Waiting for JobsAct

di Silvia Costantino

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In attesa di una riforma del lavoro che migliori le condizioni disastrose dell’occupazione italiana, vi proponiamo il resoconto, in forma più o meno narrativa, di una giornata nei panni di chi fa parte del famigerato 42,4%.

Siamo stati chiamati in ogni modo: bamboccioni, choosy, comodi a casa dei genitori, seduti, in fuga, flessibili, sdraiati, rigidi, arrabbiati, furiosi, poveri, ricchi-coi-soldi-di-papà (anche quando papà non ha soldi), viziati, precari, troppo specializzati, troppo poco specializzati, non-corporativi, egoisti, non-lungimiranti, velleitari, poco realisti, apatici, soli, giovani. Anche a trenta, trentacinque, quaranta anni, giovani. La condizione di giovinezza, ovviamente, è data dall’assenza di quel requisito essenziale che permette di acquisire lo status di adulto: il lavoro. Il lavoro rende adulti. Prima, è lecito dare a quelle persone dai tratti indistinti in una fascia d’età che si aggira tra i sedici e i quaranta ogni possibile appellativo, possibilmente dispregiativo, che evidenzi soprattutto la loro condizione limbica.
Io sono una di queste persone. Laureata veloce e bene, professionalmente formata e con un sacco di aspettative che si stanno lentamente sgretolando, mentre sono tornata a vivere con i miei e cerco di perseguire il mio sogno di lavorare pagata in un posto dove si fanno i libri, mantengo la superba ambizione di cercare di procacciarmi i viveri da sola. Però non posso permettermi di lavorare freelance; e l’elenco dei lavori che offre il centro per l’impiego di Firenze e provincia è desolante e soprattutto richiede qualifiche ed esperienze che non possiedo – la zona in cui vivo è terra di pellettieri, e purtroppo i miei hanno potuto garantirmi il privilegio di un’istruzione superiore per la quale non sarei assolutamente in grado di stare dietro a una macchina industriale per fare un portafogli di pelle cui poi qualche ditta applicherà un marchio fighissimo vendendolo a caro prezzo. E non sono nemmeno madrelingua russa o cinese, quindi gli enormi centri commerciali intorno alla stessa zona non hanno bisogno di me per vendere i loro prodotti di super lusso, portafogli compresi, ai turisti ricchi disposti a prendere autobus traballanti per un giro del Chiantishire fino al The Mall o allo Space e gioire dei prodotti firmati Alexander McQueen, Stella McCartney, Vivienne Westwood, Prada, Fendi, Bottega Veneta che affollano la lussureggiante Fashion Valley.
Insomma, sono troppo qualificata per trovare un lavoro nella mia zona. La signora del CPI l’ultima volta che sono andata a segnarmi per un lavoro di accoglienza in un centro interculturale mi ha detto, compassionevole, «Eppure hai un così bel curriculum…» A quanto pare, il mio cv non va bene nemmeno nei negozi di Firenze, forse perché non metto una foto a figura intera, forse perché la lista dei lavori che ho fatto comprende sì lavori al pubblico, ma di circa dieci anni fa, forse perché la voce “laurea”, pur essendo una micro-informazione in mezzo alle altre, più occultata possibile, attira comunque l’attenzione e fa pensare male all’head department del fashion store che valuta i curricula per la posizione di visual merchandiser, o commessa.
Non lo so, ma resta il fatto che tra un’application per uno stage da commessa nel negozio di Bottega Verde in stazione, un miliardo di curriculum, nella versione formato smart (impaginato con inDesign, modestamente bellissimo) inviati a circa tutte le case editrici italiane di cui sono a conoscenza, un corso gratuito di formazione per diventare “biografo di comunità” – ovvero, per occupare almeno un venerdì mattina fingendo di fare qualcosa di produttivo –, qui di lavori veri se ne vedono pochi. Ed è per questa ragione che, più di una volta, di solito terminata l’ennesima serie tv (a proposito, si consiglia fortemente la visione di Looking), mi sono ritrovata davanti al computer a rispondere a ogni sorta di annuncio trovato in rete. Incappando ovviamente in proposte di ogni sorta, più o meno ambigue, più o meno credibili. Su quelle veramente schifose, come l’annuncio che cercava a Empoli una segretaria disposta a fare tardi e partecipare a cene anche con clienti – si prevede benefit in retribuzione se accetta di fare serate –, c’è veramente poco da dire.

