Contro La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro – seconda parte

di Lorenzo Marchese

Pecoraro.2
Dino Valls, “Mecum”, olio su tela, 2004.

Se un’etichetta può appiccicarsi a VTP, credo che essa debba partire dal carattere abnorme del romanzo stesso, dato in primo luogo dalle sue dimensioni e dall’ambizione, mostruosa in quanto inaudita e fallita per definizione, ad abbracciare il senso di sessant’anni di storia italiana restando conficcati nella specola di un vecchio uomo occidentale. Qualcosa di simile l’hanno tentati alcuni scrittori che, negli ultimi vent’anni, si sono cimentati nel Grande Romanzo. Walter Siti, per la dimensione di Scuola di nudo(1994) come anche per il carattere volutamente sconcertante del suo fittizio protagonista, aveva in mente qualcosa del genere, sebbene le aspirazioni a fare un’opera capace di fornire una rappresentazione della Contemporaneità (e, insomma, un grande romanzo) gli fossero arrivate all’altezza di Troppi paradisi(2006). Affermando insieme «Mi chiamo Walter Siti, come tutti» e «Io sono l’Occidente», Siti cercava di dipingere il trompe l’oeil di un se stesso inventato, e rendersi pertanto figura1 di un mondo “imborgatato” e mercificato. Anche Houellebecq, con la consueta alternanza di saggismo e romanzo “ottocentesco”, echeggiante Balzac, ha tentato nei romanzi maggiori (Le particelle elementari, 1998, Piattaforma, 2001) una rappresentazione “totale” a partire dai destini individuali di alcuni maschi occidentali2. E non è un caso, a riguardo, che proprio a Siti e Houellebecq, come anche ad altri romanzieri odierni di passo lungo, Pecoraro guardi con molta insistenza e ne mutui parecchi concetti, mentre sulla costruzione dei personaggi e sull’articolazione delle trame VTP manifesta una più spiccata originalità. Molte idee di fondo concepite da Brandani (il narratore, dal canto suo, per lo più descrive dall’esterno) in effetti risentono degli scrittori di cui sopra, che vengono ripresi in vari passaggi. A volte, l’impressione del prestito è preponderante. Quando, per dire, leggo le considerazioni di Brandani sul Sinai:

Nel quasi-nulla, dove non piove, manca la molteplicità, tutto appare più semplice … E il monoteismo è una semplificazione … Da queste parti serve un dio e una religione si fa con poco … Nel quasi-nulla anche il più incallito dei materialisti non se la passa bene, si trova a disagio, finisce per aderire al trascendente. Anche il più incallito dei pagani politeisti, anche l’animista più primitivo qui si arrende al vuoto della massima sottrazione. (VTP, 22)

Mi viene da pensare dapprima a certi passi di Piattaforma di Houellebecq, libro che per discorsi simili, un po’ più spinti, tanti mali (giudiziari) addusse al suo autore. Poi, da vicino, a Siti in quel di Dubai, con accenni più polemici e originali – riporto un passaggio in cui Walter impreca contro la recintazione e la mercificazione del deserto arabo per le corse in moto:

Se una cosa così sacra la riducete a questo merdaio, con gli strombazzamenti di quattro imbecilli che si divertono con poco, be’ allora di che stiamo a discutere? Avete perso la maestà e il silenzio, in cambio di cosa? Questo è il deserto che ha dato agli uomini l’idea che Dio fosse uno solo, e ora vi perdete anche questo. Ma sì, vendetevi all’entertainment, il consorzio umano è la sola cosa che vi meritate.

Di Leopardi e Lucrezio che puntellano l’universo concettuale di Brandani, s’è detto. Una qualche ripresa di un loro attuale rielaboratore, Moresco, si vede in certi passi che sembrano riprendere alla lettera alcune intuizioni dell’autore mantovano, espresse, più che nei libri, in interventi militanti scritti e orali degli anni passati. Si legga il passo, secondo me schiettamente moreschiano:

Come pretendiamo che ci sia ordine se viviamo, anzi siamo, ciò che resta di un’esplosione? Anzi, no, non siamo il residuo del Big Bang, siamo il Big Bang, perché l’esplosione è ancora in atto, il Tutto sta ancora deflagrando, siamo materia esplodente abitata da qualche rarissimo episodio di aspirazione all’ordine, alla geometria – un’orbita, la sfericità imperfetta di un pianeta, la trama di un cristallo, la linea dell’orizzonte, un aeroplano – cioè con qualche iniziale frammento di regolarità nell’irregolarità globale, qualche germe di purezza di cui forse la Materia, prima o poi, prenderà atto, da cui potrebbe trarre esempio per darsi una regolata e ridursi a equazioni semplici… (VTP, 81)

Da Moresco ripassando a Houellebecq, si possono guardare le considerazioni di Brandani intorno all’erezione di un «fake planet» (VTP, 145) cui il protagonista contribuisce, progettando un facsimile della barriera corallina nel Mar Rosso, e soprattutto è indicativo l’accenno al “post-umano”, che riecheggia molto da vicino le conclusioni di Le particelle elementari e La possibilità di un’isola (2004):

Ma oggi il processo di modificazione totale ancora è molto lontano dal suo compimento: ci vorrà qualche centinaio di anni, forse più di mille, prima di riuscire a costruire una natura completamente artificiale, ma talmente ben fatta da risultare più vera del vero, arci-vera, un’iper-natura turgida e feconda e vitale come una tetta rifatta a regola d’arte… E noi dentro, vecchissimi, ri-generati e ri-conformati infinite volte, dimentichi di ciò che era il corpo di partenza, quello in cui eravamo nati, secoli prima, cioè prima che si potesse plasmare a piacimento il proprio soma … (VTP, 146)

