True Detective o il trionfo della profondità simulata

di Marco Mongelli

HBO-True-Detective

Dopo lo straordinario anno seriale 2013 che – per tacer delle chiusure di Breaking Bad e Treme – ci ha regalato almeno quattro nuovi prodotti eccellenti (in ordine di preferenza: The Village, Orange is the New Black, Rectify, Masters of Sex), avevo deciso di prendermi una pausa e di sottrarmi al vortice compulsivo della visione di serie tv. Poi ho visto che HBO faceva uscire una nuova serie, che tutti erano impazziti, e ci sono ricaduto.
True Detective è, per cominciare, un progetto di serie antologica, cioè una serie che ogni stagione rinnova non solo le proprie storie ma anche i propri personaggi e i propri attori. Così, la prima stagione, di otto puntate, appena terminata, è equiparabile a una mini-serie conclusa, e così può essere analizzata.
True Detective è poi, per finire, una grande occasione mancata, un prodotto con molte potenzialità, pochissime delle quali messe a frutto.
Vediamo perché.

La storia, innanzitutto: la narrazione si snoda su due piani temporali distanti 17 anni, ma nello stesso luogo, la contea di Vermilion in Louisiana. Nel 2012 due agenti interrogano separatamente due ex poliziotti della omicidi: uno sciamannato dai baffi lunghi e dallo sguardo inquietante di nome Rustin Cohle (Matthew McConaughey), e un prestante ma un po’ appesantito mascellone di nome Martin Hart (Woody Harrelson). Le domande vertono su un caso di cronaca su cui i due avevano indagato insieme nel 1995 e mirano soprattutto a scoprire perché Cohle ha abbandonato il lavoro nel 2002 scomparendo per riapparire in Louisiana otto anni dopo. Attraverso le ricostruzioni dei due ex agenti seguiamo le prime indagini su un efferato omicidio – che ha tutta l’apparenza di essere iscritto in una precisa visione simbolica – e impariamo a conoscere i due diversissimi protagonisti.

A un autorialismo spiccato – gli episodi sono scritti da un’unica persona, Nic Pizzolatto, e diretti da un’unica persona, Cary Joji Fukunaga – non corrisponde però un impianto estetico strutturato e coeso: la narrazione è frammentata, si dilunga inutilmente per poi “strappare” all’improvviso. Le inquadrature sono suggestive senza essere pregnanti, i dialoghi pretestuosamente allusivi e oscuri.
Per tre puntate siamo portati a spasso in maniera randomica: ci vengono suggerite piste che abortiscono dopo due scene e propinate alte riflessioni sul senso dell’esistenza mentre visioni sinestetiche occupano lo schermo. Alla fine della terza puntata un’agnizione ci svela finalmente il super-cattivo che il “true detective”, ammantato di una coolness irresistibile, dovrebbe trovare e arrestare. Nel frattempo però, i due personaggi ci sono più estranei che all’inizio: tante parole e tanti primi piani non li hanno resi più complessi, più intelligibili, più sensati. Anzi: uno, iper-intelligente, dotato di un’autocoscienza implacabile, ha sempre ragione; l’altro, devoto ai valori americani, ottuso e autoindulgente, non fa che collezionare magre figure al cospetto del partner. Tuttavia, quest’ultimo non solo è l’unico col quale poter realmente empatizzare, ma anche il solo ad avere un senso compiuto all’interno della narrazione: sappiamo perché Marty fa il poliziotto, perché è più spaventato che eccitato dall’avere a che fare con un maniaco serial killer, e perché in definitiva, nonostante tutto, gli dà la caccia. Ma di Cohle? Perché, un tale nichilista dovrebbe essere ossessionato da un caso simile, perché dovrebbe essere nel “campo dei buoni”? Non sembra che la sfida intellettuale, capire quale schema di pensiero segua l’assassino, basti come spiegazione. Non si dimentichi, in ogni caso, che il “vero” detective, come da titolo, è solo lui. Ma che vuol dire “vero”?

