Contro La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro – prima parte

di Lorenzo Marchese

pecoraro.1

Per mezzo dei concetti ci difendiamo dal mondo
Otto Weininger1

Io invece non ho trovato La vita in tempo di pace (Ponte alle grazie, 2013) uno dei più grandi romanzi italiani degli ultimi anni – sul numero di anni girano pareri discordanti. La vita in tempo di pace (d’ora in poi VTP) mira in effetti a essere un grande affresco degli ultimi settant’anni in Italia, vissuti dopo la guerra da un uomo apparentemente ordinario, ma capace di distinguersi, nel popoloso sottosuolo di un risentimento ferocemente applicato a tutto o quasi, per la sua aspirazione all’esercizio finanche ossessivo del ragionamento, grazie a cui forse si potranno trovare dei brandelli di ordine. Fra le macerie di una guerra civile sotterranea Pecoraro, e con lui il suo alter-ego romanzesco, l’ingegnere protagonista Ivo Brandani, si ostina a vagare dopo il disastro, per descrivere i superstiti (fra i quali include anche sé stesso, ma non è certo) e aggredirli con la sua voce di moralista arrabbiato, quindi contenerli, o magari finirli con le sue parole.
Ma parlare per metafore in fondo non mi piace così tanto, né penso di esserne in grado per descrivere un’opera che ha canalizzato ambizioni e attese di grande formato. Vorrei quindi provare a spiegare perché non ho apprezzato particolarmente VTP, che pure mi è parso un romanzo avvincente, lineare e a suo modo semplice fino a essere in certi punti semplificatorio – non sarebbe un difetto, se presso buona parte della critica letteraria italiana espressasi finora su VTP non fosse già invalsa la patente di capolavoro, con limitate riserve2. E lo vorrei provare solo attraverso una breve lettura. Che poi il consenso pressoché unanime abbia almeno un risvolto negativo, l’ho pensato, confesso, al momento di comprare il libro. Dopo averlo preso in una libreria di Firenze, accingendomi a togliere la fascetta editoriale come faccio sempre dopo un acquisto, non ho potuto fare a meno di leggere sul retro del cartoncino una frase di questo tipo: «Tra i migliori 25 scrittori italiani del nuovo millennio secondo il critico Andrea Cortellessa». Non so se fosse letteralmente questa (ho buttato la fascetta, in un moto di ripulsa), ma nella sua oscenità corrisponde. L’industria culturale di adorniana memoria non ha aspettato tempo e ha provveduto subito a fraintendere la sostanza del discorso di Cortellessa, che per inciso proveniva dal suo volume antologico Narratori degli Anni Zero (2011). È abbastanza deprimente pensare che in quell’antologia, di ammirevole competenza per quanto discussa e discutibile nelle scelte e negli approcci (la prassi, per qualsiasi antologia), uno degli intenti primari di Cortellessa era sì quello di «discriminare i testi precisamente, ed esclusivamente, sulla base della loro qualità letteraria»3, ma con una sottigliezza e un acume teorico decisamente superiori alla dichiarazione della fascetta incriminata. Dalla sua lunga premessa di metodo, intitolata La terra della prosa, si è salvata dunque solo l’idea che Pecoraro, e come lui Pica Ciamarra, Policastro, Samonà e Pedullà, siano i migliori scrittori italiani del XXI secolo (è imperativo discutere di ciò, ma occorrerebbero altre sedi, altri spazi), e che solo per questo motivo VTP vada comprato o letto con grande attenzione. In tal modo, l’urlo della fascetta, sommario a prescindere dalla complessità del suo oggetto, e i pareri più raffinati di alcuni fra i migliori critici italiani4 convergono inquietantemente e invocano qualche voce contraria, o quanto meno intiepidente. Con un certo grado di stoltezza, mi sobbarco parzialmente l’incarico.