E magari, anche trovare alcune intuizioni che ricordano da vicino il Grande Romanzo che non ti aspetti, come Le Benevole di Jonathan Littell (2007), in un passo dove si sottolinea l’origine intimamente femminile del corpo maschile, il suo essere una mostruosa deviazione dal femminino:

Dire «femmineo» non significherebbe niente, se non fosse per la differenza da quello che siamo noi maschi, povere varianti incomplete del femmineo, coi nostri clitoridoni erettili, con la nostra fica suturata lungo l’asse di simmetria dello scroto, coi nostri capezzoli secchi, inariditi, inutili… (VTP, 383)

Nelle Benevole il pensiero è formulato dal narratore-protagonista in prima persona Maximilien Aue, nel penultimo capitolo Aria, quando Max occupa la casa abbandonata della sorella Una e sprofonda in un delirio psichico dai forti accenti regressivi e incestuosi:

I nostri corpi sono identici, volevo spiegarle: gli uomini non sono forse vestigia di donne? Perché ogni feto comincia come femmina prima di differenziarsi, e i corpi degli uomini ne conservano per sempre la traccia, gli inutili capezzoli di seni che non sono mai spuntati, la linea che separa lo scroto e risale al perineo fino all’ano, segnando il posto dove la vulva si è chiusa per contenere delle ovaie che, discese, si sono trasformate in testicoli, mentre il clitoride cresceva a dismisura4.

Con i pochi esempi addotti, non si vuole certo dimostrare qualcosa di stringente. Solo, volevo indicare un quadro più generale di un mondo concettuale, sotteso a VTP, che a volte rischia troppo di peccare di originalità per poter parlare di un’opera davvero significativa nel panorama attuale. Nel suo ristretto odio affascinato contro un sistema dominato da «Denaro & Potere», nel quale regna la sopraffazione e non resta molto altro, Brandani non manca di lasciarsi andare alla più schietta e conservatrice anti-modernità, in opposizione incondizionata di sapore novecentesco:

Unica possibile difesa è dimenticare com’era prima: funziona ovunque e per chiunque sia vissuto in questo secolo accelerato, che ti trascina via con sé verso mondi diversi e peggiori, mondi che faresti volentieri a meno di sperimentare … Affanculo la modernità … Se non deve restare più niente di illeso, se tutto ciò che esiste viene distrutto oppure si riduce a messa in scena di se stesso oppure si degrada a rifiuto e monnezza, allora meglio tornare alla preistoria … Se il mondo nega alla persona in età di raggiungere la saggezza, se questo è il mondo dove più diventi vecchio e meno ti ci raccapezzi, be’ allora che si fotta, che si auto-distrugga … (VTP, 124)

Traspare un rinserramento reazionario di eco sveviana nelle ultime due righe (ma senza il sorriso del Triestino), che a volte porta a conclusioni, non voglio essere bacchettone, un po’ da bar e un po’, semplicemente, belliciste e apologetiche nel senso deteriore del termine, che delineano la psicologia di Brandani (figlio di un fascista e non troppo lontano da certe sue disposizioni mentali, avverte dolorosamente egli stesso) meglio di tante altre sequenze:

Sono uno-che-molla, uno che per lui niente conta, se non restare in vita nelle migliori condizioni possibili … Questo ho scoperto di me, come specifico organismo prodotto dal Tempo di Pace. Altri, pochi, non erano come me: loro si battevano. Alcuni morirono e fecero morire, ma ci credevano e anche se oggi sono esecrati da tutti, io li rispetto. Non agirono per tornaconto personale, ma in nome delle loro convinzioni e molti si sono fatti decenni di galera, magari senza aver ammazzato nessuno. Incapaci di accettare il Tempo di Pace, agirono come una volta i rivoluzionari di professione, uccidendo e facendosi uccidere, invasi dalla fede nell’avvento dell’Era della Giustizia … (…) L’essere terroristi serviva all’ego, li compensava della disperazione, gli impediva di scivolare nel nulla della mancanza di scopi, li risarciva del fallimento ormai prossimo, della giovinezza … Tu sotto-sotto li hai sempre ammirati Brandani … (VTP, 229)

