Violenza di genere e femminicidio: il caso messicano

di Lara Tavolilla

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Tra il 2012 e il 2013 Lara Tavolilla ha svolto un periodo di ricerca in Messico, per  approfondire sul campo il tema della violenza di genere, consultando diversi documenti, articoli, riviste e rapporti. Da questa esperienza nasce il presente articolo, estratto del lavoro realizzato da Tavolilla come tesi di laurea, e l’intervista a Marisela Ortiz Rivera che potete leggere qui.

In Messico, e praticamente in tutta l’America Centrale e l’America Latina, la discriminazione delle donne è una questione di forte attualità, che fonda le sue radici nei modelli patriarcali. Nonostante la giurisdizione sia stata ampiamente – e costantemente – modificata al fine di salvaguardare i diritti delle donne, non si è ancora riusciti a sradicare un problema che colpisce la società nel suo insieme, oltre a minacciare l’intero progresso del paese. Come scrive Matthias Nowak, nell’articolo Femicide: A global problem, «about 66,000 women and girls are violently killed every year, accounting for approximately 17 per cent of all victims of intentional homicides».
Secondo quanto dichiarato dalle Nazioni Unite, il Messico risulta uno dei paesi latinoamericani con il maggior numero di casi di violenza sessuale a carattere machista1. Sulla base di queste fonti, il 40% delle donne nel paese soffre o si trova costantemente esposto a questo tipo di violenza. Certo, negli ultimi anni, il Messico ha raggiunto numerosi e importanti progressi a livello legislativo, se consideriamo l’elaborazione di leggi quali la «Ley de Igualdad entre Hombres y Mujeres» firmata nel 2006, o la «Ley de Acceso de las mujeres a una Vida Libre de Violencia» del 2007, o ancora le diverse riforme come quella riguardante la Costituzione in Materia di Diritti Umani. Inoltre, nel 2012 il Messico ha modificato il Codice Penale Federale includendovi le sanzioni ai delitti per feminicidio. Tuttavia queste riforme non hanno portato effettivi progressi materiali: in molti casi gli strumenti legislativi non vengono applicati correttamente, poiché le istituzioni incaricate vivono all’ombra della corruzione e dell’illegalità. Esiste, dunque, una sorta di normalizzazione culturale, un’accettazione sociale, della violenza sessuale e di genere. La vergogna delle vittime e il timore di scatenare rappresaglie degli aggressori fanno sì che questi delitti, il più delle volte, non siano denunciati o riconosciuti come tali dalla vittima o dal responsabile. Nonostante il numero delle denunce abbia registrato un costante aumento a partire dall’apertura delle agencias especializadas, si stima che solo una su dieci violazioni vengano presentate dinanzi alla legge2 (e spesso, queste stesse, non vengono portate a termine).

In un contesto di violenza generalizzata come quello in cui vive il Messico, la violenza contro le donne deve essere considerata alla stregua di un crimine organizzato che ha visto un incremento decisivo negli ultimi anni e nei confronti del quale la struttura normativa si dimostra incapace di garantire la sicurezza degli abitanti. Il rispetto dei diritti umani, tanto delle donne quanto degli uomini, è drasticamente diminuito: nel primo caso, nello specifico, si sono inasprite forme storiche di discriminazione e violenza basate sul genere, si vedano ad esempio gli effetti  sulla vita delle donne provocati dalla militarizzazione del paese negli anni ’90 per la lotta al narcotraffico, oltre che, già a partire dagli anni ’80, dall’approccio sempre più militare nel tentativo di fermare l’emigrazione dal paese.