La vita in tempo di pace, si potrebbe dire, è un titolo sarcastico volto a esprimere la condizione farsesca della prima generazione «senza trauma»5. Gli anni di pace che seguono la Seconda Guerra Mondiale non sono mai stati così pervasi dalle guerre, da una sequela di conflitti pubblici (dell’Occidente verso l’Altro, dell’uomo sugli ecosistemi naturali) e privati (la guerra spietata, prettamente individualistica e a-ideologica, di tutti contro tutti, esplicata soprattutto nei meccanismi del mobbing, della rivolta generazionale e del contrasto fra i sessi). Pecoraro ne è sempre stato conscio, sin dai precedenti Dove credi di andare e Questa e altre preistorie, pur nella diversità di approcci e forme (il primo è una raccolta di racconti, il secondo di prose pubblicate sul blog dell’autore, http://www.tashtego.splinder.com), e dipinge il suo protagonista, Ivo Brandani, nel magma di tali conflitti e ferito a morte da essi, eppure perseguitato dal terrore cocente di un’Apocalisse che distrugga ogni cosa e, paradossalmente, riesca pertanto a dissipare un irrimediabile casino. Frequenti slanci palingenetici e desideri di purificazione attraverso la distruzione del mondo circostante (la pulsione autodistruttiva, invece, latita) abbondano in VTP; non è il caso di starli a elencare. Certo è che l’incipit del romanzo «Ivo Brandani era perseguitato dal senso della catastrofe» (VTP, 9) indica in Ivo Brandani un terrore radicato che, nella sua ambiguità, esprime una discreta fascinazione e permea le pagine del Prologo, a mio parere la sezione migliore del libro. Veniamo in questa introduzione a conoscere l’ingegner Brandani, incaricato di sostituire la barriera corallina del Mar Rosso, ormai morta, con una struttura artificiale, nel modo più semplice e diretto possibile: entrando nella sua testa. La narrazione in terza persona e il monologo ossessivo in prima persona si alternano spesso, in tutto il romanzo, talvolta senza soluzione tipografica di continuità, a conferire una certa permeabilità fra narratore e protagonista, che pure rimangono distinti. Si crea così l’immagine di un soggetto pensante che ingloba il mondo nelle sue stesse valutazioni e può con un certo agio, come è stato subito notato, passare dalla narrazione alla scrittura saggistica, dalla riflessione scientifica di sapore quasi didascalico (per quanto partecipata dal narratore)6 all’ossessivo rimuginìo coscienziale.
Leggendo VTP, in effetti, vengono anzitutto in mente due grandi scrittori del passato, il cui influsso è grosso modo ripartibile fra i due blocchi che formano il romanzo. Per dovere di informazione, e senza preoccuparmi troppo di rovinare il finale del libro7, il romanzo racconta di un lungo viaggio in aereo che ne contiene uno più intimo e devastante, il viaggio di un batterio mortale all’interno di un corpo morente, come ogni corpo umano in fondo è. L’attacco virale presentito dal protagonista si svolge sui binari paralleli di un trauma storico non vissuto e perturbante, cioè la Presa di Costantinopoli nel 1453, e del contagio dei parassiti, che è resa la proiezione microscopica di un’invasione globale nelle pagine, secondo me, più efficaci e originali dell’intero romanzo. Dispiace quindi che Pecoraro, nello sviluppo del libro, decida di non battere più la pista che svela in passaggi del genere:

Mentre Bisanzio lottava contro il Turco per non esserne sottomessa, amebe e virus e bacilli, vermi, protozoi, funghi, artropodi, come pidocchi & piattole, tutta una sterminata popolazione di parassiti, sordi e ciechi a qualsiasi stimolo che non provenisse dall’universo vitale, ponevano in atto ogni loro strategia per contaminare il numero più alto possibile di organismi. Le loro spore stavano già nuotando nel sangue ad alta pressione cardiaca dei combattenti, in quello profuso a fiotti nella polvere calpestata, sulle pietre delle mura, sul selciato della città. Flottavano ciecamente in un unico denso oceano rosso che andava coagulandosi seccato in una crosta appetitosa da leccare per i cani, all’interno dei quali trovavano rifugio, protezione e la garanzia di un futuro. (VTP, 15)