È davvero brillante, sia pur vaga e scarsamente originale (diciamo in odor di luogo comune), questa breve apologia commossa e nostalgica della lotta armata in Italia. Mi ha colpito a latere il fatto che un critico avveduto come Cortellessa non si sia espresso sulle posizioni di Brandani. Per molto meno, undici anni fa, aveva tacciato Antonio Moresco e alcuni autori del volume collettivo Scrivere sul fronte occidentale (stampato nel 2003, ma gli interventi risalgono all’anno prima) di «beceraggine bellicista» e di «futurismo» a metà fra Marinetti e Oriana Fallaci. Ne fa fede il titolo del suo intervento di allora: Sento puzza di 19155. Su Pecoraro, però, Cortellessa non ha niente da dire. A sua discolpa, è passato del tempo e molta acqua sotto i ponti da allora. Inoltre, in Scrivere sul fronte occidentale parlavano gli autori assumendosi le proprie responsabilità, in VTP a esprimere idee del genere è un personaggio di carta: poteri della fiction, alla quale tutto si abbuona.
Di sicuro, la “mostruosità” di VTP sta nelle dimensioni, nelle aspirazioni narrative e ancor più nella fisionomia del personaggio, un uomo scacciato da ogni possibile paradiso che ha cercato di procurarsi, un escluso e un perdente senza appello, uno sconfitto per paura che non è caduto con l’onore delle armi. Ivo Brandani sembra, già da bambino, sotto il giogo di un Padre irascibile, violento e fascista, una figura della Legge – in ossequio a una sua idea di epica assolutizzante, Pecoraro mostra una passione smodata per i nomi maiuscolati e per le formule nominali ricorrenti. Da allora, la sua storia diviene una sequela di sopraffazioni: se crescere e perdurare, per un ideale antecedente di Pecoraro come Svevo6, è una lotta per la vita costellata di sconfitte, in VTP Brandani è costantemente schiacciato, rimesso in piedi da non si sa chi e poi ogni volta rischiacciato dal prossimo padrone. La totale assenza sia di umorismo sia di comicità che permea VTP (secondo me, un difetto per un narratore non così bravo in loro mancanza) rende atroce il perenne subire di Brandani, che da parte sua a ogni violenza privata e storica reagisce ritraendosi con un ringhio. Si sottrae alla contestazione del ’68 per paura delle botte, si sottomette a un capo affascinante e dispotico per poi rivoltarsi maldestramente alla sua gelida crudeltà, nell’amore non riesce per egoismo e incapacità di condivisione. Alla base della psiche di Brandani resta l’ombra assoluta di un bambino egoista che piange per l’ingiustizia di essere venuto al mondo, e vorrebbe non provare mai più nessun altro dolore, che sorge esclusivamente dagli altri:

Come avrebbe potuto lui, che era solo un ragazzino, cioè una cosa vivente in cerca disperata di modelli cui aderire, come avrebbe potuto sottrarsi al vento incessante della sua influenza? Chi altri gli avrebbe mostrato cosa essere? Come essere? Come agire? In che modo poteva evitare di ferire ed essere ferito, con la bilancia che (benché avesse menato Nasini) da subito pendeva paurosamente dalla parte dell’essere ferito? Come poteva evitare di farsi male e morire? (VTP, 450-451)

In base alla sua sensibilità, improntata a un materialismo assoluto, Brandani sembra spesso prendere le decisioni più importanti per il corso della sua vita in base ad attacchi d’ira, decisioni viscerali, reazioni epidermiche. Su tutto governa la Paura, vero motore immobile della psiche di Brandani e, quindi, dell’intero libro: da essa il narratore e il protagonista non temono di farsi prendere. Credo possa essere condiviso da altri critici che di Pecoraro a vario titolo si sono occupati (Andrea Cortellessa, Gabriele Pedullà, Daniele Giglioli, e altri): nelle pagine di questo scrittore domina l’ansia dell’animale attaccato, del grande erbivoro che, per via del suo cristallino abnorme, riceve ingigantiti gli stimoli visivi e ne intuisce, spesso azzeccando e talvolta scappando per niente, i pericoli. Anche il saggismo di VTP, giustamente evidenziato dai lettori, va in tale direzione. Concettualizzare ogni aspetto dell’esistente lo distanzia, rinchiuderlo dietro una Maiuscola lo totemizza, ma lo priva insieme della sua inquietante complessità. Mi pare collegato a ciò il fatto che le incursioni saggistiche in VTP siano tutte abbastanza brevi e apodittiche, in genere non più di una pagina: come se Brandani passasse in rassegna uomini, culture o minuzie (la reticella del costume da bagno colpevole di scomodità, per dire) con la stessa furia di capirle e liquidarle. Secondo una simile prospettiva, le distanze dal magistero di Gadda mi sembrano di gran lunga maggiori dei punti di contatto. Cortellessa ha rimarcato nella sua recensione, e mi trova d’accordo:

A differenza di Gadda, però, che nel Barocco del Mondo finiva per tuffarsi, orripilato e insieme euforico, per meglio aderire alle cose, al pari del suo personaggio Pecoraro si ostina ad aggirare le sue volute, a esecrare nauseato il suo sperpero e la sua «volontà di stupire», appunto per fuggire dalla persecuzione delle cose: così tuttavia ripiombandoci dentro, affogandoci ogni volta di più7.