Un chiaro esempio è rappresentato dallo Stato di Chihuahua, dove un’analisi sull’accesso alla giustizia, elaborata dal Centro per i Diritti Umani delle Donne, conferma come lo Stato non sia riuscito ad arginare le conseguenze della militarizzazione del nord del paese, tra i quali l’aumento di abusi sessuali sulle donne a opera di militari, abusi che, nella maggior parte, rimangono impuniti. Il CEDEHM (Centro de los Derechos Humanos de las Mujeres) è a conoscenza di 18 casi di violazione sessuale contro donne per opera di uomini armati nello Stato di Chihuahua tra il 2008 e il 2010. Nella stessa entità federale, tra il 2009 e il 2011, si è registrato un aumento dei casi di femminicidio per un totale di 916 donne uccise (204 nell’anno 2009, 370 nell’anno 2010 e 342 nel 2011).

Messico, cifre e statistiche

In Messico, secondo alcuni dati diffusi dall’Istituto Nazionale di Statistica e Geografia, sono state assassinate 12.636 donne nel periodo che va dal 2000 al 2009. L’Osservatorio Cittadino Nazionale del Femminicidio ha documentato i casi di femminicidio in diciassette3 delle trentadue entità federali della Repubblica, segnalando l’allarmante aumento del numero delle vittime. Infatti, secondo i dati dell’Organizzazione, tra gennaio del 2007 e dicembre del 2008, sono morte di «estrema violenza» 1.221 donne; mentre nel periodo più breve tra gennaio del 2009 e giugno del 2010, le assassinate erano già 1.728.

È importante tuttavia ricordare che ad oggi la Repubblica messicana non riporta cifre attendibili che permettano di stimare l’effettiva entità del fenomeno. I dati ufficiali gestiti da alcuni organi di governo, come le Procure di Giustizia Statali, non coincidono affatto con le cifre diffuse dalle istanze federali, né tanto meno con quelle gestite dalle diverse organizzazioni che si occupano di tutela e protezione delle donne, e, più in generale, di diritti umani. In molte occasioni i dati non vengono classificati sulla base del sesso, né della tipologia del reato, e non esiste alcuna informazione disponibile circa il numero di omicidi dolosi, le cause della morte e lo stato delle  vittime al momento del ritrovamento. È ancora più preoccupante come, in molti casi, l’informazione non sia prodotta dalle istituzioni competenti, ed esista da parte delle autorità stesse una grande reticenza nel fornirla, anche sotto sollecitazione. A tal proposito, Ana Güezmes, rappresentante di UN Women e direttrice regionale dell’agenzia dell’ONU «Donne in Messico, Centro America, Cuba e Repubblica Domenicana», ricorda come un vero confronto con il fenomeno in Messico, rispetto ad altri paesi appartenenti alle Nazioni Unite, sia reso impossibile dall’inesistenza di una documentazione statistica a livello internazionale4.

Femminicidio, storia di una categoria recente

Oggi, il tema del femminicidio in Messico rappresenta, insieme al narcotraffico, una delle  questioni di sicurezza interna più dibattute. Il termine «femminicidio» è stato introdotto per la prima volta nel 1992 da Diana Russell, sociologa e criminologa femminista statunitense, la prima studiosa ad aver ricostruito la storia del termine (femicide) e a connotarlo politicamente, attribuendogli un significato che trascende il senso generico di “omicidio di donne”. Diana Russell e Jill Radford definiscono il femicide «the misogynous killing of women by men»5; nel 2001 Russell propone di estendere la definizione di femicide a tutte le forme di uccisioni sessiste nei confronti delle donne. La studiosa dunque offre una definizione di femicide che abbraccia diverse condotte, tutte caratterizzate dal fatto di avere come conseguenza diretta la morte della donna6.
Dopo Russell, Marcela Lagarde, professoressa, antropologa, femminista messicana, nonché presidente de «Red de Investigadoras por la Vida y la Libertad de las Mujeres», ha continuato a sviluppare tale categoria fino a elaborare un concetto nuovo e più ampio, quello di feminicidio, che forse meglio si adattava a spiegare uno stato di violenza patriarcale impunita e di machismo diffuso, come quello che caratterizzava il Messico. Come afferma Lagarde, valutando che la traduzione di femicide è femicidio: «Transité de femicide a feminicidio, porque en castellano femicidio es una voz homóloga a homicidio y sólo significa asesinato de mujer» («Ho preferito cambiare il termine femicidioa feminicidio perché in castigliano il primo risulta l’equivalente al termine omicidio, il cui significato è esclusivamente omicidio di donna», traduzione mia)7. Lagarde si discosta, così, dalla definizione di femicide offerta dalla Russell, ampliandola ed estendendola anche a tutte quelle condizioni in cui la violenza è tale da provocare l’annientamento fisico o psicologico della personalità femminile.