La narrazione prosegue con colpi di scena che non si ha il tempo di recepire, perché i salti in avanti sono solo apparenti, fanno andare avanti il racconto ma non la storia, sempre ferma a un’incomprensibilità fastidiosa. Persino l’escalation di azione e violenza dell’episodio della gang di motociclisti sfocia nel grottesco anziché arricchire il ritmo del racconto. Arrivati alla quinta puntata assistiamo all’ennesimo nuovo inizio che dovrebbe preludere a un cambiamento – si capisce il perché del duplice e contemporaneo interrogatorio – ma il sospetto retroattivo generato è lasciato lì ad esaurirsi, invece di essere alimentato da ulteriori scelte narrative. Il racconto acquista un altro piano temporale, il 2002, per seminare dubbi sul comportamento di Cohle e per raccontarci l’ultimo caso su cui la coppia lavora insieme prima di una burrascosa rottura. La fine degli interrogatori fa sì che la narrazione ora si ricongiunga tutta nel “presente”. Così, nella settima puntata, la penultima!, prende piede addirittura un nuovo filone narrativo, quello dell’uomo solo contro i poteri forti. Ora, questo cambio in corsa piuttosto raffazzonato non solo è fuori tempo massimo, ma anche problematico, perché non spiega il senso delle prime sei puntate. Il season finale, pieno di effetti e di ammiccamenti come tutta la stagione, è il degno epilogo della serie col più alto dislivello fra intenzione artistica e riuscita estetica che mi sia capitato di vedere. Un travestimento perfetto per coprire il vuoto, cioè l’assenza della benché minima emozione.

A tratti sembra la storia di un uomo quasi onnipotente – tra retate in una banda di nazimotociclisti e acrobatici furti con scasso Rust sembra un eroe di action movie – ma tanto tormentato, accompagnato, ma mai scalfito, da un uomo stolidamente sicuro di tutte le sue mancanze, e sempre a rischio di comicità involontaria (il suo «noooooo!» richiama quello del peggior attore dello scorso anno, il Marco Ruiz di The Bridge). Cohle e Martin sono schematicamente opposti senza che da questo rapporto sghembo venga fuori qualcosa, un’eccedenza di qualsiasi tipo che scarti e rompa l’orizzonte di attesa. All’insopportabile parolame filosofico di Cohle, il passivo Martin non oppone nessuna forma alternativa di umanità, ma solo la certezza dei propri valori borghesi: crollati quelli, con lo sfascio del tetto coniugale, rimane solo un’autocommiserazione facilmente stigmatizzabile.
Il problema più grande tuttavia rimane quello narrativo: a che serve l’omicidio iniziale? Se si decide di usare un genere, il crime drama in questo caso, per stravolgerlo dall’interno, si deve voler dire altro, proporre un’altra linea di senso, altrimenti resta solo un guscio vuoto. E infatti True Detective sembra un prodotto tanto originale nella pur pasticciata forma, quanto vuoto dal punto di vista del contenuto. Ci restano alcune scene e alcuni dialoghi, degli squarci visivi o degli instant quote, ma nessun filo a tessere l’insieme, nessun déplacement, nemmeno millimetrico.

Alla luce di quanto detto True Detective non è solo un brutto prodotto, come ce ne sono tanti, ma un bluff con dolo, perché il fumo gettato negli occhi dello spettatore è l’unica cosa che si scorge dal primo all’ultimo minuto. È pericoloso, e avvilente, credere che si possa fare televisione così, con lo sfruttamento compiaciuto di temi facili, violenza-fumo-alcool-sesso e bizzarrie assortite, e con qualche frase pensosa di contorno. Il quality drama dovrebbe essere, ed è stato, un’altra cosa: è l’attraversamento estetico di un pezzo di reale, la mimesi drammatica e rischiosa di alcuni movimenti dell’animo.

20 commenti Aggiungi il tuo

  1. russell1981 ha detto:

    A sto punto faccio “passo”. Non fosse altro che ho già troppe serie-tv da seguire.

    Russ

  2. Clèr ha detto:

    Io non sono d’accordo, per esempio, quindi ti direi di non passare assolutamente.

  3. Chiara Impellizzeri (Rezia WS) ha detto:

    Marco, tu quoque. Sto per scrivere un commento lungo quanto la tua recensione e pieno di SPOILER! :-P
    Secondo me stai applicando a questa serie categorie che non le appartengono, impostando tutto il discorso sulla coerenza della storia, senza tenere conto di tutto il resto (un film/serie tv è anche fatto della potenza delle sue immagini, che non sono solo un “riempitivo” della narrazione).