C’è, comune a Gadda, quello che si potrebbe indicare come un “conservatorismo atrabiliare” creativo, venato di paura, verso la società e il mondo naturale, e in Gadda tratto distintivo e geniale, perché prima dell’Ingegnere tentato assai di rado8. Tuttavia, nonostante le comuni invettive urbanistiche contro la Città di Dio, e la somiglianza del «pantografo storico»9, da Cortellessa nel brano qui sopra viene sottolineata una differenza di fondo che esiste ineliminabile, e che estenderei all’ambito dello stile. In Pecoraro la scrittura non cerca di compiere una mimesi caotica e singolarissima del mondo, il quale mai a sua volta si riduce a un pastiche originale, come nel Gadda del Pasticciaccio. L’universo di VTP assume piuttosto i caratteri di un grosso totem, o meglio, di un maestoso blocco di granito. Pecoraro rimane un céliniano, per quanto sia più propenso rispetto al Francese a stratificare la sua narrazione con riflessioni geologiche, storiche, scientifiche e così via: rimane uno che vede e riproduce sulla pagina una serie tendenzialmente infinita di cose molto simili fra loro. In Céline funziona bene fino, spesso, a un effetto di nausea cercato e voluto, in altri successivi imitatori è stato approfondito secondo modalità umoristiche, citazioniste e stralunate (ad esempio da Michele Mari, Rondini sul filo, 1999, che vi contaminava Manganelli: scommetterei che Pecoraro l’ha tenuto presente). La tendenza a inserire la riflessione nella storia dunque non variega le vicende né, strano a dirsi, le approfondisce. Al contrario, il pensare di Brandani assume i tratti di un espediente per placare un’ansia posta oltre le parole, e non si avverte il desiderio di rendere il lettore partecipe di una conoscenza, casomai di infliggergliela e di tenere lui pure a distanza – un punto di diversità notevole dal discorso saggistico di Siti o Houellebecq. In quest’aspetto, la somiglianza con la figura pubblica dell’autore è notevole: per pubblica intendo la dimensione della rete, su cui Pecoraro da quasi un decennio imperversa. Chi dei lettori di questo pezzo confusionario e prolisso avesse Facebook e Francesco Pecoraro come “amico”, saprebbe dell’uso ripetuto e frequente che egli fa del mezzo. Più indietro, se ci si prende la briga di spulciare i commenti del blog letterario Nazione Indiana e leggere le discussioni più accese dal 2005 al 2010 incluso (esperienza che non auguro a nessuno: spesso ho trovato il Maurizio Costanzo Show 2.0), Tashtego o Pecoraro che dir si voglia è molto presente. Valutando la sua persona virtuale e pubblica (ragion per cui mi permetto questo excursus, che non vorrei venisse interpretato come un attacco personale all’autore, a me ignoto), Tashtego appare sempre disposto a esprimere un giudizio tranchant sulle discussioni in corso e sui partecipanti, a trarre valutazioni, ad avere l’ultima parola su questioni di morale, politica, etica, scienza, letteratura, spesso non con toni benevolissimi. Non troppo dissimilmente in VTP, per la persona di Brandani, che di Tashtego per certi versi sembra essere il compagno oscuro, o la deriva infettata. Tutto è già previsto, come la morte del protagonista annunciata all’inizio del romanzo, ogni conoscenza è pregressa, non c’è mai non dico una sorpresa, nemmeno un pensiero o un’azione che possano contraddire (arricchire, via) la figura plumbea di Brandani.
Perciò VTP arriva ad avere una caratteristica che, a rigore, non ci aspetteremmo. A forza di distruggere il mondo circostante e sostituirlo con il proprio risentimento, rimane soprattutto un romanzo rassicurante, nella sua semplice, indiscutibile negatività. Non ci sono spiragli né colori, e forse, in fondo, non c’è neanche molto di cui discutere, in un mondo perfetto al contrario. Mi verrebbe quasi da ribattere a Pecoraro che le cose belle nella vita esistono, purtroppo. Esistono i momenti di felicità, prima o poi arriva l’amore, «la possibilità di un’isola» secondo Houellebecq, esistono gli altri, noterebbe David Foster Wallace (un autore che Pecoraro ama, ma non mi pare lo abbia influenzato granché), esistono le sfumature che rendono ogni singola vita davvero terribile nei suoi saliscendi, imprevista nei suoi sfaccettati dolori, “originale”, segnalerebbe Svevo. Forse risiede qui la debolezza dei paragoni con gli altri creatori di forme-romanzo, Siti, Houellebecq e compagnia cantante. Loro forniscono una rappresentazione del mondo artefatta, ma includono anche un lato più luminoso (non per questo, semplificando, necessariamente positivo), che di fatto esiste per quanto ci si sforzi a negarlo, o a contrastarlo con una presunta immoralità10. «Tra gli infiniti universi possibili ne esiste certamente uno in cui il mondo è configurato come in questo libro», recita l’esergo di VTP. È vero, ma non mi pare un universo in cui una persona reale potrebbe vivere, anche se magari vorrebbe, così da togliersi il pensiero: come tutte le idealizzazioni, il mondo possibile di VTP è un po’ inverosimile per mancanza di dimensione e di profondità.

L’inverosimiglianza “per sottrazione” di VTP è uno dei motivi, forse l’unico valido oltre allo stile di scrittura, troppo influenzato da modernisti vari che l’hanno preceduto per sorprendere davvero, per cui si possa non trovare bellissimo un libro altrimenti sopra la media generale della letteratura recente, infine apparentabile agli altri tentativi di Grande Romanzo Italiano degli ultimi anni. Pecoraro non pare avere i mezzi per essere un grande romanziere, quando invece nella misura breve del racconto o del micro-saggio aveva dato prova di un talento notevole benché circoscritto. Troppo conchiuso in se stesso per vantare la pluralità e l’apertura mentale più proprie del romanziere? E se anche fosse, in effetti, chi sono io per valutarlo? Sarà quindi giusto, dopo aver dato un solo spunto di critica valido in mezzo a parecchi motivi pretestuosi, confessare l’apriorismo del proprio giudizio, l’irritazione (termine caro al nostro scrittore) che di slancio, pagina dopo pagina, mi prendeva alla lettura. Il richiamo arbitrario a un altro incontro, che non avevo né avrei vissuto, che, può darsi, si potrebbe adattare alla mia reazione di lettore di fronte alla Vita in tempo di pace.