Femminilizzazione del lavoro e machismo ofendido

La società messicana si contraddistingue per un alto livello di violenza di genere radicata nella vita quotidiana; la discriminazione di genere in Messico non solo si riflette nelle differenti opportunità educative, in un peggior impiego lavorativo (o addirittura nella totale disoccupazione) e in un salario più basso per giovani e adulte, ma anche nel considerare la violenza contro le donne come un fenomeno normale o, per lo meno, giustificabile. Tuttavia, la forma estrema di violenza rappresentata dal femminicidio non minaccia allo stesso modo i diversi ceti sociali. La probabilità di esserne vittima è particolarmente alta in determinati contesti sociali, ovvero quelli in cui regna la povertà, l’emarginazione e l’esclusione dall’educazione.
A tal proposito, Arteaga e Valdés8, prendendo in considerazione gli indicatori socioeconomici, dubitano che i femminicidi possano essere effetto esclusivo e generale della struttura del machismo. I due studiosi, infatti, sostengono che la violenza contro le donne debba situarsi nel contesto sociale dei cambiamenti della sessualità femminile, così come nel loro crescente impiego lavorativo, cosa che inevitabilmente ha portato all’eliminazione della classica divisione dei generi. Il femminicidio può allora essere considerato una conseguenza del machismo ofendido, una sorta di orgoglio maschile offeso, che non accetta un ruolo della donna superiore a quello maschile, e desidera, al contrario, salvaguardare i principi tradizionali che hanno da sempre caratterizzato le relazioni di genere.

Questo risulta particolarmente visibile a Ciudad Juárez, cittadina messicana nello Stato di Chihuahua, a ridosso del confine con gli Stati Uniti. Ciudad Juárez da anni è tristemente nota non solo per essere la città simbolo della criminalità organizzata, ma anche per le centinaia e centinaia di ragazze che, dal 1993, vengono rapite e uccise. Qui, infatti, con l’impiego massiccio di donne nelle maquiladoras9, così come con il recesso simultaneo dei mestieri tradizionali e della piccola impresa, sono cambiati i ruoli di genere nella misura in cui gli uomini non rappresentano più il sostegno principale della famiglia e le donne hanno più mobilità nello spazio pubblico, anziché incaricarsi solo ed esclusivamente della casa e dei figli. Proprio come conseguenza di tale processo di trasformazione, la violenza domestica sembra improvvisamente essere aumentata nella città. La partecipazione delle donne alla sfera pubblica e il loro impegno politico generalmente non sono accettati e, il più delle volte, vengono repressi per mezzo della violenza.