    Innanzitutto True Detective è una serie incredibilmente ‘ben fatta’: regia, montaggio, musiche, gioco attoriale clamoroso, fotografia e luci, scenografia… e scusate se è poco, rendono la sua riuscita estetica incontestabile. Certo, si, non è a livello di Breaking Bad ecc… (eh!) ma resta comunque ampiamente in quella fascia alta di prodotti tra cui Orange is the new black o Masters of Sex, prodotti di genere diversissimo, e che all’interno del loro genere hanno non pochi difetti.

    Siamo d’accordo sul fatto che la sua sceneggiatura sia in parte carente. Certo, è difficile giudicare certi elementi della storia che appaiono lasciati in sospeso (Carcosa, gli ulteriori colpevoli impuniti, la struttura e lo scopo della setta ecc…) perché non sappiamo se torneranno, se incroceranno la prossima stagione, oppure no. In caso contrario, è vero, lasciano quel sapore amaro dei misteri di Lost dimenticati dagli sceneggiatori, sono puro pretesto narrativo. Altri elementi sono invece brutti e basta: quasi tutte le battute dei dialoghi, se le leggessimo scritte, sarebbero pietose. E lì il miracolo sta proprio nella straordinaria abilità di McConaughey e Harrelson, che riescono a dare uno spessore incredibile a personaggi che altrimenti sarebbero macchiette ridicole.

    Trovo però, a differenza tua, interessantissimo che con 8 episodi a disposizione, la distrazione sia in parte il principio portante della serie. L’indagine non è curata, sia per carenze della scrittura (alcuni snodi troppo frettolosi), sia per carenze materiali (8 episodi son pochi), sia per scelta! Quanto minutaggio è dedicato alle vicende private di Marty, tratteggiando benissimo il suo rapporto con le donne? Qui sta la nostra divergenza principale, credo: per me molto della bellezza della storia si fonda più sul fascino dei due caratteri di Rust e Marty, che trovo due personaggi memorabili, il cui rapporto mi pare produca eccome “eccedenze”, più che sulla suspence creata dall’indagine, che invece è raccontata in modo piatto, in parte estremamente realistico (tutti i minuti persi a descrivere una serie di intoppi, i viaggi da un luogo all’altro per raccogliere ben poche informazioni). La storia dei delitti a momenti è un puro pretesto narrativo: l’hanno raccontata milioni di volte altre storie e True Detective la spiccia con pochi accenni superificiali (sempre che tali siano e non tornino più nelle altre stagioni). È una storia romanzesca (sette sataniche, bambini, ‘l’uomo nero’ nascosto nei boschi, il male subito che produce altro male), che insegue una struttura mitica di fondo, e te lo dice pure («La storia più vecchia del mondo, la luce contro il buio»). L’orrore, molto classicamente, non è mai inquadrato, ma solo mostrato attraverso le reazioni altrui (e si, il « Noooo», che non è di Marty ma di Geraci, è ridicolo, siamo d’accordo); così tutto quello che per te è semplicemente un distraente ‘spassare’ tra paesaggi naturali incontaminati, a me indica benissimo – sono le musiche e il montaggio a farlo- un sentimento di straniamento e inquietudine, l’orrore umano che si nasconde dietro questi paesaggi bellissimi, indifferenti e incontaminati (e mi ha ricordato un po’ Twin Peaks, l’orrore che si nasconde nei boschi, o certe ambientazioni di Cuore di Tenebra); nella puntata finale invece i paesaggi rincorrono un’immaginario quasi fantastico, legato già alla struttura mitica della storia (la caverna perduta nei boschi, i rituali).