tutto vero
tutto vero

Ma c’è anche una zona grigia, tra le proposte di lavoro, che pur non essendo una vera e propria truffa è cosa da guardare con attenzione. Ci sono siti che aiutano a fare luce, come l’indispensabile pagina fb Lavoro Anomalo. Si tratta di quegli annunci in cui si cercano giovani solari e comunicativi per attività di promoter, declinati in modo vario e piuttosto ambiguo. Normalmente nascondono l’informazione che, a differenza di ciò che uno immagina, il promoter non è quello con la giacca brutta che sta nei supermercati a farti assaggiare la mortadella o quella scosciata che ti offre la redbull per strada.
Probabilmente, in uno di quei momenti bui causati dalla visione del mio portafogli vuoto, ho mandato incautamente un curriculum a una di queste aziende giovani che cercano giovani proattivi, e ciò che ne è venuto fuori è questo.

Un mercoledì abbastanza tranquillo, sono abbastanza felice, senza nemmeno troppa ansietta da disoccupazione addosso. Sarà il karma positivo, penso quando mi arriva una chiamata in cui mi viene detto che il mio curriculum è stato selezionato per un colloquio per il lavoro di promoter, può presentarsi venerdì mattina? Sarebbe un lavoro per questo weekend. Venerdì è il giorno del corso di formazione per i biografi, e mi dispiacerebbe mancare, quindi provo a contrattare un orario o un giorno diverso, e senza troppi problemi la segretaria all’altro capo della linea mi fissa un appuntamento per il giorno dopo alle 17,30. Via Volta, c’è un appartamento e una targhetta con su scritto “studio”, non può sbagliare. Studio di che? Mi chiedo, ma obnubilata dall’euforia e da un violento attacco di allergia faccio piazza pulita dei dubbi e penso a sistemarmi le sopracciglia in modo da sembrare una con una faccia abbastanza figa da poter promuovere della roba alla gente.
Il giorno dopo mi presento, puntualissima e cv alla mano, al civico indicatomi dalla segretaria, vedendo di fatto una targhetta “studio” senza assolutamente altra indicazione. Suono. Mi accolgono in un seminterrato in cui l’aria è stata sostituita dal tanfo stagnante di sigarette e subito un uomo sulla trentacinquina al massimo, piccoletto e brillantinato, mi porta nel suo ufficio, è il manager di questa ditta di cui ancora non so il nome. Non so se c’era nell’annuncio, nessuno me lo ha ripetuto finora e io proprio non ho idea. Mi siedo, sorrido, aspetto che mi dicano qualcosa, e in effetti questo Verchovenskij (per me V. è il prototipo del manipolatore dalla dialettica disturbante, ho amato e schifato quel personaggio alla follia) all’italiana dice qualcosa: attacca a parlare e non smette più. Non smette per almeno venti minuti durante i quali mi chiede anche, circa cinque volte, se sono laureata e in cosa – Ah, lettere moderne. AMOREEEE; COME SI CHIAMA QUELLO SCRITTORE CHE MI PIACE? QUELLO AMERICANO! – e mi fa fare un giro su me stessa per vedere quanto sono