Il caso di Ciudad Juárez in prospettiva

Il caso di Ciudad Juárez è il più discusso, sebbene il fenomeno sia diffuso in tutta la Repubblica messicana. A tal proposito, quotidianamente si viene a conoscenza di assassinii di donne nello Stato del Messico (l’entità federale con capoluogo Toluca de Lerdo) anche se, sfortunatamente, il più delle volte queste storie vengono dimenticate. Le statistiche disponibili dimostrano infatti che in questa regione – la più popolata del paese – il numero di donne vittime di morte violenta a causa della loro condizione di genere è altissimo; il governo statale continua invece a negare sistematicamente la gravità del problema, nonostante si quantifichino 3.000 assassinii tra il 2000 e il 2009.
Analizzando i vari dati sembra che, almeno negli ultimi anni, il numero delle morti nello Stato del Messico sia maggiore rispetto a quello di Ciudad Juárez. Così dicono i numeri. Nello Stato del Messico, la Segreteria del Ministero della Salutedel governo federale ha registrato tra il 2000 e il 2009 la morte per aggressione di 2.881 donne. In questo stesso periodo, in tutto lo Stato di Chihuahua, non solo a Ciudad Juárez, sono state assassinate 843 donne: tre volte meno. Il governo ha giustificato la situazione ricordando che il suo Stato è il più popoloso della Repubblica – vi vive infatti circa il 15% di tutti i messicani. Tuttavia, nuovamente, sono le cifre a parlare.
In una dozzina di municipi dello Stato del Messico, l’indice di assassinii di donne durante l’ultima decade risulta superiore a quello di Ciudad Juárez (6.4 assassinii per ogni 100 mila donne). Così in 107 dei 125 municipi dello stato il tasso di omicidi è maggiore della media nazionale (2.4 morti per ogni 100 mila donne). Lo Stato del Messico, ad oggi, è considerato per questo uno degli Stati del paese con maggiore violenza di genere, cosa che dimostra una persistenza della discriminazione e della misoginia, nonché una mancata amministrazione della giustizia. A tal proposito, María de la Luz Estrada Mendoza, coordinatrice dell’Osservatorio Cittadino Nazionale del Femminicidio, sottolinea come questi assassinii vogliano trasmettere un preciso messaggio, e cioè: «en ese estado se puede asesinar una mujer al amparo de la impunidad» («in questo Stato chiunque può assassinare una donna senza doversi preoccupare di conseguenze giudiziarie», traduzione mia). Nella lista delle entità federali in cui il tasso di violenza verso le donne è molto elevato troviamo, oltre al già accennato Chihuahua, anche Sinaloa e Tamaulipas.
Lo Stato di Chihuahua, quindi, nonostante numericamente parlando non sia tra gli Stati più violenti del Paese, è stato preso di mira dai media internazionali che lo hanno etichettato come epicentro del fenomeno, rendendolo oggetto di numerosi documentari, film e libri di testo. Sfortunatamente, è un dato di fatto che il femminicidio sia una realtà ricorrente in molti territori del mondo; eppure alcuni casi come quello di Ciudad Juárez sono diventati dei veri casi mediatici, a differenza della scarsa informazione concernente altre zone del mondo o anche zone dello stesso territorio messicano che si trovano in situazioni simili, se non peggiori. Difficilmente, dopo un’indagine approfondita, Ciudad Juárez potrebbe essere infatti considerata l’entità federale con più assassinii di donne.

La mediatizzazione e la frontiera

Tuttavia, due aspetti fondamentali caratterizzano in modo particolare il caso di Ciudad Juárez. In primo luogo, un elemento che contraddistingue la maggior parte di questi omicidi è la scomparsa di queste donne, e il successivo ritrovamento dei corpi in luoghi pubblici con segni evidenti di violenza estrema e, in molti casi, mutilazioni (quasi come si fosse stabilizzato nel tempo un modus operandi). In secondo luogo, Ciudad Juárez ha messo in evidenza un attivismo collettivo e organizzato, sconosciuto in altre zone del Messico o in altri paesi, dove invece le denunce rimangono il più delle volte a carattere individuale, ottenendo minore risonanza nella sfera pubblica.

