I limiti del mio linguaggio. Su Il lessico del razzismo democratico di Giuseppe Faso

di Matteo Galluzzo

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Noi italiani, si sa, siamo brava gente. Mai infatti, nemmeno nei periodi più neri della nostra storia, abbiamo abbandonato quella mitezza e quel rispetto per gli altri che ci contraddistinguono. Fascismo, terrorismo, immigrazioni incontrollate: nulla ha scalfito la nostra naturale, ontologica bontà.
Oppure no. Forse siamo semplicemente un popolo che dimentica troppo facilmente e troppo indulgente a perdonarsi1. Forse le leggi razziali sono esistite veramente anche qui da noi e forse, dico forse, quei criminali jugoslavi che hanno gettato “i nostri ragazzi” dentro a delle buche sul Carso, più che dei pazzi che agivano in quel modo spinti da una altrettanto naturale spietatezza, erano degli impazziti che si vendicavano di anni di violenze che tanti nostri cari ragazzi avevano perpetrato nella Ex Jugoslavia.
Forse, per passare all’attualità, dei colpi di fucile sono partiti dall’Enrica Lexie e hanno ucciso veramente Valentine Jalestine e Ajeesh Binki, ragazzi loro, questa volta, e per noi solamente anonimi pescatori indiani. E i nostri ragazzi sempre vittime, in questo caso della ripicca delle istituzioni indiane (ripicca, manco fossero scherzi tra ragazzini: una follia), sempre nella parte del buono che finisce nei guai suo malgrado o per eccesso di zelo2.

Forse, allora, dovremmo smetterla con questa vuota dialettica del noi/loro, del bravo italiano e del cattivi tutti gli altri (per parafrasare il titolo di Focardi), e cominciare ad aprire gli occhi e, ancora più importante, a ripulire il nostro linguaggio da quello che Giuseppe Faso chiama Il lessico del razzismo democratico, e prendere coscienza del fatto che il linguaggio non è neutro, è uno strumento di costruzione del mondo secondo determinati ordini di senso o che, per dirla con le parole di Wittgenstein, «i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo»3.
Qual è il mondo che parole come “Clandestino”, “Etnia”, “Efferato” (solo per fare alcuni esempi) costruiscono? Come fare a decostruire questo mondo? Ecco le fondamentali domande che stanno alla base di questo piccolo grande libro.
Lessico del razzismo democratico. Le parole che escludono, edito da DeriveApprodi, è diviso per parole secondo un ordine alfabetico, come una specie di dizionario dell’antirazzismo. Termini entrati ormai nel linguaggio comune, che non rimandano ad un esplicito pensiero razzista ma che, in maniera più insidiosa, in quanto fanno capire quanto il razzismo sia penetrato ormai negli atteggiamenti quotidiani (alla faccia dello stereotipo del buon italiano ontologicamente antirazzista), esprimono un razzismo inconsapevole, talvolta frutto di buone intenzioni espresse nel modo sbagliato.

Tra queste parole troviamo ad esempio “Clandestino”; un termine che ha finito per far passare tutti i migranti senza documenti per dei criminali, secondo una stupida quanto semplicistica equazione. Come ci ricorda Faso:

Il buon senso vorrebbe che si prendessero le distanze con severità da chi innesta su una infrazione amministrativa (la mancanza di documenti) uno stigma squalificante e sospettoso.

Invece l’equazione viene applicata automaticamente a tutti coloro che mettono piede nel nostro paese senza un documento che regolarizzi la loro posizione. Essi, per lo più disperati in fuga dalle peggiori atrocità, non appena rintracciati vengono privati della loro libertà personale, esattamente come qualsiasi criminale, e rinchiusi in centri adibiti al riconoscimento e all’espulsione. Questa pratica della reclusione preventiva rimanda ad uno dei “dispositivi” più feroci della storia del genere umano, come bene ha messo in evidenza Renato Curcio in una sua recente intervista «si considera come cosa probabile che un migrante senza lavoro, senza casa, commetta un reato, e allora lo si reclude in un CPT. Si è arrivati alla reclusione senza reato, dispositivo che abbiamo già visto agire nei campi di concentramento»4.
Diversa, ovviamente, la versione ufficiale. Andando a leggere la descrizione di questi centri sulle pagine istituzionali vediamo come si tenti di far passare i migranti reclusi come ospiti:

CENTRI DI ACCOGLIENZA
Sono strutture destinate a garantire un primo soccorso allo straniero irregolare rintracciato sul territorio nazionale. L’accoglienza nel centro è limitata al tempo strettamente necessario per stabilire l’identità e la legittimità della sua permanenza sul territorio o per disporne l’allontanamento5.

Anche «l’uso degenerato della parola “ospite”» viene analizzato da Giuseppe Faso nel suo libro:

Si consideri l’uso degenerato della parola “ospite”. Da anni il suo significato viene lavorato ai fianchi, soprattutto nei bar e nella chiacchiera più superficiale, che, dimenticando la dimensione sacra dell’ospitalità – grazie alla quale si ripulisce la casa, si tirano fuori le migliori lenzuola e gli asciugamani freschi, si prepara il cibo più buono, si promette ai bambini impazienti l’arrivo di una persona lontana e ci si mette a disposizione dell’ospite – riscopre la parentela tra hospes e hostis, tra ospite e nemico.

Ascoltando i dibattiti pubblici o le chiacchiere sul web o nei più tradizionali bar ci si può accorgere di come l’inversione semantica della parola “ospite” abbia coinvolto, e sconvolto, il nostro modo di parlare e di pensare. Sempre più accettata è l’dea dell’italiano padrone di casa (“Padroni in casa nostra”) e dello straniero ospite che deve adeguarsi non solo alle nostre leggi, che sarebbe cosa già più pacifica, ma addirittura ai nostri usi e costumi, secondo una paranoica mentalità assimilazionista. Ancora Faso riporta una sentenza della Procura generale della Repubblica di Firenze nei confronti di un cittadino straniero “reo” di non aver ottemperato a una convocazione in Questura perché non tradotta nella sua lingua. Ecco la reazione della Procura: «Non si può piegare l’autorità del nostro Stato e la cultura millenaria che ci appartiene alle esigenze di immigrati stranieri in larghissima misura entrati in origine irregolarmente e che invece (…) devono sottostare, quali ospiti, alle regole e agli usi adottati e rispettati dal padrone di casa». La degenerazione di questo termine è ben dimostrata anche da un fatto di cronaca recente, ripreso in un servizio del Tg2, che ha mostrato il trattamento disumano a cui sono stati sottoposti gli “ospiti” accolti nel C.D.A di Lampedusa6, il tutto in palese contraddizione all’etica del soccorso e dell’accoglienza decantata dal Ministero.
Altre parole passate in rassegna da Faso, e abusate nel parlare quotidiano, sono quelle che ruotano attorno al campo semantico dell’etnicità:

Da una decina di anni, anche in Italia un discorso autorizzato sempre più razzista, alla ricerca di un lessico della dissimulazione, ha incontrato e adottato la parola “etnia”, e i suoi derivati. Etnici sono diventati nei discorsi di senso comune i comportamenti diversi dai “nostri” […]; etnici poi sono, nel linguaggio snob di una sinistra che giunge fino a certi esponenti dei centri sociali, piatti da festa dell’Unità e musiche da serata “alternativa”. Non mancano però gli etnofestival, anche nei luoghi dove meno te li aspetti. […] la tendenza ad usare “etnico” è forte, e deriva dall’improponibilità del termine “razza”, interdetto dopo Auschwitz.