alta. Il mio presunto femminismo contemporaneo va a farsi benedire e mi presto alla giravolta perché alla fine ero lì con l’idea di un lavoro che proponesse caffeina scosciata agli avventori di qualche supermercato, e tanti saluti. Invece, dopo altre varie parole di cui non capivo niente a parte il fatto che bisognava essere dinamici per andare avanti nel mondo, Verchovenskij mi saluta e mi dà appuntamento alla mattina dopo per una prova, così mi avrebbero insegnato il lavoro, comunque sei alta, sei carina, bel sorriso, con un paio di tacchi arrivi al metro e settanta, ma levati l’anellino dal naso che siamo registrati alla questura e sai, quello non è segnato nella carta d’identità.
«Ma avevo detto anche a Segretaria-amore che domattina avrei un impegno…»
«Come vuoi, puoi anche venire lunedì, ma di solito il lunedì facciamo venire gli stranieri».
Il tono minatorio è palese. Chiamo la ragazza che viene con me al corso e le chiedo di avvisare che non ci sarò.
E mi presento venerdì mattina, puntuale e vestita come il giorno prima, con ancora il piercing tanto per ora non sono registrata da nessuna parte. Mi apre Segretaria-amore, chiedendomi di aspettare perché di là c’è una festa di compleanno. TUNZ TUNZ TUNZ e una puzza di fumo ancora più devastante del giorno prima. Aspetto mezz’ora, firmo un foglio in cui mi dicono che è mia spontanea volontà passare una giornata gratis et amore insieme a loro (loro di cui ancora non so il nome) e poi escono Segretaria-amore e Verchovenskij e mi dicono: vai con loro, ti spiegheranno tutto. Mi indicano un tipo accanto a una macchina appariscente forse più di quel che vale, vestito in modo appariscente sicuramente più di quel che vale, pieno di brillantina nei capelli e con occhiale da sole adatto ad affrontare il plumbeo cielo fiorentino delle otto e mezzo di mattina. C’è lui e una ragazzina con uno shatush che forse è più ricrescita, vestita con leggings e pellicciotto, una cartellina rosa a faldoni in mano. Mi avvicino, faccio per chiedere banalità tipo scusate ma cos’è che dobbiamo fare e mi sento rispondere che mi sarà spiegato strada facendo.
Io sono stata un’ingenua a salire in macchina. Ma, anche se avevo già capito che non si sarebbe trattato di mettersi una divisa mediocre e stare ferma a spacciare cialde di caffè, non mi aspettavo che la destinazione di quell’allucinante viaggio in macchina tra Hevia, Enya, fidati-di-me-non-sono-un-Latin-Lover e altri orrori musicali da tempo dimenticati e le battute becere di un tipo disgustoso seduto accanto a me sarebbe stata Poggibonsi. Poggibonsi che non è nemmeno più in provincia di Firenze. E l’ho scoperto quando praticamente eravamo fuori da Firenze e non potevo più scendere dalla macchina e avevo così pochi soldi che l’idea di spendere sette euro per prendere un autobus a spese mie mi faceva male allo stomaco.
Allora ho pensato va bene, facciamo sta cosa. Vediamo che viene fuori.

