema, attraverso le varie forme del racconto, dell’inchiesta, del reportage o della lettera aperta. Il filo conduttore degli scritti è senza dubbio un trasporto accorato per la materia sociale e politica di cui teoria e prassi letteraria, oltre al lavoro culturale in senso più esteso, si fanno utili strumenti. Gli articoli di ogni numero sono intervallati da una carrellata di immagini sbiadite; un servizio fotografico per ogni numero, una serie di foto quasi sempre indipendenti dal contesto degli scritti ma facilmente riconducibili al bacino socio-culturale da cui provengono i contenuti che animano Letteraria. Così il lettore può essersi imbattuto in un servizio di Alejandro Ventura sulla dittatura militare in Argentina e i desaparecidos come in un collettaneo fotografico su attori, intellettuali e scrittori transitati a Bologna negli ultimi vent’anni, o ancora negli scatti della Berlino moderna a opera di Nancy Motta o nelle icone della musica blues immortalate da Fabio Trevers e, per altro, presenti nel numero appena uscito.

L’ultimo numero di Letteraria, l’8, parla di scuola e istruzione, e lo fa in un momento stracolmo di emergenze con l’intento di ricordare ai più che se vogliamo salvare e ridare un senso alla scuola e all’istruzione pubblica dobbiamo batterci ora, tutti insieme. Precisamente un anno fa il governo si beava di aver assicurato 223 milioni di euro alle scuole private, oggi quelle pubbliche lottano di giorno in giorno per garantire dei servizi minimi e quello che dovrebbe essere il diritto inalienabile allo studio. Ma non è solo una questione di sfacelo delle strutture e desolazione di finanziamenti, si tratta – anche e di riflesso – di una rassegnazione biblica che ormai, dalle classi degli istituti alle aule degli atenei, rischia di pervadere tutto e tutti. E questa rassegnazione l’ultimo numero di Letteraria la racconta bene e la scandaglia anche nelle sue sfaccettature più ciniche, tipiche di un periodo reazionario – la dittatura del neoliberismo che stiamo vivendo – in cui l’impoverimento economico e culturale è l’arma dei potenti e la disgrazia dei più deboli, e di contro Letteraria esorta insegnanti, lavoratori, studenti e precari ad appassionarsi e resistere. Dicevo di parecchie cose successe che amplificano i contenuti di questo numero.

Nel mondo si respira un’aria sempre peggiore, soprattutto in Europa dove alla crisi greca si aggiunge quella ucraina di ora, e noi continuiamo a farci raccontare sempre le stesse storie alla maniera occidentale, da “esportatori di democrazia” simpatizzanti dei paesi che giocano a fare i potenti e incapaci di osservare le cose da un punto di vista altro, imbevuti di notizie pressappochiste oppure di propagande faziose e xenofobe. Nella fattispecie il modo con cui è stato trattato e strumentalizzato il caso dei Marò e più che mai esemplificativo. Per fortuna però c’è ancora chi si oppone, chi risponde con passione e senso del giusto, come ha fatto Alberto Prunetti con la sua lettera aperta ai suoi studenti indiani del Kerala. Nella lettera Prunetti, vivissimo redattore di Letteraria, parla dell’uso inappropriato della lingua – in questo caso l’italiano – quando essa è l’immediato riflesso di certi pensieri. Pressappochismo e propaganda tendenziosa appunto, e infatti Prunetti invita a diffidare «da chi eccede nell’uso dei possessivi: “la nostra lingua”, “la nostra religione”, “i nostri marò”, “la nostra patria”» perché spesso e volentieri sono gli stessi che scrivono “è andato a Kerala” (che chiaramente non è corretto) ostentando ignoranza e superficialità quando parlano di una realtà altra rispetto alla loro. La lettera si sposta poi dal campo linguistico a quello “semantico” e sottolinea come curiosamente la parola “terrorista” sia stata affibbiata ai manifestanti no-tav senza incorrere in troppe rimostranze da parte dell’opinione pubblica, rimostranze che invece sono state pompate e fomentate dal momento che la stessa accusa è stata rivolta ai marò imputati di aver sparato a due persone innocenti, i pescatori Valentine Jalestine e Ajeesh Binki: «quattro giovani no-tav sono stati accusati da una procura italiana dello stesso reato. Anche loro sono considerati terroristi, eppure non hanno ucciso dei pescatori, ma pare che siano accusati del danneggiamento di un compressore».

Della stessa pasta di questa lettera è anche l’articolo che Prunetti ha scritto per l’ultimo numero di Letteraria: Alla scuola dei dittatori. Con uguale verve e capacità di analisi Prunetti ci racconta delle «scuole di dittatori e di repressori; scuole in cui il fascista è il primo della classe; in cui la tortura si insegna come disciplina e si pratica come attività di laboratorio; in cui si insegna a insegnare con la repressione». Purtroppo non si tratta di letteratura ma della realtà vera e cruda del Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (alias La scuola delle Americhe) i cui corsi si articolano in diversi moduli, dei quali i titoli risultano più che esplicativi: “Elementi generali di intelligenza”, “La minaccia comunista”, “Metodi di interrogatorio”. L’articolo di Prunetti si avvale principalmente di un’intervista fatta da un giornalista a un ex-basco nero allievo di questa scuola, in quanto reperire altre fonti risultava difficile per un istituto che fa capo ai vertici della difesa e dell’esercito statunitense, ma è comunque un racconto tristemente chiarificatore di quanto molto spesso nel mondo sistema educativo e metodi repressivi possano coincidere, e di quanto alcuni modi di pensare possano facilitare la saldatura di questo connubio.

