Bonsai #35 – Demetrio Paolin, Non fate troppi pettegolezzi

di Francesca Fiorletta

Paolin immagine

«Se proprio gli si dovesse chiedere una definizione, l’autore direbbe che questo è il suo esame di coscienza».
Così Demetrio Paolin, nella nota introduttiva a uno dei testi più articolati e complessi che io abbia letto nell’ultimo anno: Non fate troppi pettegolezzi. La mia dipendenza dalla scrittura (LiberAria Editrice, 2014).
Parlo di complessità, non per lasciare a intendere una qualche sottesa difficoltà di comprensione: questo libro si lascia infatti capire, visceralmente, in modo molto intimo e raffinato, fin dalle primissime pagine. È un libro che oserei anzi definire immediato, assolutamente puntuale e sì, mi si conceda un piccolo azzardo: illuminante.
Quattro scorci su quattro importanti autori del Novecento italiano, Cesare Pavese, Emilio Salgari, Primo Levi e Franco Lucentini; quattro discese agli inferi, e negli inferi più privati delle loro opere letterarie, fin dentro alle loro officine di scrittura, durante i lunghi pomeriggi assolati e nostalgici, passati dietro a una scrivania polverosa, a maneggiare carte e documenti, oppure anche a passeggio lungo i ponti e le stradine esoteriche di una Torino misteriosa, inenarrabile.
Una Torino dal cielo di vetro e dalla luce profonda, che sembra sempre intrisa della sostanza più propria dell’altrove, che ama raccontare il suo passato mitico con l’ausilio dei vicoli bagnati, dei ciottoli chiari, delle scarpe dei passanti, dei rumori del traffico, della quiete irreale di un giorno di sosta, e ancora dei parchi vivaci, dei palazzi nobiliari, delle case antiche. Case, per la precisione, in cui hanno vissuto anche i nostri quattro scrittori, appunto; cieli sotto i quali i nostri quattro scrittori hanno concepito e messo in atto la loro personalissima, eppure così tanto storicizzata, visione dell’arte, del mondo, della vita e, dunque, finalmente, della morte.
Non fate troppi pettegolezzi è certo il titolo del libro, ma è anche la vergata conclusiva del celeberrimo biglietto che Cesare Pavese lasciò ai suoi congiunti, ai suoi sodali come ai suoi non estimatori, poco prima di togliersi la vita. Un testamento ideologico, prima ancora che politico, sentitamente umano. Stessa sorte, seppure ovviamente con modalità e in circostanze differenti, toccò come ben sappiamo agli altri suoi tre colleghi.
La discesa agli inferi di cui parlavo, dunque, è perfettamente radicata in questo testo, e viene alla luce in ogni pagina, sotto forma di immagini urgenti e pressoché oniriche, eppure dannatamente reali, lasciando emergere, per paradosso, il senso claustrofobico del vuoto esistenziale, da ogni più specifico ricordo, da ogni minuzioso dettaglio critico che traspare delle opere prese in esame. Perché questo, ricordiamo, è anche in parte un testo di critica letteraria, come è anche in parte una raccolta di piccole, delicatissime eppure laceranti narrazioni su quattro autori brillanti e, oserei dire, necessari quanto sfibrati dalla storia e dalla cultura italiana tutta; questo libro è una passeggiata torinese che difficilmente stanca, che si vorrebbe anzi prolungare il più a lungo possibile; ed è, a sua volta, un onesto e rispettoso biglietto di ringraziamenti, che l’autore sceglie di scrivere alla sua città, ai suoi autori di riferimento, e anche un po’, palesemente, a se stesso.
Il sottotitolo del libro ci mette già sulla buona strada: La mia dipendenza dalla scrittura. Se è forse fin troppo semplice trovare autori che utilizzano i loro libri come speculo ombelicale per mettere a nudo loro stessi, aspettandosi e pretendendo anche di deliziare un pubblico attento di lettori voyeur, sempre avidi e proni alle strategie letterarie del suffragio consolatorio, Demetrio Paolin sembra qui rovesciare esattamente questa probabilmente insana, sebbene ormai da tempo connaturata, abitudine dell’animo umano.
La sua atroce confessione di dipendenza l’autore se la mette per iscritto, e si rilegge continuamente, rileggendo con perizia e grande acume quelli che sono e sono stati nel tempo i suoi fari letterari; eppure non sembra cercare alcun biasimo dal lettore, non concede il minimo respiro nemmeno a se stesso, anzi, a maggior ragione è il suo specifico percorso di scrittura ad essere messo, per contrasto, perennemente in discussione. Sua la discesa agli inferi, sua la Torino malinconica e struggente, suoi i ricordi dell’appartamento di Emilio Salgari, che «si ossessionava» degli aromi della cucina di sua moglie e che lavorava alacremente per «preservarsi dai pensieri funesti»; sua l’impressione che Cesare Pavese «parli dando le spalle a tutto ciò che è accaduto nella sua esistenza, e sia qui sulle colline a cercare una ragione, l’ultima»; sua la vergogna, emotiva e fisica, provata nelle stanze del Museo Ebraico di Berlino, pensando a Primo Levi e a quella paura che «viene dal freddo e il freddo viene dal male, che ci fa sentire nudi»; suo il dramma che rintraccia in Franco Lucentini, «che le parole non saranno mai uguali ai pensieri e alla vita che abbiamo davanti ai nostri occhi mortali». Articolato e complesso, dunque, sia per la varietà di temi affrontati che per le modalità esplose di introspezione e di condivisione dei pensieri, questo libro assomiglia di fatto a un racconto orale: leggendolo, si ha l’impressione di passeggiare con l’autore lungo le vie di Torino, poi di fermarsi a riposare sotto i portoni delle case in cui hanno abitato quattro grandi scrittori, e di curiosare anche, sbirciare dietro le finestre alte, socchiudere un poco gli occhi per non restare abbagliati dalla luce intensa del cielo torinese e ascoltare in silenzio i gesti, le immagini e le parole, filtrate con sapienza eppure squisitamente genuine, di un tempo passato che continua a tornare, in forma di presente, così come lo spettro della morte, che non smette mai di tornare in vita, sotto forma di scrittura.

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