La cosa era, come ormai è chiaro, il classico lavoro di campanelli. Il porta a porta. Mi è stato chiaro dal momento in cui il giovane Viscido ha detto che noi, come Juice srl– Alleluia! Il nome! – avremmo lavorato per conto di Enel Energia, perché di storie al riguardo ne ho lette tante (eppure ci sono cascata anche io, potenza del denaro, o dell’assenza di). Per fortuna il Viscido ha abbandonato me e la mia compagna di viaggio abbastanza presto, quindi è stata lei a mostrarmi i rudimenti del mestiere.
Funziona così. Si sceglie una spalla – proprio la parte del corpo –, la destra o la sinistra, e si va a suonare a tutti i campanelli di tutte le case che ci sono da quel lato. Nel senso che se ci sono traverse, villini, rientranze a destra, si entra, e andando di spalla destra si suona a tutti e poi ci si rimette sulla via principale, tenendo la destra. In una mattina la ragazza (io non potevo fare nulla, osservavo e basta) è riuscita a far firmare un contratto alla proprietaria di una ditta che stava impazzendo dietro alle bollette, a quel che ci ha detto in due mesi ha cambiato almeno tre gestori e voleva tornare a Enel.
Già.
Perché quello che spesso si omette, a meno che la domanda non sia fatta direttamente, è che Enel Energia non è esattamente Enel: è la branca privata.
Questo rende lecito anche bussare al campanello di una persona e dire: «Salve signora sono qui per gli avvisi in fattura, non ha letto lei che le dicono che può passare alla monoraria? Non ci è arrivata la sua richiesta».
Che tradotto è: “Salve, o auspicabilmente ingenua signora, lei sicuramente non avrà visto sulla terza pagina della sua bolletta quella minuscola nota che dice che, se vuole, può passare al privato e attivare una tariffazione solo apparentemente più conveniente”.
Essendo i promoter anche dotati di cartellini di riconoscimento con un gigantesco “ENEL” stampato sopra, la gente tende ad aprire. E l’idea di avere ignorato degli “avvisi in fattura” sembra un dramma apocalittico, qualcosa per il quale Equitalia potrebbe arrivare a reclamare il sangue della prima figlia vergine. Quindi, a parte quelli che ci sono già cascati e urlano infamie dalla tromba delle scale o quelli che non si fidano a priori, molti aprono. Poi magari ne devono parlare col marito o con la moglie o col socio in affari, ma aprono. La cosa buona di tutto questo è che i contratti stipulati dai promoter si possono disdire, l’Enel fa una seconda chiamata di conferma dopo una settimana, quindi se qualcuno ha avuto qualche dubbio magari riesce a scamparla.

Quello che i venditori dicono a chi è già in una compagnia privata che non sia l’Enel Energia, è che i contatori che la gente ha in casa, così come lo stesso gas o l’energia, sono in realtà appartenenti a Enel, e quindi gli intestatari spendono un sacco perché pagano anche i costi di affitto e rivendita. Ovviamente, stipulando un contratto con i proprietari, si abbattono i costi. E chi è nel pubblico spende comunque di più, perché i prezzi li impone il governo, che si sa, è sempre ladro, e invece il privato è più competitivo.
Ho cercato di informarmi dettagliatamente sulle effettive differenze di costi e sui margini di risparmio, ma in rete trovo solo informazioni vecchie di qualche anno, per cui non riesco a stabilire quanto realmente possa essere conveniente attivare una tariffazione privata. Quello che posso dire è che, in base alle maledizioni ricevute da tutti coloro che si erano ritrovati con un contratto di Enel Energia, probabilmente conviene ancora il pubblico anche se, si sa, il governo è sempre ladro.

In ogni caso la mattinata è andata avanti, e via via che suonavamo campanelli io mi sentivo in imbarazzo, poi indifferente, infine solo stanca. Ma parlavo con la mia compagna di scarpinata, che piano piano mi ha detto un po’ di sé e del lavoro. Ha ventiquattro anni, e anche lei si era presentata con l’idea di uno standing del fine settimana e ha scoperto dopo che si trattava di un porta a porta nei giorni feriali (talvolta anche il sabato). Ha deciso di accettare perché tanto comunque lavoro non ne trovava, e un po’ di soldi fanno sempre comodo. Lavorava lì da un mese. Le ho chiesto, pur sapendo la risposta, se percepisse uno stipendio fisso, e mi ha detto che in teoria non avrebbe il permesso di parlarne, comunque in realtà non ha capito tanto bene come funziona per la retribuzione, ma che di base è a provvigione e quindi no. E quanto guadagni più o meno? Mah, sinceramente non lo so, per ora non ho visto granché soldi. Ma da dove vieni tu? Da X. Da X?! Sì. E scusa, ma almeno i 70 euro mensili di abbonamento del treno li copri? Eh, insomma… in realtà, tra che si pranza sempre fuori e il pranzo è a spese mie, le sigarette, il treno, i caffè… non è che per ora stia guadagnando molto. E ti conviene? Perché lo fai? Perché ho visto quelli che ci rimangono, quindi immagino che a un certo punto si inizi davvero a guadagnare.