Ancora riguardo certe convergenze, poco tempo fa è uscito su Giap un post che parlava dei Tuareg e delle loro chitarre: musica elettrificata in rapporto con i conflitti che si trovano ad affrontare o dai quali escono. È un altro esempio di spaccato culturale su una realtà e un popolo che non conosciamo ma che può dirci tanto, anche solo attraverso le note di uno strumento. E che la “chitarra è un’arma” anche Letteraria lo sa bene, lo sa perché è lo spirito che gli ha trasmesso il suo fondatore Stefano Tassinari, accorato fan di Hendrix e instancabile performer trans-mediale e in questo ultimo numero il servizio fotografico che scorre in parallelo agli articoli ne è una dimostrazione lampante: una panoramica di scatti raccolti da Fabio Treves sui palchi, istantanee di un musicista a musicisti vari, solo apparentemente scollegate in toto dai contenuti degli articoli perché le chitarre, gli strumenti, possono essere anche un’arma, una forma di resistenza, producono lavoro culturale che non accetta imposizioni.

Ecco, il filo conduttore dell’ultimo numero di Letteraria è proprio questo, ben espresso dall’articolo di apertura di Girolamo De Michele: ripensare il sistema scolastico a partire da come viene percepito dai suoi reagenti interni e esterni, sdoganare una volta per tutte l’impostazione burocrate e il senso di soggezione di certi ambienti, rivalorizzarli per quello che dovrebbero essere davvero; cioè luoghi dove ci si forma per produrre cultura e non per ingabbiarla in griglie di valutazione; luoghi dove non si ostacolano i desideri e invece si stimolano, luoghi dove non ci sia oppressione perché questa non può convivere con la conoscenza, luoghi dove non si insegna col timore reverenziale perché ciò produce un sapere timoroso, luoghi dove ci sia creazione di vita e non anticamere di una società parassitaria e mercantile, luoghi dove apprendere l’autonomia e mai la dipendenza.

Ma l’ultimo numero di Letteraria non è solo appassionata esortazione, è anche viva e lucida analisi di ciò che cambia e quindi invito a capire le nuove forme di comunicazione e il diverso sostrato culturale che caratterizzano le nuove generazioni. Alberto Sebastiani ne parla nel suo articolo Capire il “nuovo” per la scuola 2.0, che indaga gli effetti della digitalizzazione sul sistema scolastico e più in generale l’approccio a forme culturali attraverso nuovi supporti. C’è una canzone di Caparezza che recita «la rete non è Che Guevara anche se si finge tale» e Sebastiani nel suo articolo spiega come il web e la digitalizzazioni siano fenomeni che dobbiamo sforzarci di capire con uno studio privo di preconcetti – come chi demonizza internet – e anche di idolatrie – come chi lo celebra in maniera quasi esoterica. E questo vale tanto più se lo sguardo si rivolge alla scuola dove per bocca di professori e genitori tromboni «si è sempre detto “i videogiochi rendono stupidi”, come prima la televisione e prima ancora i fumetti. Sono media da sempre demonizzati e tendenzialmente esclusi dalla scuola, ma praticati dagli scolari». «Ma praticati dagli scolari», da chi rende vivo e possibile un luogo come la scuola pubblica e quindi merita di essere compreso nelle sue nuove forme di intrattenimento e comunicazione. Nell’ultimo numero di Letteraria si affrontano tutti questi temi con serietà ma, come già detto, con serietà appassionata ben distante da quel fradicio criterio con cui negli ambienti accademici si studia senza mettere mai il naso fuori dalla biblioteca. A smorzare la serietà nello stesso numero è il ghigno ribelle di un racconto di Pino Cacucci che ricorda i bei tempi in cui sulle pareti della classe campeggiavano sentenze come «Dio non ha creato nulla di inutile, ma con le mosche e i professori c’è andato molto vicino» e «i prof. erano così saggi da ignorarle».

Recensire o parlare di una rivista non è facile, si rischia di descrivere qualcosa che descrive e perdersi in una spirale poco pregnante. E probabilmente è quello che è successo a me ora parlandovi di queste cose. Tuttavia l’ho fatto perché erano più gli stimoli che i rischi: agli articoli che ho accennato – una selezione assolutamente soggettiva – se ne aggiungono molti altri dello stesso spessore e animati dalla stessa verve. In un periodo in cui le riviste letterarie cartacee entrano a buon diritto nella lista degli “a rischio estinzione”, Letteraria dice la sua e lo fa in maniera ambiziosa. Se è vero che la scuola e l’istruzione sono in crisi non è vero che le cose non possono cambiare rotta e il lavoro culturale di cui si fa carico e che auspica Letteraria è un buon modo per rendersene conto. C’è un momento per adagiarsi e godersi i tempi morti e uno per appassionarsi, forse ora è quello in cui insegnanti e studenti tornino ad appassionarsi insieme ma ricordandosi che, per dirla ancora con Prunetti, «non ci si deve alzare quando il prof. entra in classe».

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