E così il pazzo parlò a Zarathustra: «(…) Per tutto ciò che in te è luminoso e forte e buono, o Zarathustra, sputa su questa città di mercanti e torna indietro!
Qui il sangue scorre sempre marcio e tiepido e schiumoso in tutte le vene: sputa sulla grande città, che è la grande cloaca dove tutta la feccia si raccoglie schiumeggiando!
Sputa sulla città delle anime schiacciate e dei petti angusti, degli occhi aguzzi, delle dita appiccicose –
– sulla città degli importuni, degli sfrontati, degli scribacchini e degli urloni, degli ambiziosi infoiati –
dove tutto ciò che è marcio, malfamato, lubrico, tenebroso, infrollito, ulceroso, cospiratorio viene insieme a suppurazione
– sputa sulla grande città e torna indietro!»–
Ma qui Zarathustra interruppe il pazzo furioso tappandogli la bocca.
«Smettila infine!» esclamò Zarathustra, «è già da un po’ che provo schifo del tuo parlare e del tuo contegno!
Perché hai vissuto tanto presso la palude da dover diventare tu stesso una rana e un rospo?
Non scorre ora a te stesso nelle vene un sangue di palude, marcio tiepido schiumoso, che ti ha fatto imparare a gracidare e a imprecare così?
Perché non te ne sei andato nel bosco? O non ti sei messo ad arare la terra? Non è il mare pieno di isole verdi?
Io disprezzo il tuo disprezzo; e se tu metti in guardia me, perché non hai messo in guardia te stesso?
Solo dall’amore deve volare a me il mio disprezzo e il mio uccello ammonitore: non dalla palude!(…)»
11


1. Nel senso di Auerbach, prefigurazione di eventi che si realizzeranno pienamente solo in un imprecisato futuro. V. Erich Auerbach, Figura, in Studi su Dante, Feltrinelli, Milano 2005.
2. Cfr. la nota di Carlo Mazza Galanti: «Un barlume di riscatto giungerà, semmai, dalla lucidità con cui si perlustra il fondo della catastrofe: in questo (e in altro) il romanzo di Pecoraro ricorda i migliori Houellebecq, o più ancora Walter Siti», Su “La vita in tempo di pace” di Francesco Pecoraro. Preme precisare che, se sui nomi sono d’accordo, dissento totalmente dalle conclusioni.
3. Walter Siti, Il canto del diavolo, Rizzoli, Milano 2009, p. 144.
4. Jonathan Littell, Le benevole, Einaudi, Torino 2008, p. 867.
5. In «Alias», 22, 15 giugno 2002.
6. L’influenza può esserci anche a livello di costruzione dell’intreccio “per blocchi”, in La coscienza di Svevo. Lo ha notato Emmanuela Carbé in una recensione per Doppiozero: «C’è un ordine preciso nella narrazione degli episodi, che risalgono fino all’infanzia. Il pensiero va alla
Coscienza di Zeno, il cui tempo però era un “tempo malato”, il tempo dell’inconscio. Zeno immaginava una «catastrofe inaudita» provocata da un grande ordigno posto al centro della terra», Francesco Pecoraro. La vita in tempo di pace, 12 novembre 2013. Per questo, oltre che per la consonanza con la struttura composita dei maggiori romanzi di Siti, Houellebecq e gli altri poc’anzi detti, concordo con l’osservazione fatta da Guido Mazzoni circa una «tecnica narrativa neo-modernista» dell’opera.
7. Andrea Cortellessa, Spitfire , 13 novembre 2013.
8. Si potrebbe anche discutere sul fatto che ciò non è un motivo di indiscusso pregio letterario. V. a riguardo la critica classica di Cases su Gadda, dove si potrebbero ritrovare alcuni spunti utili anche per Pecoraro: «Si dirà […] che la pura e semplice descrizione di tale realtà costituisce una condanna implicita di essa. Gadda non avrebbe rinunciato a nulla, e scomparendo dietro la nuda presenza del pasticciaccio, lo additerebbe all’universale esecrazione. Non è da escludere che tali possano essere state le intenzioni soggettive dell’autore, ma l’essenziale è il risultato, e il risultato le smentisce. Se gli orizzonti di Gadda fossero stati veramente modificati dall’esperienza del fascismo e dell’antifascismo, se egli avesse profondamente vissuto i problemi nazionali, egli avrebbe trovato un angolo visuale sottratto al pasticciaccio da cui fosse possibile giudicarlo come un insieme di relazioni storicamente e socialmente determinate», Cesare Cases, Un ingenere de letteratura [1958] in Patrie lettere, Einaudi, Torino 1987, p. 58.
9. A queste, Emmanuela Carbé aggiunge: «Andrea Cortellessa nella sua recensione non ha esagerato a ritrovare in Pecoraro tratti di Gadda, a partire dal Giornale di guerra e dalla Cognizione. Sarebbe allettante ricordare le gaddiane disarmonie prestabilite, la nevrosi (e la «fottuta casa di campagna di Longone»), ripensare alle continue e ossessive trasposizioni di inserti tra un’opera e l’altra, riutilizzi e abbandoni, e soprattutto andare a scavare nel Gadda milanese, ancora più del Pasticciaccio. Ma per parlare di Ivo bisogna avere “riguardo ai terzi”, e quindi qui ci si ferma (stranamente, a proposito di parentele, nessuno ha ancora citato Fellini)», cit. Ipotesi condivisibili. A parte tutto, per capire: cosa c’entra Fellini?
10. Come nel caso di Siti. Si veda il dibattito intorno a Resistere non serve a niente fra Gianluigi Simonetti e Andrea Cortellessa. Qui un link da cui risalire a tutto.
11. Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Introduzione, traduzione, note e commento di Sossio Giammetta, Bompiani, Milano 2010, Parte III, Del passare oltre.