Siamo state in giro fino alle cinque di pomeriggio, lei si era portata un panino da casa, io ho presto una schiacciatina tonno e pomodoro talmente piccola che mi ha solo aperto lo stomaco. La ragazza è riuscita a farsi firmare due contratti, uno per luce e gas e uno solo per la luce. Quando, bontà sua, il Viscido è venuto a prenderci, ha chiesto alla ragazza se avesse “fatto campana”. Lei ha risposto tutta dispiaciuta che le mancava solo mezzo punto. Lui si è vantato di tutti i miliardi di contratti che era riuscito a stipulare e ha fatto finta di volergliene cedere uno per farle fare campana. Quando è sceso a marpioneggiare con una negoziante e ha spedito me e lei in un appartamento alla periferia di Firenze abitato solo da immigrati che evidentemente non avevano l’intestazione delle bollette né l’intenzione di aprire a qualcuno, ne ho approfittato per chiederle lumi su questa cosa della campana. Come avevo intuito, è una specie di sistema motivazionale a punti, per cui a seconda di quanti contratti riesci a far firmare, e di che tipo (polizzati, senza polizza, singoli, doppi cioè luce e gas – hai fatto doppietta polizzata?) guadagni una campana, un campanaccio o un campanale.
Tornando verso la sede mi sono stati resi noti anche i cinque punti di cui consiste il lavoro:

  1. Introduzione
  2. Breve storia
  3. Presentazione
  4. Costi
  5. Chiusura.

 Ovvero:

  1. Salve signora sono dell’Enel, sono qui per gli avvisi in fattura cui non ha risposto.
  2. Lei sa che poteva passare alla monoraria già da un anno?
  3. La monoraria funziona che paga solo la fascia serale tutto il giorno e senza costi aggiuntivi.
  4. Facciamo un confronto con quello che paga ora, mi fa vedere una bolletta così le spiego?
  5. Firmi qui, grazie. Ora la chiama un’operatrice, per favore dica che sono stata gentile.

Poi mi è stato detto che è un lavoro statistico, e cioè che solo bussando e ribussando, anche a chi ti manda a quel paese, c’è la possibilità di ottenere qualcosa. Poi che no, non hanno un coordinamento territoriale, e che ci possono fare se capita di bussare anche a chi ha già detto di no o chi ha già firmato? Pazienza, il lavoro consiste nella statistica, bussare e ribussare.