Nello specifico, è necessario menzionare due casi particolari: la morte della giovane olandese Hester van Nierop, assassinata brutalmente a Ciudad Juárez il 20 settembre del 1998, ritrovata nuda, strangolata, nascosta sotto il letto di una camera dell’hotel Plaza Juárez, un albergo in pieno centro, a pochi metri dalla frontiera e da uno dei ponti internazionali; e la sentenza “Campo Algodonero10 emessa dalla Corte Interamericana per i Diritti Umani il 10 dicembre del 2009, volta a sancire la responsabilità dello Stato messicano per i femminicidi avvenuti sul suo territorio. In entrambi i casi, indubbiamente, l’interesse internazionale e l’attenzione di attivisti e organizzazioni non governative si sono fatti sentire maggiormente.
Va ricordato, infine, come negli ultimi anni la città sia stata il palcoscenico di numerosi crimini discussi in tutte le reti internazionali. Diversi avvocati, infatti, e talvolta i loro familiari, sono stati assassinati o hanno subito attentati; numerosi giudici, procuratori, giornalisti, dal canto loro, hanno ricevuto minacce di morte con l’obiettivo di costringerli ad abbandonare le inchieste sugli omicidi delle donne. È proprio quello che è successo all’attivista Marisela Ortiz Escobedo, assassinata durante una sua protesta dinanzi al Palazzo del Governo. Numerose sonostate anche le minacce e gli attacchi alle attiviste fondatrici dell’Organizzazione “Nuestra Hijas de Regreso a Casa”, Marisela Ortiz Rivera e Norma Esther Andrade.
Un’altra caratteristica rilevante è la posizione di Ciudad Juárez, situata alla frontiera tra Messico e Stati Uniti, che segna una separazione netta tra due paesi con un forte divario economico. Quello che avviene qui succede in realtà in molti altri paesi di frontiera, ma la differenza principale è, appunto, la grande risonanza mediatica avuta dalla città. La corruzione presente a Ciudad Juárez è ancora più forte ed evidente rispetto alle altre città del paese, probabilmente perché, in parte, ne sono coinvolti anche gli Stati Uniti. È possibile riscontrare l’esistenza di numerosi fattori di rischio: un’immensa quantità di case chiuse e, in generale, un consolidato turismo sessuale. Ovviamente, è facilmente intuibile che laddove sia presente una marcata disparità nelle condizioni di vita il contesto sociale si presti facilmente alle attività illegali e alla corruzione.

Un elemento da non sottovalutare, inoltre, è come la frontiera sia un luogo strategico per  numerose imprese transnazionali, le quali, nel corso degli anni, vi hanno installato le proprie fabbriche (le cosiddette maquiladoras). Precisamente, tali imprese prediligono i paesisottosviluppati poiché qui non vengono rispettati i diritti dei lavoratori, e le autorità locali non impongono il rispetto di tali diritti o delle norme ambientali. Manodopera a basso costo e nessun obbligo nei confronti dei lavoratori rappresentano un evidente risparmio economico.