13 Comments Add yours

  1. Antonio Coda ha detto:

    Il romanzo a me non è piaciuto, poco male fino a quando non piace a me; purtroppo è piaciuto a parecchi critici che in quanto critici spesso sono accusati di non farsi piacere niente, quindi il rischio, nel dire che questo romanzo non mi piace, consiste del dare adito al sospetto che il libro non mi sia piaciuto perché è piaciuto ai critici e no, uno non è mai contento se non ci trova qualcosa da eccepire su un romanzo dove invece anche chi eccepisce lo fa così morbidamente, morbidosamente, che in realtà è quasi una forma ulteriore di cortesia, la sua, del tipo: ora lo critico un po’ io, se non lo critica nessuno sembrano tutti della stessa cordata, ci penso io a tirare la cordata: morbidamente, morbidosamente, gentilmente, senza far volare il cappello dalla testa a nessuno…

    “La vita in tempo di pace” è un libro che un terzo ne basterebbe per farne un romanzo molto pensato e molto scritto e molto vario per quanto con niente dentro che ti faccia esprimere almeno una volta “Pensa te!”. D’accordo, esagero, un tre volte l’avrò detto “Pensa te!” leggendo il romanzo, ma le prime due volte è stato durante il testo d’attacco e la terza quando dice che la spillatrice d’ufficio gli ricorda un capodoglio: pensa te, un capodoglio!

    Così com’è “La vita in tempo di pace” è un libro lento, pieno di un sé e vuoto di gran parte de resto, e non c’è rimando a Céline o a Fenoglio o a Littell o a Houellebecq che tenga: se a tratti sono lenti e satolli del proprio verbare pure loro (Céline NON è lento perché la sua scrittura NON è lenta mai, lo dico io che l’ho letto solo nella traduzione di Ernesto Ferrero) significa che nei loro romanzi ci sono gli stessi difettucci del romanzo di Pecoraro, e quindi non c’è niente di cui vantarsi per nessuno.

    Un personaggio che per ricordarsi di sua madre scrive Madre e che per ricordarsi di suo padre scrive Padre e che insomma utilizza le Maiuscole per della solennità da ridarola non ha niente di moderno e parecchio di divertente: se soltanto volesse essere divertente! Oppure voleva essere divertente e non me ne sono accorto. Di certo i passi più noiosi del romanzo corrispondono in quelli in cui si prova la maniera del buontempone. O quei passi volevano essere proprio i più noiosi? Nei diritti di uno scrittore c’è quello di essere volutamente noiosetto, così come in quelli dei lettori c’è quello di farselo piacere così.

    A un romanzo non si può perdonare una scrittura che non raggiunge il bassorilievo perché si era dato per obiettivo di scalare il Monte Bianco della Letteratura Italiana: si è incartato a quota cento metri e non è che basta mettere un personaggio in un aereo per giustificare un mancamento per mancanza di ossigeno a seguito di una depressurizzazione.

    Ivo Brandani è un depresso che scrive da depresso delle comprensibili ragioni della sua depressione in progress dalla seconda guerra mondiale a ora, anzi a domani: wow, il grande romanzo italiano! Fossi bricconcello, penserei Ponte delle Grazie sia stato finanziato segretamente dei produttori del Tavor, che ammetto di non aver mai assunto: magari se uno assume il Tavor poi comincia a pensarla proprio come Pecoraro ha trascritto il pensiero di Brandani, e quindi sarebbe corretto parlare di realismo psicologico, ma si dovrebbe ancora capire perché se il realismo psicologico è questo “La vita in tempo di pace” è un capolavoro e non della letteratura scientifica sul Lorazepam.

    L’equivoco attuale – credo – per il romanzo di Pecoraro è che si rischia di non pronunciarsi sul romanzo stesso ma sull’accoglienza trionfalistica della critica letteraria, come se si potesse dimenticare per un istante che tutta la critica letteraria non vale una sola pagina di buona letteratura e di pagine di buona letteratura in “La vita in tempo di pace” ce ne sono, e quindi suvvia, ben vengano le ola dei critici, anche se come mai tra tutti i romanzi italiani in circolazione da ora e da prima abbiano scelto proprio questo non riesco a capirne il perché. Vuoi vedere che è una questione di gusti anche questa volta? O è che un romanzo così potrebbero arrivare a scriverlo anche loro? La riscossa dei liceali…

    Massima concessione che un critico educato e consapevole della fatica boia che costa a un umano scrivere un romanzo dall’inizio alla fine (ma se scrivi seicento pagine niente accerta che hai faticato più di chi ne ha pubblicate duecento buttandone via duemila e restando sul dubbio se fosse il caso di limarne via un’altra cinquantina) sarebbe dovuto essere: “Eh, mica brutto questo romanzo di Pecoraro, ma proprio per niente.” Dire altro è un dire troppo, dicendolo avvertitamente.

  2. lorenzo marchese ha detto:

    uno non è mai contento se non ci trova qualcosa da eccepire su un romanzo dove invece anche chi eccepisce lo fa così morbidamente, morbidosamente, che in realtà è quasi una forma ulteriore di cortesia, la sua, del tipo: ora lo critico un po’ io, se non lo critica nessuno sembrano tutti della stessa cordata, ci penso io a tirare la cordata: morbidamente, morbidosamente, gentilmente, senza far volare il cappello dalla testa a nessuno…

    se sta parlando di me, è fuori strada di parecchio.