Qui il respiro del dettato si fa originalmente epico, nella pittura impossibile di un’infezione cosmica alla base della stessa biologia. Pecoraro scrive sostanzialmente libri sulla condizione di chi è in stato d’assedio, ed è capace di farlo con ambizione ben riposta e ottime conoscenze scientifiche: malauguratamente, non ha spinto granché sul tema nel resto di VTP.
Ancora più a fondo, c’è qui il viaggio di un uomo verso una morte molto vicina, su cui il romanzo si chiude. L’agonia inconsapevole (Brandani non sa di essere stato infettato, lo sa solo il narratore, e noi) è raccontata quasi esclusivamente nei capitoli ambientati al presente del 29 maggio 2015, che vedono Ivo in viaggio dal Mar Rosso, e titolati secondo il principio di un countdown inesorabile (dal primo capitolo delle 9:07 a.m. a quello delle 7.47 p.m., quando si muore). In parallelo, il viaggio verso la morte è accompagnato da una serie di capitoli narrativi condotti per lo più, ma non esclusivamente, in terza persona e raccontati in maggioranza al tempo presente. La progressione fatale di Brandani nel 2015 si svolge a fianco di una vera e propria inversione temporale nella materia narrata. Per ogni decennio vissuto dal settantenne Brandani, Pecoraro pone un capitolo contenente un episodio emblematico della sua vita: per dirne qualcuno, il disincanto del cinquantenne stordito da alcol e ansiolitici nella relazione con una ragazza giovane (Il Senso del Mare), l’abbandono degli studi filosofici per la vocazione ingegneristica, poi delusa (Ponte e porta), un amore adolescenziale (Il Motore Immobile), un trauma infantile nella caduta in una grossa buca (Buca di Bomba). La regressione all’origine si arresta all’infanzia insieme al momento della morte di Brandani, ma non cerca di oltrepassare la soglia della consapevolezza. Pur essendo un moralista quasi “luterano” Pecoraro, immagino sia già stato detto da altri, ha come stella polare filosofica Epicuro:

Si volta verso l’egiziano, che è in piedi e fa segno a qualcuno di avvicinarsi. Ivo nota che ha un riporto pazzesco e poi perde conoscenza senza accorgersi di perderla. O forse sì. Non possiamo saperlo. Sull’esperienza umana più spaventevole e curiosa non si sa nulla. (VTP, 505)

Quando c’è la morte, noi non ci siamo, pensa Brandani, ed è vano cercare di entrarvi a occhi aperti, conclude il narratore. La visione di Pecoraro in questo è di coerenza estrema, e spiega in parte, forse, il suo sguardo disincantato e naturalista verso l’esistente, come la sua furia predicatoria, entrambe di matrice epicurea e lucreziana. Senza contare l’ascendente leopardiano, presente soprattutto nella personale cosmologia negativa di VTP:

Ridicolo il paradigma che ci contempla come ‘signori della natura’” si ripeteva Brandani dopo queste letture, “ridicolo chi vede il ‘Creato’, la-realtà-fuori-di-noi, come un universo al nostro servizio. Mentre siamo noi che con i nostri stessi tessuti, con la nostra carne, il nostro sangue, fungiamo da pascolo per migliaia di specie, miliardi di esemplari … Distinti in cosa? Speciali in cosa?” (VTP, 20)