    Per quanto riguarda Rust Cohle, non è vero che è un personaggio incomprensibile. Di lui sappiamo che ha perso una figlia, che ne è ossessionato, che ha passato 4 anni sotto copertura, che in quegli anni ha dovuto fare e vedere cose orrende (mai dette, solo intuite) e che il suo cervello è mezzo andato per colpa delle droghe. Le prime puntate sono dedicate a giustificare il personaggio estremo di Cohle, e ci riescono (già solo nella favolosa scena della cena). La scena nel club dei motociclisti funziona allo stesso modo, è un assaggio di cosa Cohle ha vissuto. Cohle è il classico personaggio che ha visto il fondo dell’orrore, ne è riemerso, e ora guarda con distacco ‘esistenzialista’ e con maggiore acutezza alle cose terrenne. Del resto, appunto, è il ‘true detective’, e da più di settanta anni nel noir «I dispiaceri del vero poliziotto» sono soprattutto esistenziali (Cosa vuol dire “vero”? Non è certo un’indicazione di realismo, ma un’attitudine esistenziale del detective come autocoscienza investigativa che non risparmia nulla nemmeno a se stesso). È un ‘supereroe’, sa fare quasi tutto e risolve un’indagine in poco tempo, e alla fine della stagione sembra pure Gesù Cristo (del resto, è un ‘predicatore’, un «piccolo prete»): non è un personaggio quotidiano, è sopra le righe (come tutti i true detectives, da Dupin a Neal Carey) ma è verosimilissimo all’interno di quel mondo narrativo.
    Non vedo né in Cohle né nella storia complessva alcuna profondità simulata: chiaramente quelle discussioni pseudo-filosofiche vanno inserite all’interno di un modo di giocare col cliché noir, non vogliono certo essere prese sul serio…

    La pista di sospetti su Cohle non deve aprirsi alla puntata numero 5-6, tutt’altro, ha già funzionato a livello narrativo fino a quella puntata. La storia infatti comincia con due detective che indagano su altri due detective, il sospetto su Cohle è insinuato sin dalla prima puntata e guida lo spettatore che, vedendo Cohle interrogare e manipolare chiunque e spandere ovunque filosofia nichilista, comincia a pensare che sia un sospetto plausibile. Arrivati alla sesta puntata, quel sospetto deve esaurirsi col ritorno al presente. Se quella linea narrativa fosse continuata, sarebbe diventata invece la storia del buon detective peseguitato dal sistema cattivo e corrotto, cosa che True Detective alla fine non è (si chiude su uno scontro a due, infatti).

    Alla fine, anziché morire urlando «L’orrore!», Cohle pare acquistare una forma di fiducia nel mondo. Tutta questa parabola, sono d’accordo, a me dice relativamente poco, perché avviene in un tempo narrativo troppo ristretto per essere convincente. C’è da dire però che è il telefilm stesso a renderla ambigua (in un equilibrio che non sempre tiene). Due ‘cattivi’, in due occasioni diverse, rivolgono a Cohle frasi perturbanti, come se “lo conoscessero bene”, e che continuano a insinuare il sospetto; vediamo Marty fare cose stupide, violente e spregevoli. Difficile leggere in questi due personaggi un vero contrasto dicotomico ‘bene VS male’…

    Per me True Detective è una riscrittura interessantissima del noir, che si trova in bilico tra i cliché del genere, elementi di realismo quotidiano quasi noioso (l’indagine) ed elementi prossimi al fantastico. Non ha nulla di nuovo, se non l’insieme, quel mélange di toni e generi che ne avrebbe fatto meglio la riuscita, fosse durato dieci puntate in più.

    1. Chiara, io credo che se uno esce dalla visione di 8 ore col fastidio con cui sono uscito io (e non solo io, te lo assicuro), ci sia veramente poca mediazione possibile. Per me conta sempre prima di tutto l’impressione complessiva istantanea. Poi, solo poi, analizziamo per spiegarci e spiegare il perché di quell’impressione. Detto ciò, provo a rispondere, o meglio a ribadire, perché francamente più ripenso a ogni dettaglio più mi monta l’incredulità.
      Innanzitutto, io non credo di impostare il discorso su categorie che non appartengono alla serie, perché ogni elemento lo giudico in base al contesto. Non dico che la dimensione visiva sia irrilevante, dico che è priva di senso.
      Non dico che la sceneggiatura sia carente, dico che non sta in piedi. Dico che il racconto (il récit) che mette in forma la storia è inutilmente complicato, incoerente, ridicolo. L’ultima puntata è terrificante. Non conta nulla se qualcosa sarà ripreso o no nella prossima stagione: Carcosa, Yellow King, etc, per me sono solo delle puttanate.
      Non credo che i personaggi siano in nessun modo interessanti o riusciti, e mi interessa poco che gli attori siano bravi.
      Tutte le cose belle che possiamo trovare sono slegate, fine a se stesse.
      Tutto è funzionale appunto a simulare una profondità, un altrove del senso, che non è mai realmente messo in scena.
      Non ho proprio visto nessun elemento noir, nessun tentativo di forzarne i cliché, solo tanta pretestuosità condita da belle immagini.
      Niente rimane, e spero niente rimarrà, di questa autentica paraculata.