  3. Antonio Coda ha detto:

    Salve Marchese!,

    siccome non si spettina nessuno, finisce che a scapigliarsi siano quelli che non mettono cappello perché il vento gli piace sentirlo nei capelli anche quando è tagliente. Non trovo niente di più volgare di una allusione: se avessi voluto dir qualcosa a lei di lei Marchese, non mi sarei perso il piacere di un po’ di rissosità da thread. La sua critica prova la via dell’oggettività restando ancorata al testo, almeno, e si attiene a considerazioni di ordine il più possibile tecnico. Il mio scontento è dovuto al fatto che a me scoccia l’idea che debba essere il torpore il contrassegno della letteratura italiana più agguerrita, torpore che ha trovato una grande accoglienza conformistica che neppure il suo lavoro, suo di lei Marchese, spiega. Da qui la domanda: la sua attenzione verso il romanzo di Pecoraro ha avuto la mia stessa causa ovvero gli elogi più incauti da parte della critica letteraria accreditata (da se stessa tra se stessa)? O se no, cosa l’ha mossa? Secondo lei questo romanzo – oltre a avere il merito di aver fallito l’obiettivo per niente originale che si era dato – perché emerge tra i suoi simili? Lo dico da non conoscitore provetto della letteratura italiana contemporanea e pensare che Pecoraro sia uno dei suoi risultati recenti più alti mi rende bisognoso di confezioni maxi di Tavor.

    Uno spettinato saluto, Coda

  4. lorenzo marchese ha detto:

    Salve a lei =),

    mah, il mio pezzo come giustamente ha notato si incentra soprattutto su una lettura tecnica e abbastanza puntuale di alcuni passi di La vita in tempo di pace. Non indaga sulle reazioni positive al romanzo, caso mai parte da esse. Né penso che avrei dovuto spiegarle nel mio pezzo, che per quanto mi riguarda è già lungo abbastanza; e anche perché i pareri provengono, almeno una parte, da critici che ho letto e ritengo affidabili, gente come Mazzoni, Cortellessa, Mazza Galanti, che la inviterei a leggere in altri luoghi perché sono bravi e secondo me non si meritano le parole liquidatorie che lei mi sembra riservare troppo spesso alla critica letteraria in blocco.
    Quindi, la mia attenzione al romanzo di Pecoraro è derivata in parte dal coro di recensioni positive della critica (guardi del resto i risultati del Dedalus). Poi, dalla mole e dalle precedenti cose di Pecoraro, che mi erano piaciute abbastanza. Perché La vita in tempo di pace emerge fra i suoi simili? Banalmente, mi sembra scritto abbastanza bene, è tutto sommato avvincente e spesso fa riflettere. Mi sembrano ottimi pregi per un libro, ma non abbastanza per un Grande Romanzo.
    Alla fine, e qui torno alla sua prima domanda riguardo alla critica, credo che il romanzo di Pecoraro sia piaciuto per questo. La critica letteraria italiana aspetta il Grande Romanzo Italiano che possa resitituirci il senso della nostra storia recente: più di altre tipologie, questa è quella che mi pare attirare di più le attenzioni generali, quella ritenuta più capace di interrogare l’oggi e fornire sensi provvisori e soddisfacenti alla nostra esistenza, anche da chi passa per essere un critico “contro il romanzo” (Cortellessa, appunto). Dall’altro lato, gli scrittori italiani aspirano al Grande Romanzo, ci provano con insistenza, prima o poi fanno un passaggio in quella direzione, visto anche il loro ispirarsi, spesso, ai grandi romanzieri in lingua straniera (Wallace, Houellebecq, mettiamoci chi ci pare): i risultati sono nel complesso deludenti o velleitari, a quel che mi risulta.

  5. Antonio Coda ha detto:

    Marchese,

    i miei commenti ingiusti e frettolosi servono a nascondere la mia imperizia, mica per giudicare il lavoro altrui (di Mazzoni conosco la “Teoria del romanzo”, mooolto interessante, per quanto lo possa essere chi vorrebbe credere che la teoria possa precedere un romanzo e non esserne invece fondata, quando si è alle prese con un romanzo-romanzo; Cortellessa ci vuole troppo tempo per capire se è bravo o no: prima di cominciare a dire qualcosa a proposito di qualcosa, ti lessa citando la corte delle cose che sa lui e che non si sa perché si debba sapere che le sa; Mazza Galanti non lo conosco, però il cognome è bello).

    Questa attesa del Grande Romanzo scritto per essere accolto come un Grande Romanzo sa abbastanza di messianismo oltre che di aspettative dopate, e postula una “funzione” della letteratura allo stesso tempo molto sopravalutata (“Il romanzo che ci dirà come stanno le cose!”) e molto declassata (“O ci dice come stanno le cose o cosa ce ne facciamo di un altro romanzo?”), come se un grande romanzo venisse per dare delle risposte e non per riformulare le domande o per porne di più interessanti se non di più belle.

    Un romanzo che rispecchia (mimeticamente oltre che tramite un processo di auto-mitizzazione per questa volta non pasoliniano quindi non cristologico) lo spirito(di patate, ah!) del tempo a me è parso fosse “Il più grande artista del mondo dopo Adolf Hitler” di Massimiliano Parente (giusto per non fare i miei soliti nomi totem, perché mi sa che ormai l’avrò detto fino alla nausea che i grandi romanzi li hanno già scritti Moresco e Busi e purtroppo non italiani ma scritti in italiano e europei, dove per ‘europeo’ per ora intendo qualcosa di esteticamente più vasto de ‘occidentale’ che me ne sembra una contrazione e non una espansione), che è l’elaborazione, tossica, mi pare, più aggiornata della cultura del “Non se ne può più di noi”.

    Se il libro di Parente lo critica Aldo Grasso mentre la critica letteraria seria(le) si invaghisce di Pecoraro poi uno non si deve stupire se la letteratura sembra vantare più estimatori tra quei caciaroni dei giornalisti che tra quei distrattoni (dalle proprie richieste) dei critici che invece di vedere il dito inchiostrato che lascia il suo segno in quanto dito, lo guardano per vedere se c’è una luna a cui potrebbe puntare.

