L’unica vera nostalgia che ho

di Viola Bellini

testo introduttivo di Silvia Costantino.

Aborto libre. Decidimos nosotras. cc Flickr gaelx
Aborto libre. Decidimos nosotras. CC flickr gaelx

Sono passati quasi due anni da quando è partita la campagna #save194, ormai dimenticata dai giornali – ma non dalle molte donne, e uomini, che vi hanno aderito. Tuttavia, nonostante le promesse e le emergenze che di volta in volta appaiono sui giornali, pare che la situazione non sia nemmeno lontanamente migliorata, anzi: in Spagna l’aborto è praticamente tornato illegale, fornendo un precedente sconcertante e pericoloso; in Italia il movimento pro-vita, unito alle miriadi di iniziative cattoliche volte a garantire i diritti di tutti togliendoli a molti, sta acquisendo una popolarità e una credibilità assolutamente indegne di uno Stato che vuole definirsi laico; gli obiettori di coscienza ormai sono presenza fissa, e tollerata, nei reparti di ostetricia e ginecologia e i consultori praticamente non esistono più. E le persone continuano a disperarsi alla ricerca della prescrizione della pillola del giorno dopo (sulla quale peraltro non dovrebbe esserci obiezione possibile, non trattandosi di farmaco abortivo ma di contraccezione d’emergenza, come ribadito dall’Aifa il 4 febbraio 2014) ad avere difficoltà ad abortire assistite e tutelate – è recente, e fa paura, la notizia della donna che ha espulso il feto in un bagno, priva di assistenza. Che sia vero o solo verosimile, è un caso estremo, ma non così distante dalla realtà.

La legge 194 è nata proprio per, riprendendo un argomento molto usato dal movimento pro-vita, «assistere le donne in difficoltà», fornendo loro gli strumenti per una decisione che è prima di tutto personale. I consultori sono nati per fare sì che le difficili scelte da prendere non fossero più scelte solitarie, ma supportate, solidali e informate. Ormai il senso di questa battaglia, la battaglia per una legge che regolamentasse l’assistenza ad un aborto consapevole e l’accesso all’informazione, che impedisse alle donne di essere da sole in un momento difficile, si è quasi del tutto perduto.

Per questa ragione, quando Viola Bellini ci ha inviato il suo pezzo, anche se non corrisponde esattamente alle linee guida del blog, abbiamo deciso di pubblicarlo: perché è importante ricordare che dietro all’aborto ci sono delle persone, che non è un atto facile e scontato, e che renderlo ancora più duro, ingigantendo il senso di colpa e di abbandono, danneggiando ulteriormente quelle persone, è – o dovrebbe essere – un vero e proprio crimine.

 

L’unica vera nostalgia che hai è per quella ragazza sovrappeso con i capelli rossi e spessi che le ricadevano sul nasone. L’hai incontrata tre o quattro volte. Spesso lei stava piangendo. Ma non l’hai mai abbracciata. Non le hai mai detto: stai tranquilla. Non le hai mai chiesto di prendersi un caffè assieme. Il fatto è che, mentre abortisci, mentre affronti tutto quello che vuol dire abortire: le domande, i commenti, le visite, i “guarda, si vede il cuore, guarda!” durante l’ecografia, mentre affronti tutta quella roba, sei sola. E non ne vuoi sapere delle altre, di quelle che stanno passando per il tuo stesso inferno, magari pure peggio, e guardano con gli occhi lucidi il tuo ragazzo che ti accompagna alle visite, mentre loro ci vanno da sole, e sole vanno via.
Quando la incrociavi, quella ragazza grassa e brutta, seduta in un angolo del consultorio, non ci hai voluto parlare, non ne hai voluto sapere di farti i cazzi suoi, che c’hai già i tuoi, e poi tu non sei come lei, tu non piangi: per te è stata una svista, un breve momento di distrazione, un po’ di inesperienza, ma andrai avanti, la vita ha in serbo grandi cose per te, si tratta solo di risolvere questo intoppo, e poi andrà tutto bene. Tu non sei sola.
Ma non è vero. La verità è che siamo tutte sole, mentre abortiamo. Sia che i medici ci lascino ad espellere il feto in bagno, sia che ci anestetizzino dolcemente, conta alla rovescia, dieci, nove, otto, e poi già dormi – per quanto?, cinque minuti?, sei anni? Cos’è successo nel frattempo? Non lo saprai mai – e quando ti risvegli senti quella ragazza, in una barella vicino alla tua, perché è una catena di montaggio, tu dopo di lei, un’altra dopo di te, ottimizzazione dei tempi e dei risultati, senti quella ragazza coi capelli rossi che intanto si è già un po’ ripresa dall’anestesia e la stanno per portare fuori dalla sala operatoria, quella che non hai mai abbracciato, che non hai mai consolato, la senti che chiede: cosa ne fate? E la compatisci, pure se sei ancora intontita, la compatisci perché sai che è una domanda sciocca, da ragazzina romantica, ma anche se la compatisci la risposta degli infermieri ti sveglia più degli schiaffetti che ti hanno appena dato per scrollarti di dosso l’anestesia: l’abbiamo buttato, cosa vuoi che ne facciamo, lo teniamo per ricordo? Lo vuoi come souvenir?
Mentre leggevo distrattamente della ragazza di Roma, che ha abortito sola, in bagno, pensavo: ma tanto non mi riguarda, ci sono già passata, cazzi suoi adesso. E poi mi sono ricordata dell’unica vera nostalgia che ho, di quei giorni: quella ragazza sola, che aveva un nome strano che non ricordo, e piangeva sempre e durante le attese al consultorio non leggeva mai niente, mentre io mi trinceravo dietro tutti quei libri degli scrittori statunitensi contemporanei. Lei faceva vagare lo sguardo per la sala d’aspetto deserta in quell’agosto 2001, ignara di Berlusconi di Genova di Carlo Giuliani, ignara di tutto, e mi diceva cosa leggi?, e io le dicevo narrativa statunitense contemporanea, per segarle le gambe su ulteriori domande, e poi lei guardava in basso, e mi diceva, solo una volta, ma me lo ricordo bene, mi diceva: secondo me sarebbe stato bello come suo papà.
All’aborto, e al dolore che comporta, si guarda ancora troppo come qualcosa che, se ti capita, è perché un po’ te lo sei andato a cercare, come nel vecchio adagio “se metti la minigonna poi non ti stupire se ti stuprano”. È vero, io mi sono andata a cercare l’aborto, certo, senza nessun’altra motivazione se non quella che, a vent’anni, un figlio non lo volevo manco morta, ma non mi sono andata a cercare le alzate di sopracciglia, le infermiere sbuffanti, le insinuazioni subdole e cortesi, i moniti pacati, quel buonsenso da calendario di Suor Germana che non mi apparteneva, non volevo, non condividevo.
Siamo sempre sole, mentre abortiamo. Ma prima e dopo, possiamo aiutarci un po’.

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