      Marco

      1. Chiara ha detto:

        Capisco, ma allora tra i nostri discorsi non c’è mediazione possibile. Sono due reazioni emotive antitetiche che provano a spiegarsi.
        Io posso solo dire che parte del tuo fastidio epidermico (come dell’articolo della Nussbaum) mi sembra nascere, un po’ sul modello della recensione di Raimo a Her, da un fastidio verso un certo modo di ricevere quella seria tv, come se la serie volesse parlare di verità filosofiche superiori, “l’altrove del senso”. Io non vi leggo nulla di tutto questo, ma i deliri pseudo-nichilisti di un personaggio che, come in ogni noir, ha una visione pessimista e disincantata del mondo dovuta a una mancata elaborazione di un lutto. Un personaggio disincantato e che tuttavia vorrebbe essere al posto del borghese Marty, che sarà si spaventato e confuso, ma almeno sa aderire alla vita. La storia parla di questo (molti più minuti sono dedicati a questo rapporto che a The Yellow King) e se questo non produce “eccedenza”…

        I cliché del noir non ho detto che vengono forzati, anzi vi si aderisce in pieno, spesso con una banalità travolgente; ciò che è innovativo per me è l’insieme, l’accostamento di ton e generi diversi, che invece per te è una paccottiglia confusa.

  4. bartrosso ha detto:

    posso dire che probabilmente grandi parti andavano approfondite, probabilmente spalmate su più episodi. 8 episodi sono pochi per una serie che ha mille soggetti e un montaggio a flashback inversi… la diretta è prima nel passato con anticipazioni poi diventa nel futuro con ricordi..

    ho trovato molto interessante questo aspetto, grande fotografia di una america tra il bigotto e il malato, luci surreali, territorio di grandi differenze culturali.

    I dialoghi sul teologico filosofico sono solo accennati, e le scene di violenza molto poche e l’ho apprezzato…

    credo che il true detective sia colui che indaga, a caso tolto, a lavoro lasciato, contro tutto e tutti, per un suo senso generale di insoddisfazione e di rammarico nei confronti della giustizia. Una vendetta personale contro il male. per il proprio male, fatto e subito..

    chiaro no?
    :-)

  5. FabioB ha detto:

    Non sono un addetto ai lavori in campo cinematografico ma un semplice spettatore che negli ultimi anni si è visto molti film e molte serie tv, e sicuramente posso sbagliarmi, e certamente avrò dei gusti diversi da altri spettatori/critici/addetti-ai-lavori, ma……
    ……riguardo all’osservazione:

    “…non dico che la sceneggiatura sia carente, dico che non sta in piedi. Dico che il racconto (il récit) che mette in forma la storia è inutilmente complicato, incoerente, ridicolo…”

    credo che bisognerebbe considerare il fatto che forse, e dico forse,
    il nome “true detective” della serie
    potrebbe trovare i fondamenti nelle stesse false e “incoerenti” piste che la sceneggiatura propone durante le otto puntate……

    ……della serie: ai “veri detectives” succedono anche di queste cose nelle storie reali. False piste durante le indagini che a volte non portano a niente.

    Se poi queste false piste arricchiscono i contesti sociali/culturali/ambientali del soggetto, possiamo fargliene una colpa? Dovremmo preferire la linearità e l’overdose di cliché delle serie crime dozzinali che ci hanno propinato negli ultimi anni?

    E se fosse davvero una scelta stilistica degli autori per rendere la serie più reale possible?

    IMHO credo che solo la seconda stagione possa confermare o smentire questa ipotesi.

    Senza contare che la HBO ha già un illustre precedente nelle serie crime con scelte stilistiche fuori dal coro…

    1. Chiara ha detto:

      In realtà questa cosa delle false piste non so se è vera… A me l’indagine è sembrata decisamente lineare: dal primo delitto agli omicidi alla struttura si arriva mediamente facilmente (non vedo come tutto sia “inutilmente complicato” come dice Marco, la storia si segue facilmente. Dai, chi ha visto e seguito le indagini di The Wire non può non trovare questa storia facilissima da capire, ci sono i cattivi pazzi e le vittime innocenti, stop).
      E’ anche una struttura circolare molto semplice, annunciata da subito (la maledizione del detective, ecc).
      Il punto piuttosto è che vi sono elementi lasciati in sospeso, citati superficialmente: perché evocarli, se poi non vengono approfonditi?