Le maquiladoras e le relazioni di genere

È innegabile il collegamento tra queste industrie e la grande ondata di violenza di genere che vede la sua origine negli anni ’90; per capire meglio il mutamento in questione è importante conoscere le origini di questo sistema industriale e l’impatto avuto sulla vita delle donne juarensi.
L’entrata ufficiale delle industrie maquiladoras nel territorio messicano avvenne nel 1965 con il cosiddetto Programa de Industrialización Fronteriza (Border Industrialization Program). Da quel momento, numerose industrie nordamericane si sono stabilite nelle principali città della frontiera nord del Messico, con l’obiettivo di ridurre i costi di produzione attraverso l’impiego di manodopera economica. Questi stabilimenti che ebbero la loro definitiva affermazione con la firma del NAFTA  (North American Free Trade Agreement) e l’abbattimento dei dazi doganali tra Messico, Stati Uniti e Canada. L’industria maquiladora è così diventata il settore industriale più attivo, non solo nelle regioni di frontiera ma in tutto il paese.
Una volta stabilitesi alla frontiera nord del Messico le maquiladoras si sono caratterizzate per la loro preferenza nell’assumere giovani donne. Il comportamento delle maquiladoras nel corso degli anni dimostra che non sono mai avvenuti cambi sostanziali nelle politiche di impiego. Tuttavia, a partire dagli anni ’90, si assiste a una maggior partecipazione dell’uomo in quelle aree dalle quali inizialmente era escluso. Come segnala Wilson «as the maquiladoras proliferated […], unemployed or underemployed Mexican male heads of household and their young, single, and recently married sons, sought work in the maquiladora plants»11. Ad ogni modo, il fatto che queste industrie utilizzassero in passato, e in parte anche oggi, solo donne, non è esclusivo del caso Messicano; diversi studi sono arrivati alla conclusione che esiste una tendenza generale delle maquiladoras a utilizzare un settore specifico di lavoratori, principalmente non qualificato, giovane e dipendente economicamente dalla famiglia.
Sono varie le ragioni che spiegano questa femminilizzazione della maquila, alcune delle quali riguardano la concezione stessa della donna. Gli amministratori, i capi e gli imprenditori delle maquiladoras juarensi hanno giustificato più volte la massiccia presenza di donne con la loro abilità e pazienza, la produttività e precisione, la capacità delle donne di resistere maggior tempo sedute eseguendo lo stesso lavoro durante una giornata lavorativa.
Altre ragioni sono strettamente legate alle condizioni lavorative e a una politica imprenditoriale volta all’abbattimento dei costi di produzione. Se si considerano il contesto economico sfavorevole degli anni ’80 e l’alto tasso di disoccupazione, si comprende bene come le donne si siano viste obbligate ad accettare i lavori disponibili, indipendentemente dalle condizioni offerte. Le maquiladoras hanno quindi saputo approfittare delle poche opzioni a disposizione delle donne, considerate docili e facilmente controllabili, inclini ad accettare salari più bassi12.
La diffusione delle maquiladoras ha portato con sé un cambio di ruoli decisivo nelle interrelazioni di genere. Le maquiladoras hanno incorporato la donna nel mercato del lavoro, generando così una “femminilizzazione” del processo produttivo; tutte le donne e le ragazze che hanno lasciato la propria città natale per raggiungere Ciudad Juárez alla ricerca di un lavoro, hanno cominciato a godere di una certa indipendenza – sebbene lo stipendio fosse minimo – che gli ha permesso  di avere entrate proprie e una relativa autonomia.
È proprio questo a destabilizzare la posizione dell’uomo all’interno di un consolidato modello patriarcale, forzando un cambiamento nelle relazioni di genere. Questo cambio di ruoli può sfociare in casi di violenza tanto nelle relazioni familiari quanto in quelle lavorative e sociali, qualora l’uomo non riesca a gestire e accettare il cambiamento. Avvertire il proprio ruolo trasformato può infatti degenerare in un sentimento di frustrazione che si traduce nell’uso della violenza con il mero fine di mantenere una posizione di controllo e di dominio tipica del patriarcato.
Questo mutamento della struttura sociale non può certo essere considerato l‘unica causa del femminicidio, ma può sicuramente essere ritenuto un elemento contestuale che contribuisce a spiegare il fenomeno. Come osserva la deputata federale Teresa Incháustegui13, dinanzi alle nuove opportunità di accedere a risorse economiche o a un impiego, si crea una sorta di desiderio di vendetta maschile, la volontà di imporre un castigo alle donne che trasgrediscono le forme tradizionali.

Tipizzare il femminicidio

Da quanto detto fin qui è evidente la necessità di tipizzare il reato di femminicidio, o più in generale di inserire la violenza di genere nel quadro della violazione dei diritti umani. Ciò deve avvenire con un’intenzione ben precisa: categorizzare vuol dire rendere visibili tutti quei casi che non possono più considerarsi semplicemente “borderline” – tanto quelli di Ciudad Juàrez quanto la violenza quotidiana e silenziosa che si opera nelle nostre case.
Nominare il femminicidio non serve a porre su due piani diversi l’uomo in quanto maschio e la donna. L’origine del termine femminicidio non è accidentale, tanto meno deve considerarsi una bolla mediatica, alimentata da un’eccessiva esaltazione da parte dei giornali e da un uso distorto dei dati statistici. Non si tratta dell’omicidio di una persona di sesso femminile, a cui possono essere riconosciute aggravanti individuali, ma di un delitto che trova i suoi profondi motivi in una cultura fondata sul patriarcato.
Sebbene spesso si tenda a semplificarne la natura, il femminicidio non deve coincidere necessariamente con la sua manifestazione estrema, ovvero l’uccisione della vittima, al contrario può comprendere, proprio come affermato da Marcela Lagarde, qualsiasi forma di violenza  esercitata sulle donne che possa minacciarne la capacità di decisione e autodeterminazione.La presenza del tema del femminicidio nel dibattito contemporaneo non indica dunque un fenomeno nuovo, ma rinvia eventualmente a una maggior sensibilità sul tema. Non vedere, onon voler vedere una cosa,non vuol dire che essa non esista.
Ecco perché, in questo contesto, parlare di femminicidio non deve essere considerato un eccesso, al contrario, sembra essere l’unico modo per poter avviare una strategia efficace che possa realmente porre un freno a questa catena di eventi che compongono un fenomeno più ampio.