Al massimo, all’attimo inespresso della morte si può avvicinare il momento che alla nascita prelude: «nel bacio e nel chiarore / di una camera, il grande specchio, / il desiderio che nasce, il gesto»8. L’Epilogo di VTP è il breve racconto di quanto avviene fra i genitori del protagonista appena prima del suo concepimento. Il “momento anteriore” è nettamente distinto da quello della formazione biologica di Brandani (che non viene detto). Dalla sua nascita prende le distanze, per inconoscibilità. In questo senso credo possa essere interpretato il «“Non ancora”» iterato lungo queste poche pagine, pronunciato o pensato non si capisce da chi. Ma stavo parlando dei due scrittori sottesi ai due blocchi, non totalmente separabili per idee e forme ancorché posti in cornici spaziotemporali discrepanti, e ci ritorno subito.
Il primo sembra essere il Céline di Morte a credito, per il risentimento monumentale del protagonista, espresso da un flusso di continua, magnifica bile. Flusso che sbocca per puntini di sospensione e imprecazioni trattenute di un furente alter ego del suo autore, e che occupa soprattutto i capitoli “al presente” di VTP, la porzione di tempo del racconto in cui Brandani viaggia in aereo e trasporta il verme che lo ucciderà. L’armamentario di Bardamu sfolgora in queste pagine, quantitativamente meno di un quinto del libro, e il risentimento travolge la Storia senza appelli né distinzioni, spinge il protagonista fin quasi ai limiti della patologia. Le sole sacche di serenità mentale sono date per lo più nelle scene di mare, che a volte è quello della Grecia (cap. Il Senso del Mare), comunque, ci tiene a farci sapere il narratore, ormai irrimediabilmente sfregiato da «Denaro & Potere», altre volte, più indietro nel tempo, il mare della Liguria, delle prime cotte adolescenziali e dei tentativi sessuali, inevitabilmente, frustrati. Una menzione a parte meriterebbe proprio il capitolo sull’argomento, Il motore immobile. Il ricordo adolescenziale del giovane protagonista stona in maniera abbastanza vistosa con le aspirazioni epiche che permeano VTP. La «Sacra Estate», la «Vera Vita» dell’adolescenza, è raccontata attraverso l’inconsapevole triangolo di Ivo che ama, non riamato, Marcella, una ragazza più grande, e non potendo averla cerca di sedurre la coetanea Carla, con cui comunque non va a buon fine, per colpa dell’intervento di un amico di Ivo, Giacomo, segretamente innamorato di Carla. La sinossi anticipa una storia banale, in certi versi addirittura sentimentale, tendente al ruffiano, a causa dell’eccesso di Maiuscole e del tono perennemente tragico adoperato anche per questi microeventi. L’effetto finale del capitolo ricorda, per certi versi, alcune cose di Scurati in bilico irrisolto fra il solenne e il sentimentale, richiama il suo inconsapevole kitsch9: Pecoraro non è a suo agio nel tono sentimentale, né nel dipingere l’adolescenza, e così Il motore immobile diventa l’unico capitolo deludente di un libro, altrimenti, di grande qualità.
Chiusa la parentesi, c’è il secondo scrittore sottinteso per i capitoli “analettici”: è chiaramente Fenoglio. Non insisterei troppo sulle analogie epiche fra i due, che sono state messe in risalto dagli altri avveduti lettori di VTP e che meriterebbero una lettura a parte. Altrettanto che nei contenuti, c’è una continuità forte proprio nella narratologia. Si è prima accennato alla commistione di discorso in prima persona (inclinante al monologo interiore vagamente ossessivo) e narrazione in terza, senza contare la fortissima presenza di un indiretto libero che oscilla fra prima e terza persona. È un aspetto riscontrabile con una certa forza nel «libro grosso» di Fenoglio, Il partigiano Johnny, dai più marcati tratti “epici”. Pure in Una questione privata il narratore è posizionato dietro la spalla di Milton, la vicenda è raccontata, salvo alcuni scarti prospettici subito individuabili, attraverso gli occhi di Milton in terza persona, espressa con la sua voce10. Per Pecoraro, bisogna fare alcuni distinguo. Narratore e protagonista in VTP sono soggetti a distinzione più che in Fenoglio, tanto che ho preferito nominarli sempre separatamente, per quanto la separazione sia molto leggera. A volte il narratore dichiara esplicitamente come proseguirà la vicenda (preannuncia la morte di Ivo, ricordiamo), esce raramente dalla testa del suo protagonista per descriverne l’estremo disfacimento o per raccontare quanto avviene prima che lui venga al mondo. Nel complesso, però, l’influenza fenogliana per quanto riguarda l’uso di voce e prospettiva mi sembra vincolante, ed è un espediente che riesce a rendere immediatamente coinvolgenti molti dei ricordi presentati da Pecoraro, non richiamati nella memoria ma rivissuti con il vigore immediato e stupido del presente, della Prima Volta (per mettere anche io una maiuscola) di fronte alla quale noi tutti arriviamo impreparati e, sottintende Pecoraro, sbagliamo perché non riusciamo a capire al momento giusto. Il filtro prospettico di Brandani provoca effetti stranianti, fra i quali uno in particolare mi ha colpito. Nel primo capitolo narrativo, Monsone, il protagonista sente alla tv l’inviato di un’edizione straordinaria del telegiornale raccontare dell’esondazione del Tevere:

« … il Fiume è esondato alle quattordici e dodici minuti all’altezza di Ponte Ancestrale, scavalcando le spallette con un innalzamento improvviso, dovuto forse all’effetto diga prodotto dal ponte una volta che l’acqua ha raggiunto la sommità delle arcate … Una decina di minuti fa, quando il livello ha cominciato a farsi minaccioso c’è stato un fuggi fuggi generale … » (VTP, 63)

A parlare è l’inviato del telegiornale, a rigor di narrazione. Le virgolette basse stanno lì a spiegarlo. Eppure, la lingua è quella del narratore, che riformula con la sua voce, attraverso i suoi occhi, le notizie ricevute (il Fiume, il Ponte Ancestrale, la Città di Dio, cioè Roma, subito dopo, i puntini di sospensione comuni ai monologhi). Pecoraro è uno scrittore di guerra, ha scritto Cortellessa, e si vede: aggiungerei che dichiara a lettere di fuoco di non avere alcun desiderio di imparzialità, anche come narratore.


1. Otto Weininger, Sesso e carattere, Feltrinelli Bocca, Milano 1978, p. 41.
2. Ciò non toglie che spesso i commenti positivi a VTP siano fatti da critici di grande spessore e che, invece, i commenti appena più tiepidi non spicchino per qualità. Uno su tutti questo, con la conclusione, schiettamente cattolico-conservatrice, sul problema che affliggerebbe il mondo di finzione di Pecoraro, una libertà totale (e laica) che porta inesorabilmente al liberticidio: “Il problema di fondo è che viviamo sì in tempo di pace, ma di questa pace non sappiamo che farcene. Siamo liberi come mai nessuno storicamente lo è stato, ma il vuoto e la corruzione si sono impossessati di noi. C’è qualcosa di irrimediabilmente sbagliato nel mondo, a cominciare dalla distruzione del pianeta che stiamo allegramente eseguendo…”, Paolo Perazzolo, Com’è arrabbiato l’ingegner Brandani in «Libri, il buono e il cattivo», Famiglia Cristiana, 27 febbraio 2014.
3. Narratori degli anni Zero, «L’illuminista», n. 31-32-33, Ponte Sisto, Roma 2011, p. 27.
4. Un buon sunto qui.
5. Per usare la definizione di Giglioli che, infatti, di Pecoraro nel libro si occupa (Senza trauma, Quodlibet, Macerata 2011).
6. Forth Bridge(VTP, 285-292), in cui Brandani osserva un ponte di acciaio costruito nel XIX secolo in Inghilterra e ne studia le caratteristiche. Due foto in bianco e nero, più le indicazioni di una guida turistica, puntellano la fascinazione di Brandani, si colgono echi di Sebald – per il tono saggistico del narratore, oltre che, è chiaro, per le foto.
7. L’evento capitale del libro, la morte di Brandani, è dichiarato sin dall’inizio, si pone come conditio sine qua non per il piacere integrale della lettura: «Forse da qui era passato un antenato della Naegleria fowleri che avrebbe ucciso l’ingegner Brandani» (VTP, 17).
8. Milo De Angelis, T. S. in Somiglianze, Guanda, Parma 1976, vv. 24-26.
9. Mi viene in mente, senza parlare di influenze reciproche, Il padre infedele, Bompiani, Milano 2013. Per una critica al lato kitsch dell’ultimo Scurati, finalmente provo l’ebbrezza dell’auctoritas, e mi cito rimandando a: Lorenzo Marchese, Un assoluto mercificato, recensione a Il padre infedele su «L’Indice dei libri del mese», febbraio 2014.
10. Ciò avviene con quella che Stanzel ha definito “narrazione figurale” attraverso un cosiddetto “personaggio riflettore”, cfr. F. K. Stanzel, Second thoughts on narrative situations in the novel: Towards a «grammar of fiction, in «Novel. A Forum on Fiction», XI, 1978, pp. 247-264.