      1. FabioB ha detto:

        Credo sia troppo presto per fare un processo alle intenzioni. direi di aspettare la seconda stagione per vedere l’effettiva natura dell’impianto narrativo (anche se credo di averne gìà una vaga idea).

        Per quello che ne sappiamo (o che ne so io), The Yellow King, Carcosa e le chiese della Tuttle foundation potrebbero anche essere il filo conduttore di tutte le stagioni.

        >>>>>>INIZIO SPOILER<<<<<>>>>>FINE SPOILER<<<<<<

        Se non è un indizio questo sugli sviluppi futuri…….

        Non vedo cosa ci sarebbe di male se nelle stagioni a seguire, altri "protagonisti" detectives continuassero le indagini fino a catturare un pezzo alla volta, tutti i componenti della combriccola, ricomponendo il quadro completo degli indizi lasciati in sospeso dalle stagioni precedenti.

        Mi sono perso qualcosa?

        PS: M'avete fatto venire la voglia di rivedermelo tutto… :)

      2. FabioB ha detto:

        Il contenuto dello spoiler è andato perso (causa abuso dei simboli “minore” e “maggiore” con evidente stordimento dell’interprete php),
        lo riporto di nuovo qui di seguito:

        …per quello che ne sappiamo (o che ne so io), The Yellow King, Carcosa e le chiese della Tuttle foundation potrebbero anche essere il filo conduttore di tutte le stagioni.

        Nella videocassetta

        c’era un folto gruppo di gente in maschera

        mentre la serie finisce con l’uccisione
        di un unico “presunto” colpevole.

        Se non è un indizio questo sugli sviluppi futuri…….

  6. Viola ha detto:

    Chiara, ti giuro che avevo aperto questo articolo per scrivere un intervento molto simile al tuo, sia in lunghezza che in contenuti. Non penso che una serie televisiva possa essere giudicata, nel bene o nel male, in base alla sensazione con cui uno se ne è distaccato alla fine dell’ultima puntata. Sono d’accordissimo sulla profondità sia di Rust che di Marty e sul fatto che non abbia alcun senso giudicare questa serie applicando gli stessi parametri che useremmo per serie lunghe e chiaramente più articolate come BB e The Wire. Chiudo rilanciando e dico che secondo me anche sotto la sensazione di incompletezza che io stessa ho in parte provato esistono altri levelli nascosti di lettura che si rischia di trascurare – o non vedere proprio?- utilizzando una lettura critica come un’accetta.

  7. Valerio Fiandra ha detto:

    Va bene, non è la terza di Brahms, né Il Grande Sertao, o Eleanor Rigby. Ma, nel suo genere ( serie televisiva, usa, HBO – che ha i sui razzi, oggi, con netflix e altri contenders – ) , TD è un buon prodotto. Imperfetto, ha ragione 444, per occorrenza e concorrenza dei fatti / dei personaggi. E sicuramente glancing a modelli e stili da serie cult. Ma stroncarla per questo mi pare più una snoberie che un serio approccio. Trattasi di buon risultato nel campo difficile del commerciale di qualità. Questo se rimango distante da me. Se – per citare approssimativamente e mio malgrado l’arbore – accetto la vibrazione ( per dire se è rock and rollo ci vuole il brivido sul collo ) , beh allora: brividoni estetici e linguistici. Persino troppi, a pensarci bene, e ciò restituisce al Not Found l’onore. Ma il dialogo sulla denegazione, per dirne solo uno, al terzo episodio – mi pare – , mi ha aperto porte che solo alcuni ottimi artisti filosofi mi avevano socchiuso. E l’uso del paesaggio come protagonista – non sempre, non è Kubrick, e otto ore sono tantine – ha quasi lo stesso livello di Top Of The Lake. Per il resto ( gulp ! ), la penso molto come Chiara. Grazie a questo luogo, fra i non molti che è stimoloso frequentare. Ciao