In sede sono stata accolta di nuovo dal TUNZ TUNZ, cui stavolta si era aggiunto anche un gran rumore di campane e campanacci, per un effetto ai limiti dell’esperienza psicotropa. Mi fanno compilare un breve test in cui mi chiedono i famosi cinque punti, la differenza tra venditore e promoter, qualche altra cosa che non ricordo assolutamente e che tipo di stipendio pensavo sarebbe stato adatto per il lavoro. Ho risposto: è necessario un fisso.
Mi richiama Verchovenskij, che tutto contrariato per la risposta venale mi chiede lumi, e gli dico che ok le statistiche, ma uno, soprattutto se alle prime armi, non può lavorare quasi dieci ore al giorno ed essere pagato solo con le eventuali provvigioni (senza manco i buoni pasto). Lui, serissimo, mi illustra allora la loro policy per la retribuzione.
«Il primo mese comunque non paghiamo le provvigioni, perché è di prova. Paghiamo una tantum. sai cos’è una tantum
«Che io sappia, è una somma che si dà una volta ogni tanto come gratifica [wikipedia mi informa che sbagliavo]».
«Ma no. È una cifra, un tanto, che noi diamo il primo mese in base a come se l’è cavata la persona in prova, e varia dai duecento agli ottocento».
«Lordi».
«Lordi».
«E dal mese successivo iniziano le provvigioni?»
«Sì, in pratica se fai una casa ti danno circa sessanta euro».
«Lordi».
«Lordi; e se fai un negozio sono quaranta, lordi. Poi chiaramente noi non teniamo quelli che magari fanno un exploit un giorno ma solo quelli che portano a casa almeno due contratti a volta, poi ci sono le campane, se fai un campanale sei grande e sicuramente guadagni di più, non ti dico quanto guadagna Il Viscido, ma se arrivi come lui sei apposto, a proposito, ringrazialo che praticamente ti ha raccomandata, ha detto che sei una intelligente ed è grazie a lui che ti prendiamo, il fatto che ti abbia detto i cinque punti praticamente significava che voleva che fossi dentro sennò ovviamente mica li avresti saputi e quindi ci vediamo lunedì mattina alle otto».
«Ok. Un’altra domanda. ma perché non scrivete negli annunci che cercate venditori porta a porta invece di magazzinieri, hostess o promoter, che uno immagina tutt’altro?»
«Ma mica lo scriviamo noi, è l’azienda alla base che lo fa. E poi noi siamo promoter, mica prendiamo direttamente soldi dai clienti».
Io me ne sono andata, e non sono più tornata, non solo perché credo che sarei una pessima venditrice porta a porta, non solo perché non ne potevo più di fare la simpatica con Verchovenskij e il Viscido, ma anche perché a fare un breve calcolo dei costi ho la vaga percezione che non mi posso permettere un lavoro del genere. E perché di fatto sono abbastanza fortunata da avere una famiglia in grado di aspettare che trovi un lavoro decente. Magari non nell’ufficio di una casa editrice, ma un lavoro in cui non ti fanno fare la giravolta tetteculo e in cui non sai se guadagnerai qualcosa o no quella settimana.

Qualche giorno dopo, prendendo un caffè nel bar in cui saltavo matematica vicino al mio vecchio liceo, il gestore mi ha proposto di fare volantinaggio un paio d’ore al giorno ai turisti del Duomo e dell’Accademia, sono pochi soldi ma almeno son qualcosa, mi ha detto. Non è a provvigione.
Intanto ho ricevuto altre due proposte.
Stamattina mi ha chiamata Alleanza, la società di assicurazioni, dicendomi che hanno trovato il nominativo su Almalaurea (e per un attimo ho pensato che si fossero attivati, ad Almalaurea, dopo la messe di tweet infamatori che mando loro a cadenza mensile, quando mi invitano a master di economia aziendale che corrispondono perfettamente al mio profilo universitario e a tutte le caselle che ho barrato nell’inutile quanto obbligatorio questionario pre-laurea) e che mi volevano fare un colloquio. Per cosa? Ah non sappiamo, l’università ci dà il nominativo e il numero di telefono, mica il cv. Venga al colloquio e ne parliamo.
Ieri ho ricevuto una mail dallo staff di un social network gestito da SFAFAG Srl, l’unico social “veramente democratico, solo italiano” aperto nel 2010 e mai aggiornato fino al 2013 che, nell’annuncio, cercava un editor/articolista online e che di fatto propone un “periodo di prova” in cui noi aspiranti lavoratori pagati avremmo dovuto stupire lo staff riempiendo il sito, vuoto, di contenuti mirabolanti. Alla mia richiesta di chiarimento sul pagamento, hanno risposto che solo in seguito all’indeterminato periodo di prova, e se fossi stata selezionata, avrei potuto parlare col boss e fargli tutte le domande che volevo. Nel frattempo, ci stupisca!