Il riferimento all’etnia diventa una declinazione politicamente corretta dell’ormai impopolare “razza” (così come avviene per i termini “cultura” o “identità”). Questa terminologia si traduce, nella pratica, in una marginalizzazione delle minoranze, ridotte a macchiettistiche manifestazioni di colore folclorico, e tribalizzate da una logica neo-colonialista ancora avvezza a marcare le differenze, a stabilire confini che chiudano i popoli in nicchie in cui poter conservare la loro (ma soprattutto la nostra) ipotetica purezza: un procedimento simile a quello delle human ontical social unit7 dell’Apartheid sudafricana, a cui l’odierno pensiero multiculturalista sta portando nuova linfa; come afferma Roberto Malighetti «le frammentazioni multiculturali, come le gerarchie razziali, sono un mezzo del biopotere per esercitare una sovranità eugenetica contro le minacce provenienti da fattori esogeni ed endogeni. Risolvono il multiculturalismo nella sua negazione, rivelandone l’oscuro lato monoculturale»8.
Quando poi un individuo appartenente ad una di queste minoranze compie un atto criminale si sente spessissimo utilizzare l’aggettivo “efferato” o l’avverbio “efferatezza”, quasi sempre accompagnato dalla nazionalità del colpevole o presunto tale. A tal proposito risulta molto interessante quanto scrive Faso, ricostruendo la dinamica dell’assassinio di Novi Ligure:

Un delitto di cui, per quarantotto ore, si proclamò l’efferatezza fu quello di Novi. Cito da “La Padania” del 23 febbraio: «È un delitto atipico – ha precisato anche il comandante la compagnia dei Carabinieri – proprio per gli elementi di efferatezza» […]
Il dibattito sulla propensione genetica e culturale e l’efferatezza era appena partito, che arriva un contrordine: Erica ha confessato, non sono stati “gli albanesi”. Il delitto smette immediatamente di essere definito “efferato”.

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una dialettica che propone gli italiani civili (anche quando compiono dei crimini) e gli stanieri incivili, anzi bestie in questo caso. Il fatto che al termine si associ sempre la nazionalità del colpevole non fa che aumentare questo immaginario che vede nello straniero una sorta di ente esogeno venuto a distruggere la natura incontaminata della nostra civiltà, alimentando l’idea folle che sia in corso uno “scontro di civiltà” in cui “l’extracomunitario” (altra parola passata in rassegna da Giuseppe Faso) viene in Italia “per delinquere”. Questa idea discriminatoria e xenofoba si scaglia di volta in volta contro il gruppo umano che rappresenta la maggiore alterità pensabile in quel preciso momento storico, non tanto in termini di distanza quanto di differenza di pratiche sociali e, da una decina di anni a questa parte sono soprattutto le popolazioni Rom ad essere rinchiuse e classificate in queste categorie parcellizzanti ed escludenti9.
Il fatto che gli stranieri vengano in Italia “Per delinquere” viene decostruito abilmente nel libro di Faso:

Una volta la favola riguardava l’opposizione tra “i regolari” tutti buoni, e i “clandestini”, fior fior di delinquenti [questo con particolare riferimento ai rumeni – N.D.A]. Ora che in Europa è cambiato il quadro normativo si fa una distinzione tra “inclini al lavoro” e “inclini alla delinquenza”. […] Dire che “chi lavora non delinque” porterebbe a negare che, ad esempio, noti avvocati condannati per l’erogazione di tangenti miliardarie abbiano mai lavorato in vita loro. Ma probabilmente i colletti bianchi sono esclusi, e si tratta solo delle “classi laboriose, classi pericolose”: lasciategli alcuni minuti al giorno di libertà dal lavoro, e un povero, invece di spaccarsi la schiena a lavorare, ruberà.

Sostenere che la motivazione della migrazione sia la possibilità di delinquere è un assurdo logico che dovrebbe imbarazzare qualsiasi persona provvista di un minimo di ragionevolezza: la migrazione viene praticata per un’infinità di motivi, ma tutti legati ad una necessità o ad una aspirazione dell’individuo, spinte che in alcun modo si legano alla delinquenza, che è invece un fattore sociale endogeno che coinvolge migranti e non.
Si potrebbe continuare per molto in questo esercizio di decostruzione, tanti sono gli spunti del libro. Tuttavia vorrei soffermarmi, in conclusione, sulla parola “Italiano” che in qualche modo ci riporta a quanto affermato all’inizio di questo articolo. Giuseppe Faso prende spunto da una campagna a favore del voto agli immigrati di circa dieci anni fa:

In primo piano, il volto assai bello di una donna dalle fattezze esotiche. Una scritta ci informa che si chiama XY, che ama un tale dal nome italiano, che lavora regolarmente [corsivo mio], e che “sarebbe orgogliosa di votare italiano”. […] Si tratterebbe di riconoscere un diritto universale, superando aporie secolari tra diritti del cittadino e diritti dell’uomo, e partendo dalla considerazione di buon senso che chi vive e lavora in un comune, una provincia o una regione contribuisca alla scelta degli amministratori di quegli Enti amministrativi. Che c’entra il “voto italiano”? E l’”orgoglio”?
Dovrebbe essere noto a tutti […] che le parole “orgoglio” e “italiano”, in combinazione tra loro, riportano a tonalità espressive ed emotive assai lontane sia dalla problematica in questione, sia dalle basi della nostra convivenza civile […] ciò dovrebbe comportare non l’orgoglio, ma la problematizzazione della nostra storia recente (e magari la presa di distanza da una retorica dell’orgoglio e dell’italianità).

Eccoci tornati quindi, attraverso queste affermazioni, a quanto si è detto cominciando questo articolo. È necessario fare i conti con la nostra storia. Smettere il processo di rimozione delle colpe passate e recenti significa acquisire una visione critica della propria identità, non fossilizzata nel passato, ma che con sguardo aperto al futuro sappia affrontare le nuove sfide globali fatte di meticciamenti, scambi, incroci; ripensamento che non può non passare attraverso una ripulitura del nostro modo di parlare. È altresì necessario abbandonare la ridicola pretesa di orgoglio per una italianità che sempre di più si sta configurando per quello che è: una categoria semplificatoria che basa la propria esistenza sulla demarcazione arbitraria di confini. Un processo questo evidenziato in maniera magistrale da Clifford Geertz secondo cui i termini “nazione”, “stato”, “paese”, “società”, “popolo” «rinviano a sangue, razza e filiazione, ai misteri e alle mistificazioni dell’uguaglianza biologica; evocano lealtà politiche e civiche e l’indissolubile nesso tra diritto, potere e politica; poggiano su aggregazioni geografiche e delimitati territori; suppongono una coscienza per origine, dimora e patria; […] suggeriscono affinità culturali, storiche, linguistiche, religiose o psicologiche, e pertanto un qualcosa che assomigli a sostrati spirituali». Tutte queste concettualizzazioni identitarie, supportate da una paranoica volontà di esclusione e marginalizzazione dello straniero non sono più sostenibili in un mondo che, invece, viaggia sempre più verso la differenziazione e la problematicità. Nella speranza che si realizzi l’auspicio dell’antropologo David Graeber, secondo cui «se dobbiamo essere globalizzati, facciamolo fino in fondo: eliminiamo i confini nazionali. Lasciamo che la gente vada e venga come vuole, e viva là dove più desidera».


1. Per un’efficace analisi di questo processo, con particolare riferimento al periodo postbellico, si legga Filippo Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale, Editori Laterza, Roma-Bari, 2013.
2.Visto che di linguaggio ci si sta occupando in questo articolo può essere utile, a proposito della vicenda dei due Marò, leggere l’articolo di Alberto Prunetti pubblicato su Carmilla:
3. Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 1918, 5.6.
4. Intervista a Renato Curcio
5. cfr qui.
6. La vicenda ha dato luogo ad un’indagine al seguito della quale il Ministero dell’Interno ha revocato il contratto d’appalto alla Società che gestiva il CDA.
7. Jon Maxwell Coetzee, Volkekunde, “South Africa Journal of Ethnology”, 1, p.1.
8. Roberto Malighetti, Regimi multiculturali e pratiche di cittadinanza, in “I quaderni del CREAM”, 2009, IX
9. Si veda a tal proposito l’articolo di Alberto Prunetti su Carmilla

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