  8. Alberto ha detto:

    eh va bhé allora grazie per aver tralasciato il piccolo dettaglio che finalmente qualcuno pone un po di luce su quella che è ” un’altra america”, quella delle industrie e delle contee rurali, del degrado e della povertà, dei valori sociali “stagnanti”, quella delle paludi, (e sorvolo sul tema religione che ci sarebbe da parlarne 20 ore) …e parlando di “immagine” invece? non mi verrete a dire che l’estetica di TD non è meglio di molte altre. coglie appieno il mood di quella zona del paese. – ma se volete gustarvi ore di “mazzate” o personaggi ridicoli alla Jesse James allora ok, avete vinto voi. pfff a me è piaciuta, e molto anche.
    la cosa che mi fa più imbestialire poi è il fatto che tutto deve sempre essere spiegato nei minimi termini. non cogliendo invece il valore e il fascino di ciò che resta vago e cede un po di spazio all’evocazione. tutto deve essere messo a nudo, consumato e poi…DIMENTICATO!!!
    pensateci. ciao

  9. Ismaele ha detto:

    l’ho guardato un paio di settimane fa, e devo dire che mi trovo d’accordo con quello che scrivi,
    la lentezza è micidiale, devono riempire otto puntate,
    se mi chiedono cosa sceglierei fra “La promessa”, di Sean Penn e “True Detectives”, il film di Sean Penn sta molto più in alto.

  10. francesco ha detto:

    questo bisogno ossessivo che ha la gente di sapere tutto, ma proprio tutto… questa storia capita in mezzo a tante altre storie, i personaggi hanno un passato che non dobbiamo conoscere in ogni minimo dettaglio, un futuro che non sapremo (quanto vi rode??) e l’indagine ebbene sì, non tutti gli interrogatori e non tutti gli indizi servono a qualcosa. perché ce li hanno fatti vedere? sono capitati, non sapremo mai cos’era the yellow king, come non l’ha scoperto rust. a lui rode, e pure a voi. c’est la vie.

    d’accordo con chiara et altri: la dimensione estetica conta eccome, la confezione è perfetta e non è da poco.

  11. Opti Pobà ha detto:

    Già dal titolo della recensione si nota come l’approccio alla visione sia stato profondamente sbagliato. Leggendo le critiche fatte nella recensione sembra proprio che l’autore sia un amante della profondità simulata.

    Si cerca una “compiutezza” in tutti gli aspetti della serie, che ha come obiettivo proprio l’opposto. La realizzazione, la risoluzione, la compiutezza sono “definite la trappola della vita” e l’obiettivo è proprio di dare un senso di frammentazione, di desolazione e vacuità in tutte le azioni che facciamo (o che fanno nella serie).

    Semplicemente hai cercato una tipologia di estetica nella serie che nulla ha a che vedere con la serie.
    Nonostante l’uso smodato di paroloni, in sintesi l’approccio alla visione è stato super accademico. Va vista con lo spirito giusto.

  12. davidedoria ha detto:

    Sono totalmente in disaccordo con la recensione. Per me True Detective è un vero capolavoro e mi dispiace sempre leggere critiche negative, che io non trovo affatto giustificate. Mi sorge un sospetto: che il caro Marco Mongelli non abbia avuto cuore per cogliere la bellezza e la compressità della serie e che indispettito dai tanti fan abbia cercato di demolirla arbitrariamente, magari approfittandone per cercarsi una posizione di originalità. Se una storia non ti convince pazienza, se una serie non ti piace non consigliarla, ma se vuoi fare il critico evita di scrivere a vuoto. E’ un errore che fanno già in troppi, risparmiatelo!

  13. Mirko Di Nella ha detto:

    Totale disaccordo con la recensione, articolazione e congetture prese da un’angolazione errata e fuori prospettiva. La serie è di una complessità di scrittura con rimandi letterari e filosofici che sfociano nella fisica teoria impressionanti per un prodotto televisivo di massa. La messa in scena è anch’essa di prim’ordine a livello di regia, di scenografie, di location, prove attoriali in stato di grazia e una colonna sonora non ammiccante ma ricca di pathos. Davvero difficile trovare il pelo nell’uovo a livello di sceneggiatura quando non si è compreso che qui il livello di narrazione travalica la modalità classica per ascendere ad una forma nuova e intrecciata di storytelling.

  14. Lorenzo ha detto:

    Se questa è una serie fatta male.. bhe allora che dire, se non che nn ci chiappi una mazza!!!

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