    Saluti!,
    Coda

  6. enricomacioci ha detto:

    @ lorenzo marchese
    Scrivi: “La critica letteraria italiana aspetta il Grande Romanzo Italiano che possa restituirci il senso della nostra storia recente”
    Ecco secondo me qui sta il punto, e cioè questo auspicio è stato già realizzato da parecchi nostri romanzi abbastanza recenti (alcuni dei quali belli), e fra questi il migliore mi sembra proprio quello di Pecoraro – una sorta di Underworld italiano per vastità dell’affresco, costruzione e ambizione.
    Credo però che occorrerebbe non fermarsi qui, e magari attendersi un’opera che vada “oltre”, che scavalchi la dimensione puramente secolare (sociale, politica o anche “solo” psicologica – vedi la feroce ma in fondo sterile nevrosi di Brandani) per attingere a uno sfogo metafisico, a un’ulteriorità. Un’opera insomma, per dirla moreschianamente, che “sfondi” la superficie del visibile. Ma forse tu ricordi, dai nostri scambi su Le parole e le cose, quale sia la mia idea di letteratura; e questi sono solo i miei gusti.
    In ogni caso il tuo pezzo l’ho trovato assai ben fatto, peraltro su un romanzo complesso, non facile da trattare e assolutamente meritevole d’attenzione.

  7. lorenzo marchese ha detto:

    @macioci
    anzitutto grazie dell’apprezzamento, Poi una domanda. Qui scrivi:

    Ecco secondo me qui sta il punto, e cioè questo auspicio è stato già realizzato da parecchi nostri romanzi abbastanza recenti (alcuni dei quali belli)

    Posso chiederti a quali testi stai pensando?

  8. Antonio Coda ha detto:

    Sono ‘iscritto’ a questo post, se ci sono ulteriori commenti ricevo una notifica, non me ne voglia Macioci se lui fa una domanda a Marchese e ingombro io con una domanda a lui, ma la domanda ce l’ho e è: siccome non è la priva volta che leggo il parallelo, mi potrebbe aiutare a vedere i punti di contatti tra quello sfacciato capolavoro che è Underworld di DeLillo (io l’ho letto nella traduzione italiana) e il romanzo di Pecoraro? Perché ormai non ho più dubbi, sono io a non vederli. Di mio in Underworld ci vedo una intelligenza compositiva e una visionarietà (dai luoghi ai personaggi) senza eguali. Macioci, potrebbe indicarmi quale personaggio o luogo o situazione del romanzo di Pecoraro le ha creato una associazione immaginativa con il romanzo di DeLillo?

  9. enricomacioci ha detto:

    @ lorenzo marchese
    Penso a Walter Siti, soprattutto. Ma anche all’ultimo di Falco, La gemella H; e poi ancora vari, una serie di narrazioni che tentano di radiografare, in modi anche molto diversi fra loro (Falco per es. parte da lontanissimo), l’attuale momento socio/storico italiano, e il cammino compiuto per raggiungerlo. Ciò che manca è l’elemento “sacro”, quel quid di cui parla Steiner quando marca la differenza fra i grandi narratori russi, o Melville, e quelli coevi europei.

    @ antonio coda
    Il mio è solo un parallelismo. Il romanzo di Pecoraro non tocca necessariamente i vertici di Underworld (in cui io fra l’altro non ravviso visionarietà); né vi sono personaggi o luoghi o situazioni similari; però la struttura a ritroso, la stratificazione geologica del terreno d’una società, l’ampiezza dell’affresco e in fondo anche la filosofia narrativa sono le stesse; o almeno a me così è parso subito, d’impatto, con naturalezza. Va da sé che la mia impressione non debba per forza essere condivisa né condivisibile; tuttavia mi resta forte. Così come resta forte l’impressione di fronteggiare un testo che davvero riassume, per dir così, sessant’anni di storia con efficacia, pregnanza e potenza.

  10. lorenzo marchese ha detto:

    vi ringrazio per le vostre notazioni, e rimango del mio parere. Mi rendo conto che partiamo da ottiche distanti. La gemella H mi sembra avere lo stesso difetto: un testo potente, ma con parecchie imperfezioni che non voglio elencare qui. Se dalla mia recensione-commento si può imparare una cosa, è che per spendere parole critiche su un testo penso sia opportuno dedicarvi il doppio dell’attenzione che si dedica a un testo che si ama, o non si è credibili. Diverso il discorso per i libri insignificanti (la maggioranza), che ai miei occhi non meritano di essere criticati, e quindi di fatto non esistono. Grazie ancora

  11. herzog ha detto:

    Ho letto di malavoglia il libro ( prestatomi) perché, conoscendo la scrittura di Francesco Pecoraro, non provavo curiosità alcuna. L’ho fatto per capire come funzionano l’editoria, i giudizi dei critici italiani e il premio strega. Madonna santa:
    Pecoraro attinge il pennino nella prosa altrui, e pur con tale prompt, si percepisce bene la fatica che gli comportano i suoi costanti copia-incolla mentali. Compulsivo con le maiuscole, convinto di essere originale, supponente, pesante e risaputo nello stile, è soltanto un narcisista noioso, soffocato dal disprezzo per il mondo e, credo, per se stesso ( ma questo meriterebbe un’analisi che non tengo genio alcuno di fare. Se la pagasse da solo). Come qualcuno ha detto, in alto, se il grande romanzo italiano è questo, siamo messi davvero molto male.

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