11 Comments Add yours

  1. lorenzo marchese ha detto:

    Mi dicono dalla regia che l'”attacco virale” di cui parlo in un passaggio a proposito del Prologo è impreciso, in quanto la Naegleria fowleri non è un virus, bensì un batterio. Le mie scuse ai lettori e a Francesco Pecoraro, che ha segnalato l’errore sulla sua pagina Facebook, per la mia inesattezza.

  2. Francesco Pecoraro ha detto:

    Non è nemmeno un batterio, è un’ameba.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Naegleria_fowleri

  3. [h] ha detto:

    La tassonomia in tempo di pace. Folgorato dall’auctoritas sono andato pure in biblioteca a leggere la recensione a Scurati. Attendo il seguito.
    Saluti ( Dfw vs Jf )

  4. lorenzo marchese ha detto:

    addirittura! allora spero ti sia piaciuta la recensione a Scurati, come la seconda parte di questo pezzo (che, tengo a precisare, NON è una stroncatura, categoria che disprezzo)
    saluti

    1. [h] ha detto:

      sì, peccato che è breve. Di Scurati mi manca proprio il suo ultimo, per il resto credo di aver letto tutto, anche se nel tempo con minore piacere. Anch’io trovo esagerato l’entusiasmo per questo romanzo, per quanto è comunque notevole. Ho provato la stessa sensazione con Siti. Mi viene in mente “Il declino della violenza” di Steven Pinker e una cosa che non mi ricordo come si chiama, ma che è tipo un paradosso della nostra percezione a proposito della salute, per cui più stiamo meglio più siamo preoccupati. Cosa che ha a che fare con la medicalizzazione di ogni aspetto della vita e con la massa di dati circa il cibo e i suoi effetti, o l’inquinamento eccetera. In ogni caso mi fa piacere leggere i tuoi lavori.

  5. lorenzo marchese ha detto:

    Più stiamo bene più siamo preoccupati. A volte è proprio così, sono d’accordo. Mi fa molto piacere l’apprezzamento, ringrazio con simpatia.

    Devo fare una rettifica ulteriore sulla seconda parte di questo pezzo. Ho scritto che “Scrivere sul fronte occidentale” uscì nel 2003; uscì invece nel 2002, a seguito di un convegno organizzato nel 2001 e non, come avevo scritto, nel 2002. Ringrazio Carla Benedetti che mi ha dato la precisazione in merito.

    Ringrazio infine quanti hanno commentato, criticato e letto il pezzo, più su Facebook (su cui non ci sono) che qui.

    1. Silvana Rocca ha detto:

      Credevo che il Premio Strega fosse un premio letterario … Invece premia solo la volgarità: Ho buttato i miei soldi comprando “la via in tempo di pace”, in ogni pagina non c’è una riga priva di parolacce. Non andrò avanti a leggerlo, mi dà la nausea.

  6. Francesco Pecoraro ha detto:

    Cazzoficamerdaculo.

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