Che la situazione dell’occupazione sia terrificante è sotto gli occhi di tutti, e a parte le forme disgustose con cui si fa il reclutamento per questi porta a porta, il lavoro è lavoro e per molti ragazzi è pur sempre un’opportunità, come per la ragazzina con cui ho girato tutta la spalla destra di Via Senese. C’è pure chi ci fa i soldi e campa felice, come il Viscido sedicente Latin Lover che mi ha accompagnata a Poggibonsi and back. Non voglio fare generalizzazioni o tentativi di sociologia.
Penso però di poter dire che, dei tanti soprannomi che hanno dato ai giovani, mancano ancora, ma non tarderanno ad arrivare, quelli del tipo “i sommersi”. Perché l’umiliazione è costante, e come ha scritto su twitter una mia amica e compagna di corso da redattore, mi spezzo ma non m’impiego.

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. E ha detto:

    Davvero incisivo quest’articolo, che da testimonianza personale diventa denuncia. Questo è proprio ciò che io non sono riuscita a fare, superare il confine dell’autobiografismo, ma ora mi sento, anche se non ne trovo consolazione, la parte più reietta di una generazione, tutta sulla stessa barca che naviga in cattive acque. Una generazione senza futuro, che arranca anche nel presente e recrimina sul passato. Non sono stata abbastanza veloce a laurearmi, non ho scelto la facoltà giusta, ho voluto concedermi il lusso di studiare qualcosa che mi piace, qualcosa completamente privo di applicazioni pratiche. Ho perso tempo, soprattutto, quando il tempo era determinante, perchè mentre i miei coetanei coltivavano i loro interessi e relazioni, mentre facevano esperienze decisive per la vita che avrebbero in seguito intrapreso, io ero impegnata a sopravvivere prima e a tornare ad innamorarmi dopo, ero persa dietro queste futilità. E quando cerchi di recuperare il terreno al CPI ti aprono gli occhi dicendo che devi considerarti ancora “in cerca di prima occupazione”, nonostante un anno passato a lavorare, ad imparare a gestire mansioni, rapporti con i colleghi e con gli utenti di un servizio che hai contribuito a promuovere ed erogare, solo sotto la dolceamara etichetta di “servizio civile”, nonostante sei mesi che hanno messo a dura prova autostima ed identità, con una megera che despoteggiava sentenziando amenità dl tipo “i laureati in lettere sono dei perdenti” e “ho conosciuto centinaia di persone e mi bastano cinque minuti per capire che tipo sei, piccola povera stupida”. Grazie Enrico Rossi, il tuo Giovani sì è stata un’esperienza di moderna schiavitù legalizzata, tirocinio distruttivo. Come se non bastasse, mi è toccata l’umiliazione di tanti colloqui, per lavori distanti anni luce da quelli che vorrei fare ma che avrei accettato comunque, per cui comunque non si è mai posto il problema, visto che sono sempre stata scartata. Come diceva qualcuno su Facebook, forse siamo troppo condizionati dall’ideologia che identifica una persona con il lavoro che fa, commisura il suo valore con le sue rendite, ma è davvero difficile riuscire a pensare di valere qualcosa quando personalmente non hai niente, costruire il proprio futuro quando crollano ad una ad una le fondamenta del tuo presente e della tua identità.