In Messico, così come in altri paesi del mondo14, si è aperto qualche anno fa il dibattito sulla necessità di tipizzare il femminicidio quale delitto autonomo, in quanto avente caratteristiche e specificità che lo differenziano da altri tipi di omicidi. Considerare l’assassinio di donne solo un’aggravante può deviare l’attenzione del tema di fondo: l’esistenza di una violenza estrema, strutturale e sistematica contro questi soggetti, i loro corpi e la loro dignità, all’interno di un contesto in cui prevale una cultura machista, sessista e misogina che non solo le discrimina e nega loro qualsiasi diritto, ma nasconde, tollera e minimizza tali crimini, per di più nascosti da autorità corrotte, leggi ambigue o carenti di meccanismi che diano risultati concreti.


1. Il machismo è un atteggiamento maschile di ostentata virilità che si manifesta attraverso comportamenti aggressivi. La parola macho deriva dallo spagnolo, il cui significato originario è maschio, oppure, utilizzato in senso metaforico, virile. Alcune volte il termine è utilizzato anche come sinonimo di maschilismo.
2.Irma Saucedo, “De la amplitud discursiva a la concreción de las acciones: los aportes del feminismo a la conceptualización de la violencia”, Estudios sobre las mujeres y las relaciones de género en México: aportes desde diversas disciplinas. México, COLMEX, 2002.
3. Chihuahua, Nuevo León, Sinaloa, Sonora e Tamaulipas (regione Nord); Distretto Federale, Estado de México, Guanajuato, Jalisco, Morelos e Tlaxcala (regione Centro e Bajío); e Tabasco e Yucatán (regione Sud).
4. La Legge Generale di Accesso alle Donne a una Vita Libera dalla Violenza stabilisce la creazione della Banca Nazionale di Dati e Informazione sui Casi di Violenza contro le Donne (BANAVIM), con l’obiettivo di poter usufruire di una base di dati a carattere nazionale sui casi di violenza contro le donne.Due anni più tardi, il 16 aprile del 2009, viene pubblicato nel Diario Ufficiale della Federazione un accordo mediante il quale la Segreteria di Sicurezza Pubblica stabilì i principi di funzionamento e di operazione del BANAVIM, e nell’anno 2010 la Camera dei Deputati ha stanziato 15.3 milioni di pesos per la sua esecuzione. Tuttavia, la sistematizzazione dei dati e delle statistiche non è stata ancora possibile poiché, come affermato dalla stessa Segreteria di Sicurezza Pubblica, la maggior parte degli Stati della Repubblica non sta fornendo una corretta informazione sui casi di violenza contro le donne avvenuti nei propri territori.
5. Jill Radford, Diana E.H. Russell,Femicide: The Politics of Woman Killing, Introduzione.
6. Diana E.H. Russell, Roberta A. Harmes, Femicide in global perspective, Teachers College Press, Teachers College, Columbia University, 2001, p. 14.
7. Marcela Lagarde y de los Ríos, Por la vida y libertad de las mujeres, fin al feminicidio, Puebla, México: Consejería jurídica del ejecutivo estatal, 2004, p. 11.
8. Nelson Arteaga Botello e Jimena Valdés Figueroa, hanno vinto il Premio Iberoamericano in Scienze Sociali presso l’UNAM con la seguente tematica «Qué hay detrás de los feminicidios? Una lectura sobre sus redes sociales y culturales y la construcción de nuevas subjetividades». Il loro studio è citato in Eva Bräth,  Feminicidios en México. Organizaciones de derechos de las mujeres y derechos humanos luchan contra la “cultura del silencio”, agosto 01, 2011. Disponibile qui.
9. Quando menzioniamo l’industria maquiladora ci riferiamo a stabilimenti di assemblaggi stabiliti in Messico, tutti accomunati dalle seguenti caratteristiche: a) filiali di imprese statunitensi o industrie contrattate, sia di capitale nazionale sia di capitale straniero; b) si dedicano all’assemblaggio di componenti e/o alla lavorazione di materie prime, sia di prodotti intermedi sia di prodotti finali; c) importano dagli Stati Uniti quasi la totalità delle materie prime e/o componenti che vengono utilizzati nella produzione, e una volta terminato il processo di maquila, inviano tali prodotti a quello stesso paese, e d) prevedono orari intensivi di lavoro.
10. Tra il 6 e il 7 novembre del 2001 furono ritrovati, in quello che viene conosciuto come Campo Algodonero di Ciudad Juárez, otto corpi femminili in uno stato avanzato di decomposizione. Dopo la loro uccisione, i corpi sono stati successivamente buttati in questo terreno, situato di fronte alle installazioni dell’Associazione delle Maquiladoras di Ciudad Juárez nelle quali lavoravano molte delle vittime di femminicidio, con la chiara intenzione di provocare, scarnire e minacciare le altre donne lavoratrici presso quelle imprese. In occasione di questa tragedia il sistema giuridico messicano ha mostrato le sue forti carenze. Difatti, dal momento in cui apparvero in quel terreno le otto vittime, non solo furono evidenti i limiti di coloro che procedettero alle indagini, ma altresì la negligenza, il disprezzo verso le vittime e, in molti casi, un sospettoso occultamentoLe famiglie delle tre vittime manifestarono alla Commissione Interamericana la loro volontà nel sottomettere il caso alla giurisdizione della Corte Interamericana dei Diritti Umani, affinché, per la prima volta, un Tribunale potesse ascoltare le loro richieste.La Commissione invitò la Corte a dichiarare lo Stato messicano responsabile per non aver adottato le giuste misure volte ad eliminare la violenza contro le donne (Belém do Pará) e per la violazione dei diritti affermati nella Convenzione Americana sui Diritti Umani: art. 4 (diritto alla vita), art. 5 (diritto ad un trattamento umano), art. 7 (diritto alla libertà personale)), art. 8 (diritto ad un processo equo), art. 19 (diritti dell’infanzia), art. 25 (protezione giudiziaria).
11. Tamar Diana Wilson, “The Masculinization of the Mexican Maquiladoras”, Review of Radical Political Economics Winter, 2002, p. 10.
12. Jorge Carrillo, Alberto Hernández, Mujeres fronterizas en la industria maquiladora, Consejo Nacional de Fomento Educativo; Dirección General de Publicaciones de la SEP, México, 1985.
13. Teresa Inchàusteghi è Presidente della Commissione legislativa per il perseguimento dei femminicidi nel paese, ex funzionaria dell’Istituto Nazionale delle Donne e professoressa presso il Collegio del Messico, dove si occupa di gender studies.
14. In Italia, per esempio, a partire da giugno 2013, il Senato ha approvato all’unanimità e in via definitiva la ratifica della Convenzionedel Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (detta anche Convenzione Istanbul).Con la ratifica dell’Italia, successiva a quella del Montenegro, Albania, Turchia e Portogallo, per poter entrare in vigore questa dovrà essere approvata da dieci Stati, di cui almeno otto appartenenti al Consiglio d’Europa.

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