    1. Sil ha detto:

      Ciao E.,
      anche io ho fatto il servizio civile e di fatto mi è servito a pagarmi gran parte dell’ultimo anno di università (e a innamorarmi).
      Il problema è che più che un’esperienza utile fino a 25 anni e – come dice Rossi stesso – un modo per metter da parte due lire, il SC è diventato una fonte di sopravvivenza. Tanto che il bacino di richieste è stato, in Toscana almeno, ampliato fino al limite d’età di 30 anni, tanto che c’è gente che chiede possa essere ripetibile, visto che le aziende che davvero dovrebbero assumerti e pagarti hanno la possibilità (illegale, ma ce l’hanno, visto che nessuno controlla e nessuno denuncia) di non darti una lira, oppure di darti il “rimborso spese forfettario” o qualsiasi amenità che permetta di giustificare una mancata assunzione e uno sfruttamento più o meno generalizzato. Pensa, io non sono riuscita a trovare una sola azienda disposta a attivare il giovanisì! Alcune per onestà, sapendo che poi non mi avrebbero assunta, o per troppa povertà, altre perché tanto qualcuno gratis lo trovavano comunque (parlo di editori in Toscana, ma credo che si possa parlare di tutto ovunque).
      Sono d’accordo con te sull’autostima che si distrugge insieme alla fiducia, all’identità, ma, un po’ idealisticamente, rimango dell’idea che non serva a niente pensare da soli, pensare solo alla propria esperienza e al proprio modo di viverla. Bisogna davvero trovare la forma, il modo giusto per reagire in massa, in una maniera che non venga soltanto dalla frustrazione “di pancia”… non ho idea di come, ma forse anche solo denunciare le cattive pratiche di chi con la scusa che c’è crisi ti tratta come l’ultima merda sulla terra può iniziare a essere utile. Anche solo per ricordarci che non siamo soli.

  2. matteoplatone ha detto:

    Se può essere di sollievo, è la realtà che è sbagliata, non tu.

  3. Chiara ha detto:

    Leggendo il commento di E. mi viene da pensare che il concetto di “studi inutili” è davvero qualcosa che stiamo accettando passivamente, come un assoluto della ragione. Io faccio Lettere, mi sembra evidente che l’Italia, statisticamente, necessiti più insegnati delle superiori e più docenti universitari (classi che scoppiano, aumento dell’istruzione superiore di massa) e che questi posti siano stati tagliati per una scelta economico-politica precisa.
    Mi sembra che il settore terziario sia in espansione, che la cultura sia più commercializzabile di cinquanta anni fa, e che senza web master e web designer, editorialisti, pubblicisti di vario tipo molte imprese non andrebbero avanti. Ma queste figure vengono sfruttate, con contratti sottopagati e con la promessa di poter rimpiguare il loro CV. E come testimonia l’articolo di Silvia, questo principio di sfruttamento vale per tutta una galassia di lavori ormai comunissimi e sostanzialmente fuori da ogni forma di regolamentazione.

    Come ha scritto Giacomo qui (https://quattrocentoquattro.com/2013/01/07/volere-e-economia-suggestioni-rigorosamente-qualitative-sulla-crisi-degli-economisti/ ) il punto non è sempre e solo cosa possiamo ma cosa scegliamo di potere fare.

    Chiara Impellizzeri

  4. La mia esperienza con Enel Energia (con una delle aziende che gestiva per conto loro la vendita dei contratti di “luce” e “gas”) l’ho sperimentata addirittura presso il Centro per l’Impiego della mia citta’. L’annuncio pubblicato proprio presso il CPI prevedeva addirittura la creazione per la zona di un customer care per “coccolare” i clienti che avevano ogni sorta di problema con la fornitura dei suddetti servizi. La cosa che mi ha lasciato basito – confermo tutta la procedura di acquisizione delle clientela descritta nell’articolo, compresa la disambiguita’ del nome “ENEL” fra ENEL Mercato protetto ed ENEL Energia – e’ stata quella di aver affermato dal presentatore di turno (qualificatosi come manager ENEL di Roma, ma dal chiaro accento locale e di cultura mediocre) che ENEL Energia (in quanto derivata dall’originaria ENEL [sic!]) che i nominativi li prendeva direttamente da ENEL, in barba alla privacy e al codice di protezione dei dati personali. Ho fatto presente tutte le mie perplessità alla direttrice del CPI e con mia grande sorpresa ho avuto il piacere di sentire che anche lei, informata dalla sua collaboratrice presente all’illustrazione dell’offerta di lavoro, ha confermato i miei dubbi e negato per il futuro altri incontri presso lo stesso CPI.

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